"’Oh! È una cosa meravigliosa!’ esclamò la vecchia, e incominciò a pettinarsi la pelliccia. Ne uscirono animali, a centinaia. Ruzzolarono giù dal cielo e riempirono il mondo. Tutte le persone si rallegrarono."
Inahooli smise di parlare. Io distesi le gambe e mi alzai. Ormai era mezzogiorno. Eravamo inondati dalla luce del sole e l’aria era calda e stagnante. Sudavo.
— Ebbene — fece Inahooli. — Sei colpita? Credi che la mia antenata sia stata grande?
— Sì. — Mi voltai a guardare la torre. Un dio burlone come Anansi il Ragno, il Coyote e Fratel Coniglietto. C’erano altre singolari analogie. La Vecchia del Nord mi ricordava un personaggio della mitologia Inuit. Esisteva forse una sorta di archetipo universale? Avremmo trovato gli stessi personaggi su un pianeta dopo l’altro? Immaginavo un inconscio collettivo che si estendesse attraverso la galassia, o forse al di sotto. Che idea! Ma stavo correndo troppo. Non avevo i dati. Mi stiracchiai. — Devo andare.
— No! Non andartene! Ho altre storie.
Feci il gesto del cortese rifiuto, seguito dal gesto dell’estremo rincrescimento. — Nia mi sta aspettando.
Lei si alzò, aggrottando la fronte. — C’è qualcosa in quel nome… — Sgranò gli occhi. — Ora ricordo! Nia la lavoratrice del ferro. La donna che amava un uomo. — Usò il termine che significava affetto familiare, l’amore fra sorelle o fra una madre e le proprie figlie. — Ci hanno parlato di lei, le donne del Popolo del Ferro. Hanno detto che l’uomo è morto. Ma lei viveva ancora da sola sulla pianura. Una donna grande e grossa con l’aria della malasorte. Ci hanno messe in guardia contro di lei. Hanno detto: "Se arriva nel vostro villaggio, lasciatela restare solo per il tempo minimo richiesto dalle convenienze, poi invitatela ad andarsene. Se la lasciate restare, farà inacidire il latte nelle vostre brocche. Farà spegnere i vostri fuochi".
— Nia non fa niente di male — replicai. Parlai con voce sommessa e tranquilla. Una voce sicura. La voce del buonsenso.
Inahooli taceva, la faccia sempre corrucciata, e si vedeva che stava riflettendo. — Non ha abbandonato il suo vecchio comportamento. Quando ha parlato della vostra amica, non ha usato una desinenza della tua lingua. Tu hai pronunciato diversamente il nome. Ho sentito. Al momento non l’ho capito. Ha dato al nome una desinenza della sua lingua o del linguaggio dei doni. In entrambi i casi è una desinenza maschile. Questa vostra amica è in realtà un uomo.
Aprii la bocca per protestare, ma che cosa potevo dire? Non mi andava di mentire, e non pensavo che Inahooli avrebbe creduto a qualunque menzogna avessi raccontato. — È meglio che me ne vada.
Lei mi fissò, strizzando gli occhi. — Che cosa sei? Perché viaggi con una donna del genere? E con un uomo?
— Te l’ho detto, sono una persona comune. Fra la mia gente, in ogni caso.
Inahooli fece il gesto del dissenso, muovendo con enfasi la mano. — Ho incontrato il Popolo del Ferro é il Popolo del Rame e il Popolo della Pelliccia e dello Stagno. Nessuno è veramente diverso. Non sulle cose che sono importanti. Credo che tu sia un demonio.
Come si può ragionare con una fanatica religiosa? Riflettei un momento. — Ricordati di ciò che hai detto prima che io venissi qui. La torre è magica. Se sono un demonio, perché non mi ha fatto del male?
Si voltò, fissando l’ingraticciata. In cima, un paio di stendardi si muovevano debolmente. Un paio di penne ondeggiavano. Doveva essersi alzato un po’ di vento, sebbene non riuscissi a sentirlo.
Inahooli fece il gesto dell’assenso. — L’ho detto.
— E io sto bene.
Ci fu una pausa. Poi Inahooli parlò, lentamente all’inizio. Era evidente che stava riflettendo ad alta voce. — Hai ragione. La torre avrebbe dovuto nuocerti. Ma così non è stato. — Tornò a girarsi verso di me. — Hai sconfitto la nostra magia. La torre è un qualcosa.
Non conoscevo quella parola, ma ne immaginai il significato. La torre era stata contaminata, dissacrata. Aveva perso il suo potere.
— Io ti ho condotta qui — disse Inahooli. — Sono la guardiana e questo rovinerà la mia reputazione. — Estrasse il coltello.
— Ascoltami — dissi.
Lei mi afferrò per il braccio e alzò il coltello. Mi divincolai e tirai calci, colpendola all’inguine. Era un bel calcio, forte. Inahooli barcollò all’indietro e ne approfittai per fuggire.
Riuscii a raggiungere la canoa, ma la donna mi seguiva dappresso. Non c’era il tempo di mettere in acqua quella dannata cosa. Afferrai una pagaia e mi girai ad affrontarla. — Non possiamo parlare?
— No! — Mi si lanciò contro. La colpii alla spalla con la pagaia. Lei gridò e lasciò cadere il coltello.
— Ascoltami! Non intendo fare del male!
Inahooli afferrò il coltello con l’altra mano. — Come possiamo servirci della torre? Le maschere sono rovinate. La magia è sparita.
Si chinò di colpo verso sinistra. La mia sinistra. Mi voltai e sollevai la pagaia. Il coltello balenò. Sferrai un colpo. Inahooli balzò indietro.
— Ti ho presa, demonio! — esclamò.
— Che cosa?
— Non vedi il sangue sul terreno?
Abbassai per un attimo lo sguardo e vidi soltanto la spiaggia sassosa. Non c’era sangue. Con la coda dell’occhio scorsi un movimento. Inahooli. Veniva verso di me, il coltello nuovamente sollevato. Agitai su e giù la pagaia e la colpii al ventre. Lei grugnì e si piegò in due. Abbattei con forza la pagaia sul dietro della testa.
Inahooli cadde. Raccolsi il coltello e lo scagliai fra i canneti, poi mi voltai a guardarla. Giaceva a faccia in giù, immobile.
M’inginochiai e le tastai la gola, poi le passai la mano sulla parte posteriore del capo. Le pulsazioni erano forti e regolari. La testa era solida come una roccia. Bene! Ma non avevo alcuna intenzione di restare nei paraggi ad assisterla. Molto probabilmente avrebbe tentato di nuovo di uccidermi. Spinsi in acqua la canoa, vi saltai dentro e mi allontanai pagaiando dall’isola. Che cosa non facevo per conoscere la mitologia!
Quando fui ben oltre i canneti, mi accorsi che qualcosa non andava nel mio braccio sinistro. Tirai dentro la pagaia e diedi un’occhiata. C’era un taglio nella mia camicia, dal gomito al polso. Il sangue gocciolava sul legno scuro della canoa e sui miei jeans. — Maledizione. — Mi tolsi la camicia e contorsi il braccio, cercando di vedere il taglio. Provai una fitta di dolore alla spalla. Strano. Mi ero dimenticata di quanto fosse rigida la spalla. Il taglio era lungo e poco profondo. Un graffio. Niente di cui preoccuparsi. Ma sanguinava ben bene, il che avrebbe dovuto ridurre il rischio di un’infezione. Non che un’infezione fosse probabile, a meno che non fosse provocata da qualcosa che avevo portato con me. Mi arrotolai la camicia attorno al braccio e legai insieme le maniche. Poi mi rimisi a pagaiare.
Soffiava un po’ di vento, leggero e irregolare. Le onde spruzzavano la canoa. Il braccio incominciò a farmi male, e anche la spalla. Mi concentrai sulla respirazione: dentro e fuori, tenendo il tempo con il movimento delle braccia mentre sollevavo la pagaia, la portavo in avanti, la immergevo nell’acqua e la tiravo indietro.
Davanti a me c’era la riva. Dove potevo approdare? Mi riparai gli occhi con la mano. Scorsi una figura sulla riva oltre i canneti. No. Due figure. Mi facevano cenni con le mani. Girai la canoa e pagaiai verso di loro. Un istante dopo erano spariti alla vista. Le canne si piegavano sopra di me, le teste pelose che ondeggiavano, e non avevo spazio per manovrare. Immersi la pagaia nell’acqua, toccai il fondo e spinsi. La canoa avanzò fra la vegetazione e arrivò in un punto dove l’acqua era limpida. Nia e Derek mi vennero incontro sguazzando e mi tirarono a riva.
— Dov’è Inahooli? — s’informò Nia.
Mi alzai. La canoa si mosse sotto di me. Derek mi afferrò per il braccio.