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— Penso che non ti succederà nulla — disse l’oracolo. — Parlerò per te.

Scavalcammo le pietre rosse e andammo a raggiungerlo. Aveva estratto il suo coltello e stava saggiando la lama con il pollice. — È troppo smussata. — Rimise il coltello nel fodero, poi allungò la mano. — Dammi il tuo coltello, Deraku.

Derek tirò fuori il coltello.

— Che cosa intendi fare? — chiesi.

— State zitti — disse l’oracolo. — E tenete le torce in modo che la luce cada su di me. — Prese il coltello di Derek ed esaminò la lama. — Bene. — Lo posò al suolo, poi si mise il braccio destro sul ginocchio, il palmo della mano all’insù. La pelle sul palmo era nera e senza pelo. Vidi dei calli alla base delle dita; erano di un grigio scuro. L’oracolo si palpò tutto il braccio, poi raccolse il coltello. Era mancino come la maggior parte delle persone che avevo incontrato su questo pianeta.

Fece un breve rumore, un gemito, e girò leggermente il braccio. Con la lama intaccò la carne appena sotto il gomito, quindi la tirò giù verso il polso. Il movimento era lento e accurato. Immaginai che un chirurgo si sarebbe mosso così. Sapevo che un buon medico lo faceva quando inseriva un’endovena. Arrivò al polso ed estrasse la lama. C’era sangue lungo il taglio.

— Aiya! - Asciugò la lama sulla pelliccia della gamba e restituì il coltello a Derek.

Derek lo mise via. Tornai a osservare l’oracolo. Era ancora nella stessa posizione, col braccio appoggiato sul ginocchio. Si guardava la ferita. Il sangue sgorgava attraverso il pelo, colava nel palmo della mano e gocciolava al suolo.

— L’hai fatto spesso? — domandò Derek.

L’oracolo alzò lo sguardo. — No. Il mio spirito ama la birra e il metallo lavorato. Non ha alcun interesse per il sangue. Non credo che mi piacerebbe parlare per spiriti come questi.

Derek fece il gesto dell’approvazione. L’oracolo si premette il braccio per far uscire il sangue. Pensai alle antiche cerimonie del Nord America: i danzatori del sole della pianura centro-occidentale e ì sacerdoti del Messico che si conficcavano spine nella lingua. Non erano le usanze dei miei antenati e non le capivo.

Ormai c’era una piccola pozza di sangue sul pavimento della grotta. Luccicava alla luce delle torce.

— Basta così — disse l’oracolo. — Può darsi che siano ancora affamati, ma io ho solo quel tanto di sangue. Capiranno, credo. — Si alzò in piedi.

Derek mise giù la torcia. Si tolse la camicia e l’avvolse attorno al braccio dell’oracolo, legandola. — Okay — disse e raccolse di nuovo la torcia. — Andiamocene di qui.

L’oracolo incespicò un paio di volte nell’attraversare la caverna.

— Credi di potercela fare da solo? — s’informò Derek.

— A uscire dal passaggio? Sì.

Lasciammo le torce nella grotta e uscimmo strisciando: Derek per primo, poi l’oracolo. Io fui l’ultima. Procedevo cercando a tentoni la via lungo la pietra bagnata. Davanti a me nell’oscurità l’oracolo sospirava e gemeva. Il taglio doveva essere più profondo di quanto mi fossi resa conto.

La galleria terminò. Mi alzai e vidi il fuoco di bivacco che ardeva luminoso di fronte alla cortina di pioggia. Nia era in piedi e guardava nella nostra direzione.

— State tutti bene? — chiese.

Derek disse: — La Voce della Cascata è ferito.

— Aiya! Quel pazzo!

L’oracolo gemette e vacillò.

Derek lo afferrò. — Lixia, prendi la tua cassetta del pronto soccorso. — Adagiò l’uomo peloso sul pavimento della grotta accanto al fuoco.

— Aiya! - si lamentò l’oracolo. — Non mi sento del tutto bene.

Derek slegò la camicia. Il tessuto di cotone azzurro era macchiato di sangue che sembrava nero alla luce del fuoco.

— Sarà dura togliere queste macchie. — Derek mise giù la camicia, poi osservò la ferita. — Non è brutta. Un buon salassatore. Non è profonda.

— Lo dici tu — ribatté l’oracolo. — Non mi piace il sangue. Non mi è mai piaciuto.

Derek aprì la cassetta del pronto soccorso. Pulì la ferita, poi sistemò il beccuccio al barattolo della fasciatura. — Dovrei rasare il braccio — disse in inglese. — Ma non riesco a immaginare come farlo senza far entrare peli nella ferita. Farò la fasciatura più stretta possibile. — Spruzzò.

L’oracolo emise un leggero suono lamentoso.

— Si rimetterà? — domandò Nia.

— Sì — rispose Derek. — Non so come spiegarlo. Ci sono persone che sentono il dolore più di altre.

— Lo so — disse Nia.

— Credo che lui sia una di queste.

— Il dolore è mio — disse l’oracolo. — Come fai a sapere com’è?

— Questo è vero — rispose Derek. Si dondolò all’indietro sui calcagni. — Ho finito.

L’oracolo mosse il braccio. — La tua medicina è buona? Impedirà al mio braccio di imputridire?

— Sì.

L’oracolo fece il gesto che significava approvazione o soddisfazione.

Derek richiuse la cassetta del pronto soccorso.

— Non riesco a rimanere seduto — disse l’oracolo e si sdraiò.

Nia prese il suo mantello e lo stese sopra l’oracolo.

— Bene, bene — fece lui.

Nia mise altra legna sul fuoco. Dall’apertura entrò una raffica di vento, portando gocce di pioggia. Mi spruzzarono. La fiamma guizzò. Rabbrividii.

— Che cosa c’era là dentro? — s’informò Nia.

Dissi: — Una caverna. C’erano animali a colori sulle pareti. Nia aggrottò la fronte. — A colori?

— Come gli animali che la gente ricama su pezze di tessuto.

— Non la gente — mi corresse Nia. — Gli uomini. Sono loro che fanno i ricami.

— Ah. Gli animali sono… — cercai di pensare alla parola giusta. Come si diceva "dipingere" nel linguaggio dei doni? — Sono fatti con colori come quelli che usate per tingere. I colori sono messi sulla pietra, non sul tessuto.

Nia aggrottò di nuovo la fronte. — Penso che tu stia cercando di dire che ci sono atmi là dentro?

— Atmi?

— Come questo. — Tracciò una figura nel terriccio. Era una figura abbozzata: un quadrupede dalle lunghe corna ricurve. Un cornacurve. Atmi significava disegno.

Feci il gesto dell’approvazione.

— Ho già visto queste cose in precedenza. Fra le colline a sud di qui. Non so chi fossero le persone che hanno fatto quelle cose. Noi non disegnamo sulla pietra. Non intagliamo neppure la pietra, soltanto il legno e il metallo. Ma quelle persone l’hanno fatto. Ho visto una rupe coperta di incisioni.

Derek si protese in avanti. — Che specie di animali hanno disegnato quelle persone? Li hai riconosciuti?

Nia fece il gesto che significava "no". — Alcuni li conoscevo. Altri erano strani. Forse erano animali-spiriti. O forse quelle persone venivano da un altro posto. Come il posto dal quale venite voi, dove tutte le persone sono senza pelo. Senza dubbio devono esserci degli strani animali nella vostra terra. Sono senza pelo come voi?

— No — dissi. — Quasi tutti hanno pelo o squame o penne.

— Aiya! - disse Nia. — Credo che mi metterò a dormire. — Si coricò accanto al fuoco.

Io e Derek restammo alzati. Il respiro di Nia cambiò, diventando lento e regolare. L’oracolo gemette, poi sbuffò. Nia faceva un suono ronzante. Russava.

— Interessante — disse Derek. Parlò in inglese. — La fauna dev’essere cambiata, e in modo sensazionale, e lei non riesce nemmeno a concepire che sia possibile un cambamento di tale vastità. Nia capisce la distanza, ma non il tempo. — Tacque un momento. — Non riesco a pensare a una società umana contemporanea priva del senso della storia. La mia gente sa com’era la California prima del Grande Terremoto. Loro sono convinti di essere sfuggiti alla storia e tornati alle verità eterne. Ma sanno che un tempo esisteva la storia nella California meridionale e che esiste ancora nella maggior parte del resto del mondo. Non sono sicuro di essere chiaro. Incomincio a sentirmi stanco e inoltre non sono mai stato bravo a pensare alle astrazioni.