Ci pensai per un po’. Derek era alto e biondo e veniva dalla California meridionale, un aborigeno che aveva trascorso l’infanzia viaggiando a piedi nel deserto. Quando aveva 15 anni, c’era stata una siccità. Lui era arrivato a una base commerciale sulla costa e aveva detto: "Sono stanco di vivere così. Insegnatemi qualcos’altro".
Lo mandarono a scuola e lui si dedicò alla corsa come attività sportiva. Era bravo sulle distanze brevi. Sulle lunghe distanze era imbattibile.
— Dov’è adesso? Sulla nave?
— No. Si sta dirigendo verso ovest. La regione, a quanto dice, è piacevole. Colline ondulate, foreste, qualche prateria. C’è selvaggina in abbondanza, assai più che in California. Ha intenzione di costruirsi un arco.
Un insetto mi svolazzò accanto. Cercai di colpirlo e lo mancai. — Come sta Gregory?
— Bene. Ma dice che la sua gente lo tratta in modo diverso. Gli parlano adagio e in tono risoluto e gli danno un sacco di ordini. Ordini molto semplici. È convinto che abbiano stabilito che non è molto intelligente. Quale altra spiegazione potrebbe esserci? Non conosce il comportamento corretto e non è in grado di badare a se stesso.
Sorrisi.
— Un’altra cosa — disse Eddie.
Aha, pensai. Il lavoro per oggi. — Di che si tratta?
— Gregory sostiene che dev’esserci dell’oro nelle montagne. La sua gente porta un sacco di gioielli, e per lo più sono in oro.
— Che cosa c’è di tanto interessante in questo?
— I planetologi pensano che possa essere rilevante. Il pianeta ha una densità maggiore della terra e ci sono abbondanti prove di attività vulcanica. A quanto dicono, ci sono buone probabilità di trovare metallo in prossimità della superficie. Non soltanto oro, ma argento, platino, stagno, iridio, cromo, per nominarne alcuni. — La sua voce aveva un suono particolare: piatto e attento.
— Che cosa sta succedendo?
— Quassù incominciano a mostrare interesse. Soprattutto i membri dell’equipaggio. Non credo che abbiano abbastanza da fare. Parlano di possibilità. Se qui c’è il metallo, se è di ottima qualità, se è vicino alla superficie, forse addirittura in superficie, allora lo si potrebbe estrarre.
Mi dondolai all’indietro sui calcagni e guardai la radio. Naturalmente non potevo vederla davvero. La notte era troppo buia. — Una colonia mineraria? A diciotto anni luce da casa? Hanno idea di quanto costerebbe il trasporto?
— Stanno pensando a un centro industriale. Una colonia per costruire navi.
— A nessuno verrà mai in mente di costruire una nave in fondo a un pozzo di gravità, a meno che tu non stia parlando del genere di nave che viaggia sull’acqua, e non credo che sia così.
— L’assemblaggio finale verrebbe fatto nello spazio.
— Mmm! — dissi.
— Ci sono dei problemi — continuò Eddie. — Tutti riconoscono che ci sono parecchie difficoltà, ma non smettono di parlarne. Sono assolutamente affascinati dall’idea di tutto quel metallo.
La cosa non era affatto sorprendente. I nostri antenati si erano dati da fare sulla Terra. La maggior parte del metallo, del carbone e del petrolio che era facile raggiungere era esaurita, così come altre risorse. Buona parte dell’acqua. Buona parte del suolo. Centinaia, no, migliaia di specie di piante e animali.
Eddie proseguì. — Stavo pensando a Cortés e a ciò che accadde quando scoprì l’oro nel Messico.
— Ti preoccupi troppo.
— Uuh. Scommetto che è ciò che Montezuma disse ai suoi consiglieri.
Mi fregai gli occhi e mi sforzai di pensare. Ero sfinita. — Eddie, devo dormire.
— È notte lì giù da te? Immagino di sì. Sogni d’oro, Lixia.
Tornai all’accampamento e mi coricai. Nel cielo sopra di me brillavano le stelle. Da qualche parte lassù c’era un satellite ripetitore e molto più lontano, verso sud, oltre il centro dell’oceano, c’era la nave interstellare Number One. La vedevo con l’immaginazione, girare alla luce del pianeta principale di questo sistema, con solo un lieve luccichio: un enorme pezzo di idruro di litio a forma di sigaro. La superficie era butterata e scolorita. Più di metà della massa si era consumata. L’idruro di litio era stato il nostro combustibile oltre che la nostra protezione principale contro le radiazioni.
A un’estremità del sigaro c’era una serie di serpentine di metallo e ceramica. Erano i magneti che contenevano e controllavano la reazione della fusione che faceva funzionare la nave. L’altra estremità era vuota. Quando avevamo lasciato la Terra c’era stato un ombrello fatto di cermet, protezione aggiuntiva contro la minuscola quantità di materia fra le stelle. Avevamo lasciato cadere l’ombrello quando ci eravamo girati. Da quel punto in avanti, era il motore ad agire da protezione, bruciando qualunque frammento di detriti spaziali potesse trovarsi davanti a noi e riducendolo in vapori ionici, che i magneti allontanavano.
Tutto qui: un sigaro di un bianco sporco e una serie di anelli, neri, marrone chiaro e grigi. Gli alloggiamenti erano invisibili, nascosti al centro del sigaro: un cilindro fatto di ceramica, rivestito di sale.
Era quella la parte della nave che conoscevo: i locali e i corridoi rivestiti internamente di piastrelle, che davano alla nave uno dei suoi numerosi soprannomi: il mio preferito, il Clipper di Porcellana.
Naturalmente non aveva vele. Quell’idea era stata abbandonata fin dall’inizio. E non c’era molta porcellana a bordo. Il materiale delle pareti mi ricordava la terracotta. Era opaco e un po’ ruvido, di un colore arancione chiaro. In alcuni punti era smaltato a vetro, di solito bianco e blu.
Era un ottimo materiale: leggero, forte e durevole, immune dalla corrosione, resistente al calore e un eccellente isolante. Eddie era un fanatico. Non eravamo andati fra le stelle in un barattolo di latta. Eravamo andati in qualcosa fatto di argilla e di sale. C’era abbondanza di entrambi nel posto dal quale venivamo. Non avevamo bisogno del metallo su questo pianeta.
Nei tre giorni successivi io e Nia proseguimmo sempre verso ovest. La terra saliva. Ci addentrammo in un canyon. Sul fondo c’era un corso d’acqua stretto e poco profondo. In primavera doveva essere un fiume notevole, poiché scorreva al centro di un ampio letto. Perfino ora l’acqua si muoveva rapida e, qua e là, era striata di schiuma.
Su entrambi i lati s’innalzavano pareti rocciose. Erano di un grigio scuro e screziate da qualcosa che luccicava alla luce del sole. Era forse mica?
Vidi una nuova specie di animale. Era minuscolo e di un color grigio scuro, lo stesso delle scogliere. La sua pelle, o il guscio, luccicava come se fosse screziato di mica. Quasi ovunque nel canyon l’animale sembrava essere raro, ma in un tratto c’erano centinaia di quelle piccole creature. Immobili, erano invisibili. Le vedevo quando si muovevano, guizzando via da sotto i miei piedi e correndo su per una qualche roccia per allontanarsi da me. Pareva quasi che frammenti di roccia prendessero vita, trasformandosi in… cosa? Lucertole? Non esattamente. Per prima cosa avevano sei zampe. Sulla Terra questo ne avrebbe fatto degli insetti. Ma non somigliavano a insetti e inoltre, a quanto pareva, gli insetti di questo pianeta avevano almeno otto zampe.
— Non so che cosa siano — disse Nia. — E non so perché ce ne siano tanti. Questo non è il mio territorio. Fammi domande quando arriviamo nell’aperta pianura.
Feci il gesto dell’intesa.
Il terzo giorno, sul tardi, Nia disse: — C’è una persona che ci segue.
— Che cosa? — Mi voltai a guardare indietro.
Il canyon era in ombra e non riuscivo a vedere lontano, ma per quello che potevo vedere il sentiero era deserto.
Nia mi afferrò per il braccio e tirò con forza. — Continua a camminare. Non fargli capire che sappiamo.