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— C’è qualcosa che non va. Quel lago è singolare.

— Non stento a crederlo — osservò Nia. — Questa terra è singolare. — Usò lo stesso termine utilizzato da Derek. Significava "insolito", "imprevisto", "sbagliato". Dopo una breve pausa proseguì. — Non mi ricordo affatto di questo posto. Sono sicura che siamo sulla pista sbagliata, anche se non so come sia possibile. Ho una buona memoria e un eccellente senso dell’orientamento. Non mi sono mai persa.

Mi girai sulla sella. Nia arrancava accanto a me. Aveva i piedi infangati e la pelliccia bagnata. La tunica le si incollava al corpo. — Che cosa dobbiamo fare?

Nia fece il gesto dell’incertezza.

— Proseguire — disse l’oracolo alle mie spalle. — Lo Spirito della Cascata provvederà a farci arrivare nel posto giusto.

— Che consolazione! — fu il commento di Derek.

Finalmente arrivammo in un punto in cui la parete della valle era bassa. Un pendio conduceva giù verso il fondo giallo e arancione. La sommità del pendio era ricoperta di vegetazione: piccoli arbusti e moltissima pseudo-erba. Più in basso il terreno era brullo. Una linea scura l’attraversava serpeggiando: un’altra pista, più stretta della nostra, meno usata, che si addentrava nella valle.

Derek si fermò. Io tirai le redini del mio animale.

L’oracolo venne a fermarsi accanto a me. — Che cosa c’è? — chiese.

— Penso che dovremmo accamparci.

— Qui? — domandai.

Derek fece il gesto dell’affermazione.

Mi guardai attorno. Su un lato avevo il pendio, sull’altro un affioramento di roccia, nero e massiccio. La pista, quella principale, conduceva oltre la roccia. Non c’era nient’altro. Non c’era legna, a parte i piccoli arbusti, né alcuna traccia di acqua. — Perché? — chiesi.

— Non riusciremo a discendere il pendio prima di notte, e non ho visto nessun luogo che sia migliore di questo.

— Ha ragione lui — disse Nia. — La roccia ha una sporgenza. Dovrebbe ripararci, se pioverà, e c’è foraggio per gli animali. Ammetto che mi piacerebbe un po’ d’acqua fresca. L’acqua nelle nostre ghirbe sta diventando vecchia. Ma quando una persona viaggia senza il proprio villaggio, deve prendere quello che riesce a trovare.

— Ed essere grata di questo — aggiunse l’oracolo.

Nia fece il gesto dell’approvazione.

Smontai di sella. L’oracolo fece lo stesso. Mi stiracchiai e mi allungai il più possibile, poi mi piegai. Riuscivo a stento a toccare il terreno. Lo sfiorai con la punta delle dita e mi raddrizzai, inspirando nello stesso tempo. Altra ginnastica! Questa spedizione non doveva servire da scusa per impigrirmi.

L’oracolo disse: — Lui vuole scendere nella valle.

Guardai Derek. Stava fissando il panorama. Il cielo si andava rasserenando. La luce del sole illuminava i bordi delle nuvole e i colori della valle erano ancora più accesi di prima. — Perché? — domandai.

Lui si voltò. Conoscevo quell’espressione, le sopracciglia inarcate e il sorriso contorto. Derek stava progettando qualcosa di futile o pericoloso, e voleva la mia approvazione. La seduzione era entrata in funzione. Non avevo idea di come facesse, ma era teatrale come un luce al neon che incominciava ad accendersi. Il suo sorriso si allargò.

— Derek, falla finita! Spegnila!

— Che cosa?

— La bellezza mascolina, la seduzione, il fascino erotico. — Ero passata all’inglese. Nia incominciava ad accigliarsi.

— Voglio dare un’occhiata a quel lago — disse Derek. Stava parlando il linguaggio dei doni. La sua voce era profonda e tranquilla. Una voce ragionevole. La voce del buonsenso. — Credo di potercela fare ad andare e tornare prima che la luce sparisca del tutto.

— Ne dubito, e credo che tu sia pazzo a tentare. Quella laggiù è un’area molto attiva. Il suolo è probabilmente rovente, e forse non è sicuro. Potrebbe essere una crosta sopra qualcosa di brutto. Potresti sprofondare. Potresti finire nel brodo, e parlo più in senso letterale che metaforico.

— Parla la nostra lingua — protestò Nia. — Mi interessa questa discussione.

— Okay. Sto dicendo a Derek di non andare in quella valle.

— Non riuscirai a fargli cambiare idea — disse l’oracolo.

Derek rise. — Ha ragione. Rinuncia, Lixia. È inutile parlare. Ho intenzione di andarci.

Feci il gesto che significava "così sia". — Prendi i tuoi stivali.

— Perché? Mi muovo più rapidamente a piedi nudi.

— Te l’ho detto. Credo che il terreno sia rovente. — Mi piegai su un lato, sollevando un braccio, e abbassai l’altro braccio fino a toccare la caviglia, poi chiusi gli occhi, concentrandomi sulla respirazione. Dentro. Fuori. So. Hum. O gioiello del loto!

Mi raddrizzai e aprii gli occhi. Derek se n’era già andato: una piccola figura scura che si muoveva a scatti fra la pseudoerba, già a notevole distanza. Oltre e sotto di lui si estendeva la valle.

Nia dissellò i cornacurve. Accendemmo un fuoco sotto la sporgenza rocciosa. Per cena mangiammo quel che restava dello pseudo-dinosauro.

— Perché c’è andato? — domandò Nia.

— Non ne ho idea. Derek fa di queste cose. Non spesso. — Esitai. Volevo dire che quasi sempre giocava pulito, secondo le regole, ma non conoscevo la parola locale per definire "gioco". Dissi: — Quasi sempre fa quel che è giusto.

Nia finì un pezzo di carne, poi gettò l’osso nel fuoco. — Tutti gli uomini sono pazzi in un modo o nell’altro.

L’oracolo fece il gesto dell’approvazione.

Fissai il cielo della sera. La Grande Luna era sorta. Era più di una mezzaluna ormai e sembrava… che cosa?… tre quarti delle dimensioni della Luna terrestre vista da Skyline Drive, a Duluth, in una notte di piena estate.

Perché non conoscevo il termine per definire "gioco"? Guardai Nia. — Che parola si usa per definire quello che fanno i bambini quando lanciano una palla?

— Si dice "scherzare".

Be’, sì, aveva un senso logico. Era uno dei significati di "gioco". Ma ne aveva anche altri. Pensavo all’Amleto e alla tripla azione, sebbene non fossi del tutto certa di che cosa fosse. E al maneggio della spada. Amleto e Laerte, per esempio. E ai musicisti che suonano i loro strumenti. Quello che mi serviva era l’Old English Dictionary. Eddie aveva accesso ai computer linguistici. Afferrai la radio e l’accesi.

Mi rispose di nuovo un computer. Lo stesso programma di prima. Riconobbi l’accento e il tono di distaccata cortesia. La voce pacata arrivava attraverso un lieve e costante crepitio, simile al fuoco.

Chiesi la definizione di "gioco".

— Un minuto soltanto — rispose il computer.

Sentii i consueti rumori che fanno i computer quando sono al lavoro: un bip, seguito da una serie di cinguettii e poi un nota simile a un campanello. Una nuova voce, un altro programma, mi riferì i significati della parola "gioco" in inglese. Che significa anche scherzare, suonare, giocare d’azzardo, rappresentare, agire, divertirsi, dirigere, far funzionare, muoversi rapidamente…

Era una voce maschile con un accento cinese.

Quando ebbe terminato, ringraziai e spensi la radio.

— Che cos’è quell’oggetto? — s’informò l’oracolo.

Nia si protese in avanti. — Li-sa me l’ha spiegato. È un modo di parlare con persone che si trovano oltre l’orizzonte.

— Oh. Credevo potesse trattarsi di uno strumento musicale. Fa un sacco di differenti tipi di rumore, e alcuni sono piacevoli.

— Che cosa fate con uno strumento musicale? — domandai.

L’oracolo aggrottò la fronte. — Che cosa intendi dire?

— Qual è la parola che significa usarlo. Fargli fare un rumore.

— Oh. Nakhtu.