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— Allora è un’offerta. Un dono ai demoni del fuoco. Non avresti dovuto prenderlo. — Porse il braccialetto a Derek.

— Oh, no? — Si rimise il braccialetto.

— Vedo che hai intenzione di tenerlo. — Nia fece il gesto che significava "così sia". — Credo che tu stia facendo un errore. — Si voltò e si allontanò.

Derek sorrise, poi si tirò giù la manica e l’allacciò.

— Ci sono volte in cui credo che tu sia pazzo — osservai.

— No. Solo gravemente alienato. In ogni caso, non credo ai demoni del fuoco. — Lanciò un’occhiata alla valle. — È un bene che non ci creda. La mia protezione personale è troppo lontana. La Balena Grigia non può aiutarmi qui.

La pista curvava verso sud, lasciando il margine della valle. Ancora una volta viaggiavamo in mezzo a colline. La giornata era nuvolosa e il sole era un luminoso disco bianco. Nella luce diffusa non c’erano ombre. Ero quasi certa che stessimo viaggiando verso occidente, ma non ci avrei scommesso. Pensavo anche che stessimo salendo, ma non avrei scommesso neppure su questo. La pista si snodava su e giù.

Gradualmente, i pendii delle colline si facevano più dolci, le valli più ampie e meno profonde. Gli alberi e gli arbusti, quei pochi che c’erano stati, sparirono.

— Uhu — disse Nia in tono soddisfatto. — Stiamo arrivando sulla pianura.

Ci inoltrammo in una nuova valle. Al centro scorreva un fiumiciattolo e un gregge di animali pascolava lungo la riva. Erano bipedi, una nuova specie, più grossa e più pesante di ogni specie vista in precedenza. Soltanto due si tenevano ritti sulle zampe posteriori. Forse stavano di vedetta. Gli altri avevano le zampe anteriori appoggiate al suolo e la testa abbassata, e stavano pascolando.

Derek disse: — Devono essere più abili dei nostri dinosauri. Devono competere con i mammiferi per i pascoli. O dovrei chiamarli mammiferoidi? Non capisco come riescano a sopravvivere.

— Ci sono, o c’erano, un sacco di strani uccelli sulla Terra. Struzzi. Emù. Casuari dell’elmo. E che dire del moa e del grande uccello degli alcidi? Sono sopravvissuti anche nell’era dei mammiferi. Di fatto, credo che la loro evoluzione sia avvenuta nell’era dei mammiferi.

Derek scosse il capo. — Si sono evoluti dai comuni uccelli per colmare determinate nicchie ecologiche: su isole, in almeno due casi. Il moa viveva nella Nuova Zelanda. Il grande uccello degli alcidi nidificava in Islanda. Queste creature invece si trovano ovunque. È evidente che riescono a competere con successo. E non credo che i loro antenati fossero uccelli. Sembrano più rettili, se questo termine ha un significato, su questo pianeta.

— Sono pennuti, e sono disposta a scommettere che sono animali a sangue caldo.

— Lo erano anche i dinosauri. Animali a sangue caldo, voglio dire.

Uno degli animali eretti emise un muggito. Gli altri s’impennarono sulle zampe posteriori e si allontanarono su per la valle lungo il fiume. Avevano un’andatura buffa, un modo di correre goffo. A dispetto dell’atteggiamento maldestro, coprivano una notevole distanza. Quando arrivammo sul fondo della valle erano già spariti.

All’incirca a metà del pomeriggio mi guardai attorno e mi resi conto che le colline erano finite. Ci trovavamo su una pianura ondulata, ricoperta di pseudo-erba che ondeggiava al vento, cambiando colore ogni volta che le foglie si rovesciavano: verde, verdeazzurro, bruno e grigio.

Qualcosa s’innalzava sopra l’orizzonte verso nord. Mi riparai gli occhi con la mano e osservai. La cosa era quasi dello stesso colore del cielo e così lontana che la si vedeva a stento. Un cono, ampio alla base. La sommità del cono, la punta, era mancante. Al suo posto c’era una linea orizzontale. L’orlo di un cratere.

Mi voltai ad aspettare Nia, che cavalcava a una certa distanza alle mie spalle. L’oracolo era dietro di lei, e cavalcava anche lui. — Che cos’è quello? — chiesi, indicandolo con la mano.

Lei lanciò un’occhiata, poi tirò le redini del suo animale.

— Non l’ho mai visto prima, ma ne ho sentito parlare. Quello è Hani Akhar. La Grande Montagna. La dimora della Signora della Fucina.

L’oracolo venne a fermarsi accanto a noi. Guardò verso nord. — Sì, è quella. Riesco a sentirla anche a questa distanza. È un luogo molto sacro. E anche pericoloso. Quello spirito non è sempre amichevole.

— Questa è certamente la pista sbagliata — disse Nia. — Siamo molto più a nord di dove volevo essere.

— Alla fine arriveremo nel posto giusto — ribatté l’oracolo. — La strada che prendiamo non conta.

Nia si grattò il naso. — Non c’è modo di discutere con una persona santa. Costoro sono sempre sicuri di saperne più di noi. E se diciamo "no", loro replicano: "Gli spiriti hanno parlato".

Proseguimmo. Non mi piaceva camminare accanto ai cornacurve. Erano troppo grossi, e la cavalcatura di Nia ogni tanto era irrequieta e perfino cattiva. E certamente non mi andava di seguire gli animali. Era una seccatura dover fare sempre attenzione allo sterco.

Quella sera ci accampammo presso un piccolo lago paludoso. Derek e Nia andarono a caccia. Tornarono al calar della notte, a mani vuote. Mangiammo pane vecchio e bevemmo l’acqua del lago. Aveva uno strano gusto.

— Acqua di palude — osservò Derek. — Ho bevuto di peggio in California.

— Nel deserto? — domandai.

— Per lo più. Ma anche a Berkeley. C’erano un paio di tizi nella mia facoltà che avevano gusti veramente disgustosi in fatto di vino. Ed erano persone importanti. Ero costretto ad andare alle loro feste.

— Di che cosa state parlando? — s’informò Nia.

— Di una bevanda simile al bara - risposi.

— Ha un gusto cattivo?

— Qualche volta — disse Derek.

Si allontanò, portando con sé la sua radio. Io rimasi accanto al fuoco con i due nativi.

La grande luna era sorta ed era più di una mezzaluna. La guardai, cercando di scorgere segni di un’eruzione vulcanica, ma le nuvole la velavano e ne rendevano indistinti i bordi.

Guardai i due indigeni. — È mai successo qualcosa di strano alla grande luna?

— Che cosa intendi dire? — domandò Nia.

Riflettei un momento, cercando di immaginare un modo per descrivere qualcosa che non avevo visto. — Non vi compaiono mai delle macchie luminose? Non si vedono mai delle cose sul bordo, come fili di vapore o come una lingua di fiamma sporgente?

Nia fece il gesto dell’affermazione. — Ma è una cosa eccezionale.

— Che cosa significa? — chiesi.

— Niente che io sappia. — Aggrottò la fronte mentre pensava. — Ci sono persone a occidente che hanno trovato un modo di osservare il sole senza ferirsi gli occhi. Secondo loro il sole non è perfetto e senza macchie come pensiamo. Sostengono che è chiazzato. Le chiazze sono nere e si muovono strisciando come insetti. Quando compaiono le macchie, in grande quantità, significa che il tempo si metterà al brutto.

— Non ho mai sentito questa storia — disse l’oracolo. — Ma so che cosa significa quando compare una macchia sulla luna.

Feci il gesto della curiosità.

— Significa che la Madre delle Madri non ha tenuto d’occhio la sua pentola.

— Che cosa? — domandai.

— Le donne anziane sostengono che la grande luna è una pentola per cucinare. Appartiene alla Madre delle Madri. A volte lei si dimentica di tenerla d’occhio e allora trabocca. Allora vediamo quello che hai descritto tu. Le vecchie dicono che significa che sarà un inverno di carestia. — Fece una pausa. — Mia madre sostiene che le vecchie si sbagliano. Lei tiene da parecchi anni una cordicella della luna. Ogni volta che succede qualcosa lassù, fa un nodo. E ha altre cordicelle che usa per tenere il conto del tempo atmosferico. Pioggia. Neve. Un vento forte. Siccità. Ha una cordicella per ogni tipo di tempo. Non c’è alcun collegamento fra quello che succede sulla luna e quello che succede sulla pianura. Questa è la sua opinione. Credo che abbia ragione.