La lucertola ci fissò, poi afferrò di nuovo il bipede, tirandolo fuori del tutto dall’acqua. Lo lasciò andare e sollevò la testa, osservandoci di nuovo.
Eravamo a venti metri di distanza e non avevamo altra scelta che passarle accanto. Continuammo a muoverci e nessuno di noi parlava. Il mio cornacurve scuoteva le orecchie. Davanti a me l’altro cornacurve sembrava altrettanto nervoso. Agitava avanti e indietro la corta coda, pronto a dare un segno di allarme. Nia camminava al mio fianco, una mano sulla briglia dell’animale.
La lucertola chinò la testa e spinse col muso il bipede, girandolo così che avesse il ventre all’insù. Poi lo addentò.
Dopo di che non ci prestò più la minima attenzione. Un paio di volte mi girai sulla sella a guardare indietro. La prima volta la testa della lucertola era bassa. La seconda volta la testa era sollevata. Frammenti di carne le penzolavano dalle mandibole e un lungo pezzo di intestino era avvolto attorno al muso.
Rabbrividii. Il mio cornacurve sbuffò. La pista tornava nella foresta. Mi voltai un’ultima volta. L’insenatura era sparita alla vista.
— Quant’era grossa quella creatura? — chiesi.
Nia disse: — Il corpo era grande quanto Derek.
— Due metri più la coda — disse Derek in inglese.
— Uh! — esclamai.
L’oracolo fece il gesto dell’assenso.
Un po’ prima del tramonto arrivammo alla riva del fiume. La foresta finiva all’improvviso. Di fronte a noi c’era una vasta distesa d’acqua. Quanto era larga? Un chilometro? Era costellata di basse isolette. Alcune erano brulle: banchi di fango o di sabbia. Altre erano ricoperte di vegetazione. L’acqua scorreva placida, luccicando alla luce del sole che era quasi sparito.
— È uno spettacolo che non vedevo da molti inverni — ci disse Nia. L’ho attraversato in inverno a nord di qui. Era gelato. Quello è il periodo migliore per attraversarlo.
— Non l’ho mai visto prima — disse l’oracolo. — È certamente grande.
Ci riposammo per un po’. Il sole calò. Sopra di noi volavano uccelli, diretti verso i loro nidi.
— Sono stanco — disse l’oracolo. — Accampiamoci.
— Non qui — fece Nia.
— Perché no? — domandai.
Lei puntò il dito verso nord. Un filo di fumo si levava lento nel cielo. — Passeremo la notte con quelle persone… se sono donne. Se invece è un uomo, meglio saperlo ora, prima di dormire.
Ci dirigemmo verso il fumo, viaggiando lungo l’argine del fiume. Scorsi una casa. No. Una tenda, a forma di emisfero. La porta si apriva verso il fiume. Davanti alla porta c’era un fuoco che brillava nel crepuscolo.
Nia si fermò e gridò: — Arriva gente!
Non ci fu risposta.
— C’è qualcuno in casa?
Una figura emerse dalla tenda. Indugiò presso il fuoco, guardando nella nostra direzione e aggrottando la fronte mentre cercava di vedere nell’oscurità. — Ti sento ma non riesco a distinguere che aspetto hai. — La figura fece il gesto che significava "vieni qui".
Smontai di sella. L’oracolo fece altrettanto. Barcollò e Derek lo cinse con il braccio. Nia prese le redini degli animali mentre noi ci facevamo avanti nella luce del fuoco.
— Atcha! - esclamò la persona. — Siete qualcosa da guardare!
— Siamo viaggiatori — disse Derek. — Il nostro amico è sofferente. Abbiamo bisogno di un posto dove stare per la notte.
La persona tacque. La guardai. Ero arrivata al punto di riuscire solitamente a indovinare il sesso di un nativo, ma questo individuo mi lasciava perplessa. La voce era profonda, il corpo ampio e massiccio. Tutto questo faceva pensare a un maschio. Ma la pelliccia era quella di una donna: soffice e liscia con la lieve lucentezza del velluto.
Indossava una tunica gialla con ricami sulle maniche e sul bordo. La fibbia della cintura era d’argento. E portava braccialetti d’oro e di bronzo.
Quasi certamente un uomo. Erano loro che amavano i fronzoli. Eppure non avevo mai visto un uomo con una pelliccia così.
— Potete restare qui — disse l’individuo.
Derek fece il gesto della gratitudine.
— Devo dirvi che non intendo dividere con voi la mia tenda. È piccola. Non ho più l’abitudine di vivere con altre persone. Ma ho un sacco di coperte e viveri sufficienti per tutti. Voglio sapere di voi. Non ho mai visto persone nude come voi.
Derek aiutò l’oracolo a sedersi, poi si raddrizzò. Una volta tanto era completamente vestito con jeans e una camicia. I jeans erano sporchi, la camicia strappata. Gli stivali erano consumati.
La persona disse: — In un primo tempo ho pensato che foste persone che avevano perso la pelliccia. Ci sono due brutte malattie negli acquitrini a sud di qui. Una fa tremare un individuo finché muore. L’altra fa cadere il pelo a chiazze. Di solito questa non uccide. Ma certamente mette in imbarazzo! — Corrugò la fronte. — Adesso vedo che non avete il corpo di persone. Siete troppo magri. Avete le gambe e le braccia troppo lunghe. E il modo in cui vi muovete non mi sembra giusto. Che cosa siete?
L’oracolo sollevò il capo. — Viaggio con loro da parecchi giorni. Hanno un aspetto strano, ma non sono demoni. E non sono neppure mostri come quelli che i bambini sacri scacciarono dal mondo molto tempo fa.
— Questa è una storia che non conosco — disse l’individuo. — O almeno non mi suona familiare. Di dove sei?
— Il mio popolo vive a est di qui. È il Popolo del Rame della Pianura. Io sono il loro oracolo. Viaggio con queste persone — indicò Derek e me con un cenno della mano — perché il mio spirito mi ha ordinato di farlo.
"L’altra persona che sta con noi, la donna che si tiene nell’ombra, è stata cresciuta fra il Popolo del Ferro."
— Atcha. - L’individuo guardò Nia. — Molti fra la tua gente vengono qui. Li traghetto oltre il fiume. Come ti chiami?
Nia non disse nulla.
— Ti vergogni — disse la persona in giallo. — Posso capirlo. Stai viaggiando con individui molto strani. Ti dirò qualcosa. Non mi importa. Tutti devono venire da me, anche quelli che preferirebbero nascondersi o mantenere segreto quello che fanno. Ho visto uomini che viaggiano insieme. Ho visto donne che amano viaggiare sole. Li porto da una riva del fiume all’altra. Tengo la bocca chiusa. Non critico.
— Il mio nome è Nia e non mi vergogno di queste persone.
L’individuo ci guardò di nuovo. — Devo dire che sono davvero strani. Io sono Tanajin. Sono cresciuta a sud di qui. La mia gente, la gente che mi ha cresciuta, vive negli acquitrini dove il Grande Fiume entra nella pianura di acqua salata. Il loro dono è il cuoio, che è fatto con la pelle degli umazi, che sono lucertole più grandi di qualunque altra si trovi nel fiume.
— Aiya! - esclamò l’oracolo.
— Io sono Lixia — dissi. — Questo è Derek. Il mio popolo è chiamato gli Hawaiani; il suo gli Angelinos.
— È un uomo. — Tanajin fissò Derek. — Non me ne ero accorta. E tu sei una donna?
Feci il gesto dell’affermazione.
— Siete i benvenuti. Legate i vostri animali dietro la mia tenda. Lì saranno al sicuro. Le lucertole non vanno a caccia fuori dall’acqua, e gli assassini-delle-foreste non amano lasciare l’ombra degli alberi.
Nia fece il gesto dell’intesa. Portò via gli animali. Derek la seguì.
C’era una grossa pietra piatta accanto al fuoco. Tanajin la spinse fra le fiamme, poi prese un bastoncino e raccolse la brace attorno alla pietra. Una superficie per cucinare. Poi fece il gesto che significava "solo un minuto" ed entrò nella tenda.