Si coricò. Io rimasi alzata. La grande luna era visibile a occidente: una mezzaluna alta nel cielo, di un brillante giallo limone, che illuminava nuove nuvole. Erano grandi e ondeggianti. Un nuovo sistema atmosferico? Incominciavo a sentirmi assonnata. La mia mente vagava da un argomento all’altro: l’invidia, poi il fratello di Nia. Chissà che tipo era? Che cosa significava avere un fratello nella sua cultura? Ricordavo i membri più giovani della mia famiglia. Leon. Clarissa. Charlie. Maia. Mark. Fumiko.
Fumiko era di gran lunga la più giovane. Quando ero partita lei stava terminando l’università e si preparava per il suo anno, o i suoi anni, di vagabondaggi. Io ero andata molto presto, a vent’anni. Avevo lasciato la scuola e me ne ero andata nella Grande Isola a tagliare canna da zucchero. Poi mi ero recata in Asia, lavorando su uno dei nuovi piroscafi da carico. Cucinavo e imparavo a far funzionare il computer che controllava le vele. Quello era un compito facile. Il computer funzionava quasi da solo. Ma ero quasi impazzita cercando di cucinare nella minuscola cambusa mentre tutto attorno a me si muoveva.
Bene, era accaduto molto tempo addietro e su un altro pianeta. Presi il mio poncho e mi coricai per dormire.
Fui svegliata da un grido ululante: acuto, pauroso, disumano. Un istante dopo ero in piedi. Non ricordavo come ci fossi arrivata in quella posizione. Dall’altra parte del fuoco c’era Nia. Era in piedi anche lei. Aveva gli occhi sgranati e teneva in mano il suo coltello.
— Che cos’è stato? — chiese.
— Non lo so.
Mi resi conto che lo sapevo e che mi ero sbagliata. Il suono non era disumano. Era il grido di battaglia di un aborigeno californiano. Mi guardai attorno. — Derek?
Dalle tenebre giunse un altro suono, un grido di paura nel linguaggio dei doni. — Aiuto! Aiuto! Un demonio!
Mi voltai e mi precipitai giù per la collina. Nia mi seguì. Ci facemmo strada fra la pseudo-erba. Sotto di noi la voce ripeteva: — Aiuto! Aiuto!
Derek gridò: — Smettila di lottare con me!
Li vidi, una massa che si dimenava, appena visibile nel chiarore lunare. Mi fermai. I due corpi rotolavano avanti e indietro. Derek era sopra. Vedevo agitarsi i suoi capelli biondi. La persona che stava sotto gridava: — Aiutatemi!
Nia disse: — Se hai intenzioni pacifiche, smettila di dibatterti. L’altra persona non ti farà del male. Non è un demonio.
— No? — Il corpo che stava sotto cessò di muoversi. — Sei sicura?
Derek si sollevò dall’altro individuo e lo tirò in piedi.
— Aiya! Guarda che cosa doveva capitarmi! Sei assolutamente certa che questa creatura non sia un demonio?
— Sì — rispose Nia. — E tu chi sei?
— Sono la Voce della Cascata.
— Non è possibile! Ne ho sentito parlare. Passa tutta la sua vita vicino alla cascata. Quando muore e la gente trova il suo corpo, lo getta nel fiume. Le sue ossa giacciono fra le rocce sul fondo della cascata.
— Questo è vero. Non possiamo parlarne accanto al fuoco? Ho paura a restare qui fuori al buio. E questo essere dalle mani forti non potrebbe lasciarmi andare?
— Lixia? — chiese Derek.
— È tutto a posto. Lascialo andare.
C’incamminammo su per la collina. Quando arrivammo accanto al fuoco guardai l’oracolo. Questa volta non era più nudo, ma indossava un gonnellino lacero. Non riuscii a distinguerne il colore. Grigio o marrone. Attorno al collo portava una collana: perline d’oro e grossi pezzi irregolari di turchese. I turchesi erano blu e verdeazzurri. La collana era splendida. L’uomo si massaggiò le braccia. — Uh! Che presa che ha quella creatura! — Guardò Derek. — Un altro individuo senza pelo! Che cosa sta accadendo al mondo?
— Perché sei qui? — gli domandò Derek.
— Non possiamo sederci? Sono stanco. Sono giorni che cammino. Mi fanno male i piedi e ho così sete che non riesco quasi a parlare.
Nia prese la sua ghirba. L’uomo bevve, poi si sedette. — Aiya! Così va meglio. Avete qualcosa da mangiare?
Nia gli porse un pezzo di pane. Lui lo mangiò.
Derek gli chiese: — Perché ci stavi seguendo?
— È una lunga storia. Sedetevi. Tutti quanti. Ma non troppo vicino. Non sono abituato alle persone.
Ci sedemmo. L’uomo prese un altro sorso d’acqua. Poi mi fissò. — Tu sei quella che ho incontrato.
— Sì.
— Sei andata al villaggio. Dopo, mia madre è venuta da me con altre donne. Lei, mia madre, ha portato cibo e una nuova coperta, una bella coperta spessa e soffice. Mi ha detto che non mi prendevo cura di me stesso. Sarei morto di freddo in inverno. Le ho risposto: "Vecchia, sei pazza quanto me. Non preoccuparti per me. Io appartengo alla cascata. La cascata si prenderà cura di me". Lei mi ha dato una medicina che fa bene per il mal di gola e il senso di pesantezza al petto. Poi se ne è andata. È tornata con quella. — Indicò Nia. — Dopo che tutti se ne furono andati, ho fatto un sogno. Mi è apparso lo Spirito della Cascata. Era simile a una persona, salvo che era grigio come l’argento, e non avrei saputo dire se fosse maschio o femmina. Mi ha detto: "Sta succedendo qualcosa di importante e riguarda la persona senza pelo. Segui quella persona. Ascolta quello che dice".
"Ho cercato di protestare, ’Il mio posto è qui. La Voce della Cascata non lascia mai questo posto’. Lo spirito allora ha assunto un’aria adirata. ’Tu sei la mia voce. Non ribattere con arroganza.’ Allora ho incominciato a tremare. Lo spirito ha continuato: ’Io non appartengo a nessun luogo, sebbene mi piacciano questo canyon e questa cascata. Quanto a te, il tuo posto è dove ti dico di stare. Adesso va’! E non discutere. Ricorda di chi sei la voce’.
"Mi sono svegliato. Che cosa potevo fare? Solo quello che mi aveva ordinato lo spirito. Sono andato al villaggio. Tu" puntò il dito nella mia direzione "eri nel villaggio. Ho aspettato. Ho mangiato ciò che sono riuscito a trovare. Quando qualcuno si avvicinava, mi nascondevo fra i cespugli. Finalmente siete uscite, e vi ho seguite sulla pianura.
"Che viaggio! Ci sono voluti… quanti giorni? Cinque o sei. Non riuscivo a non perdervi di vista. Ma sapevo che avreste seguito la pista. Dopo un giorno o due mi si sono rotti i sandali. Li ho gettati via entrambi. Hanno incominciato a farmi male i piedi e avevo fame. Ho cavato la radice della pianta di rukha spinosa. Mi ha fornito cibo e acqua, ma mi sono punto le dita con le spine.
"Dopo quattro giorni sono arrivato a un fiume. Uh! Che piacere! Ho bevuto acqua e raccolto insetti. Ho acceso un fuoco e li ho arrostiti. Che dolcezza! Che delizia! Ne ho mangiati fino a sentirmi male, poi mi sono riposato e poi ho attraversato il fiume.
"La notte successiva è stata terribile." S’interruppe un momento e rabbrividì. "Ero disteso sulla pianura, da solo, senza un mantello per coprirmi. È arrivato un animale. Sentivo il rumore del suo respiro. Oo-ha! Oo-ha! Riuscivo a sentirne l’odore. Puzzava di carne putrefatta. Mi girava intorno furtivamente. Fiutava e faceva una specie di brusio. Ho pensato: so che cos’è. Un assassino-delle-pianure, e adesso mi mangerà. Non mi sono mosso. Ero troppo spaventato.
"La creatura ha fatto un secondo giro intorno a me, continuando a mormorare. La sentivo. Aiya!" Rabbrividì e batté le palpebre. "L’ho sentita prendermi un gamba fra i denti. Ha sollevato la mia gamba, poi l’ha lasciata andare. Ho lasciato cadere la gamba come se fossi stato già morto. Deve avermi guidato lo spirito. Deve avermi detto lui che cosa fare."