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Decisi di mettere fine alla conversazione. Eddie si stava adirando e non volevo avere alcuna parte in nessuna delle sue collere.

— Adesso spengo questo aggeggio. Voglio fare la mia ginnastica.

— Okay. Di’ a Derek di chiamare. No. Ripensandoci, lascia perdere. Lui si ricorda sempre di farlo.

Spensi la radio e feci ginnastica. Dopo di che meditai, tenendo lo sguardo fisso sull’orizzonte orientale. Il cielo laggiù era di un azzurro intenso e limpido con una sfumatura di verde. Più in alto, dove l’azzurro si schiariva e si faceva un po’ più verde, brillava un punto luminoso. Un pianeta. Mi concentrai sulla respirazione. Dentro. Fuori. So. Hum.

Alle mie spalle sentii la voce di Derek. — Stai raggiungendo l’unità con l’universo?

Mi contrassi, poi mi guardai attorno. Era fermo a circa un metro di distanza. Mi era arrivato vicino senza fare il minimo rumore. Sorrideva. — Vuoi del peyote? Ne ho portato giù un po’.

— Mi sembrava che avessimo convenuto sull’esclusione di qualunque narcotico sulla superficie di questo pianeta. A meno che, naturalmente, non fossero stati forniti dai nativi.

— Per prima cosa, il peyote è un allucinogeno. E in secondo luogo, è necessario per la pratica della mia religione.

— Il comitato ti ha dato il consenso?

— Quale? La nave è piena di comitati.

Aprii la bocca per parlare, ma lui sollevò una mano. — Hai ragione. Non ho avuto il permesso.

— E questa che cosa sarebbe? Una specie di ribellione infantile?

— Mi sono stancato delle regole. Mi pare di capire che non vuoi del peyote.

— No.

— E del sesso che ne dici? Stavo notando che sei molto attraente quaggiù. Credo che dipenda dalla luce del sole. Non c’è niente che abbia un bell’aspetto sulla nave. Ma qui. — Fece un cenno della mano in direzione del cielo che si andava oscurando.

Ci pensai su un momento. — Okay.

Derek si sedette accanto a me e mi cinse con un braccio.

Era, come avevo ricordato, molto abile. Non frettoloso. Derek veniva da una società di cacciatori e raccoglitori e conosceva il valore della pazienza e del lavoro lento e accurato. Sapeva come usare le mani. Sapeva che cosa dire e quando. Esiste un piacere pari al vedere, o all’udire, o al sentire all’opera un artista veramente bravo?

Finimmo nudi fra la pseudo-erba spinosa. Lui era sopra di me e dentro di me.

Ci giunse la voce di Nia: — Che cosa state facendo? Non vi rendete conto che siamo in piena estate? Nessuno si accoppia in questo periodo dell’anno.

Derek disse: — Vattene, Nia. Ti spiegheremo più tardi.

— Benissimo. Ma siete delle persone ben strane voi due.

Derek sollevò il capo. — Se n’è andata. Ora, dov’ero rimasto?

Risi.

Dopo restammo distesi per un po’ fra la vegetazione. Mi sentivo in modo splendido. Ero rimasta da sola per troppo tempo. Quanti giorni? Quarantasette? Quarantotto? Avrei dovuto chiederlo a Eddie. Avevo perso il conto.

Derek si alzò in piedi e incominciò a vestirsi. Seguii il suo esempio. Cadde una meteora. Ci incamminammo verso l’accampamento. Nia era seduta accanto al fuoco, che era fioco e aveva un odore particolare. Lo sterco non bruciava come il legno. Lei alzò lo sguardo. — Avete finito il vostro accoppiamento?

— Sì.

— Siete dei pervertiti.

— Può darsi. — Derek si sedette.

Nia teneva lo sguardo fisso sul fuoco. — Sono sfortunata. Ovunque vada, incontro persone che fanno le cose nel modo sbagliato.

Derek sorrise. — Che cosa vuoi dire con questo? Qual è il modo sbagliato? Ciò che è sbagliato secondo le donne anziane? Ci hai detto che non ti importava delle loro opinioni.

— È vero. Ma lo sanno tutti che le persone provano la smania in primavera. Solo le persone ammalate hanno la smania in qualunque altro momento.

— Noi non siamo persone comuni, Nia. Devi capirlo. Siamo più estranei di quanto tu possa pensare. Ma non siamo cattivi. E non c’è niente che non vada nella nostra salute.

— Mi mettete a disagio. Vado a fare una passeggiata. — Si alzò e si allontanò zoppicando. Un attimo dopo era sparita, nascosta dalle tenebre.

Mi sedetti. Derek aggrottò la fronte. — Fino a che punto è turbata?

Feci il gesto del dubbio.

— Questo è proprio un grande aiuto.

Restammo alzati ad aspettarla per circa un’ora. Nia non tornò. Alla fine mi addormentai. Mi svegliai all’alba. Nia era distesa vicino a me, avvolta nel suo mantello, e russava piano.

Ci alzammo al levar del sole e proseguimmo verso ovest. Il tempo si mantenne sempre uguale: molto caldo e limpido. La regione si estendeva sempre ondulata. Verso nord c’era una catena di basse colline rotonde sopra le quali si libravano delle nuvole.

— Quella è la terra del fumo — ci spiegò Nia. — È un luogo sacro. L’acqua laggiù ribolle come l’acqua in una pentola per cucinare. E il fumo sale da fenditure nella roccia.

— Ah, sì?

Nia fece il gesto dell’affermazione.

Era passato da poco mezzogiorno quando Derek si fermò. Era in cima a un’altura. Andammo a raggiungerlo.

— C’è qualcuno dietro di noi — disse.

— Un uomo — osservò Nia. — Nessuna donna viaggia da sola. — Tossì. — No. Non dico la verità. Io ho viaggiato da sola. Ma di solito le donne vanno in gruppo. — Si voltò a dare un’occhiata. — Non lo vedo. Devi avere dei buoni occhi.

— Sì.

Nia si riparò gli occhi con la mano e guardò di nuovo. — Ho deciso di crederti. Qualcuno dovrà stare sveglio di notte. Se l’uomo ha deciso di avvicinarsi, lo farà allora.

Proseguimmo. Ormai c’erano nuvole per tutto il cielo. Erano piccole e soffici, disposte in file. La terra era screziata di ombre. Qua e là vedevo affioramenti di roccia scura. Forse basalto? Secondo i planetologi, le rocce su questo pianeta erano di fatto identiche a quelle sulla Terra.

Le colline a nord erano più vicine di prima. Nia continuava a lanciarvi occhiate. — Non mi piace la terra del fumo. Ci sono demoni laggiù.

— Oh.

Alla sera ci accampammo presso la sommità di una collina, sotto un’enorme massa di roccia. Era nera e ruvida. Vulcanica. Sotto di noi c’era una valle piena di cespugli. Le loro foglie erano di un verde giallognolo. Scendemmo e trovammo della legna secca. Nia accese un fuoco. La fiamma illuminava la superficie scura della roccia e i corpi dei miei compagni: Derek, magro, glabro e bruno; Nia, grossa e coperta di pelliccia.

Mangiammo. Derek si alzò. — Farò io il primo turno di guardia. — Rivolse un’occhiata attorno. — Dovrebbe esserci una buona vista da lassù. — Si diresse verso la roccia e incominciò ad arrampicarvisi, salendo in modo rapido e senza esitazioni.

Nia lo osservava. — Sa fare bene ogni cosa?

— Ci sono volte in cui credo di sì.

— Lui non ti piace.

— Non molto.

— Perché?

— Perché fa bene ogni cosa. Per me non c’è niente di facile. Lo invidio.

Nia aggrottò la fronte e guardò il fuoco. — Avevo un fratello così. Anasu. Faceva tutto quello che andava fatto, e lo faceva meglio di quasi tutti gli altri. Ormai è un uomo grande e grosso. Ne sono sicura. Non era il tipo da restarsene fra le colline con i giovani, con gli uomini come Enshi. Ormai deve avere un territorio vicino al villaggio e molte donne nella stagione degli accoppiamenti. — Nia si grattò il naso. — C’era un’altra. Angai. Una mia amica. Era difficile andare d’accordo con lei quando era giovane. Non piaceva alla gente. Ma è cambiata in meglio. È la sciamana del mio villaggio. Ha con sé i miei figli. — Alzò lo sguardo. Mi ritrovai a guardare dritto nei suoi occhi color arancione. — Non capisco che cosa mi sia successo. Ma una cosa la so. È sbagliato provare invidia. Hakht la provava. Bruciava dentro di lei come fuoco sotto terra. L’ha trasformata in qualcosa di disgustoso. Non invidierò altre persone. — Si alzò e andò a prendere il suo mantello. — Adesso me ne vado a dormire.