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Mi stavo infuriando ancora di più.

— I miei strumenti sono inganni e menzogne, malintesi e infortuni. Tutto ciò che è stupido e poco dignitoso capita a causa mia. Hola! Sono importante!

Cercai di afferrare l’individuo, ma mi scappò via e rimasi sola, sentendomi felice.

Una voce disse: — Non serve a niente.

Guardai in su. Il tipo era sopra di me, seduto su un ramo, circondato da fiori di plumeria color panna. Agitava le sue antenne. Il suo corpo scuro luccicava.

— L’oracolo penserà che sia accaduto a causa degli spiriti della grotta. Ulzai penserà che sia accaduto a causa degli umazi. Nia si sentirà colpevole e furiosa, come se fosse lei la responsabile. E tu penserai che la barca si sia capovolta senza alcun motivo.

"Te l’assicuro, sono stato io. Hola! Sono speciale, anche se sono piccolo!" Distese le ali e volò via, facendo un suono ronzante. Oltrepassò la torre e sparì nel cielo verdeazzurro.

Mi svegliai. Era metà mattina e giacevo al sole sotto un cielo terso dello stesso colore del cielo del mio sogno. Per un po’ mi sentii confusa. Dove mi trovavo? Non nelle Hawaii. E neppure nel Minnesota. Mi tirai su a sedere e ricordai. Ero a 18 anni luce da casa. La pelle mi prudeva. Mi guardai le braccia. Erano coperte di bernoccoli.

— Non farti prendere dal panico — mi dissi dopo un momento di terrore. — Sono morsicature di insetti, e le zanzare del Minnesota ti hanno conciata anche peggio.

La mia voce risuonò calma. Era confortante. Mi alzai. Avevo i vestiti appiccicati addosso. Sudore, per lo più. C’era una chiazza scura al cavallo dei miei jeans. Sudore e sangue.

La prima cosa da fare era un bagno, poi lavare i miei indumenti e fare il mio yoga.

Scesi lungo la spiaggia finché non fui oltre la barriera di legname. Quindi scavai un buco nella sabbia vicino all’acqua. Fu un lavoro lento. Non avevo nessun attrezzo a parte le mani e un pezzo di legno.

Quando la buca fu abbastanza grande, scavai un canale fino al fiume. L’acqua si riversò dentro. Mi svestii, mi inginocchiai nella piccola pozza sabbiosa e mi lavai, usando come strofinaccio il solo calzino rimastomi.

Dopo di che vi misi a mollo i miei indumenti e feci lo yoga. Terminai con la meditazione, fissando il fiume con gli occhi semichiusi. La luce scintillava sull’acqua verde e bruna. O gioiello del loto.

Strizzai i miei vestiti e li stesi sulla sabbia ad asciugare, mi sedetti ed esaminai la mia attrezzatura. Questa volta l’accendino si accese. Lo provai su un pezzo di legna, che prese subito fuoco. Questo mi risolveva due problemi: gli insetti e il modo di mandare segnali ad altre persone.

Misi da parte l’accendino ed esaminai il coltello. La lama era lunga dieci centimetri, fatta di acciaio inossidabile. Tagliente. Potevo usarla per tagliare a pezzi il cibo.

Non avevo intenzione di provare ad attraversare il fiume finché non avessi finito di mestruare, il che significava rimanere bloccata sull’isola per almeno quattro giorni. Che cosa avrei mangiato?

Potevo digiunare, naturalmente. L’avevo già fatto in precedenza. Ma probabilmente avrei finito con l’essere troppo debole per nuotare; inoltre, cercare cibo era un’occupazione. Una volta avevo letto un libro di Leona Field, una dei capi della seconda rivoluzione americana. Capo era la parola sbagliata. Leona era un’anarchica; non credeva nei capi. Aveva passato buona parte della sua vita aspettando, in prigione e fuori. Il suo consiglio era: programmate la prossima mossa, siate pazienti, tenetevi occupati. Decisi di seguire il suo consiglio.

Che cosa avevo a disposizione? Pesci nel fiume. Gli alberi erano pieni di uccelli e avevo visto un animaletto grande all’incirca come uno scoiattolo. Era peloso e arboricolo con una lunga coda che sembrava prensile. L’animale era comune sull’isola.

Non avevo modo di catturare gli uccelli o gli animaletti pelosi. Forse sarei riuscita a fabbricare una trappola per i pesci. Avevo osservato Nia.

E c’erano le piante. Nutrivo qualche preoccupazione su queste. Gli organismi che non erano in grado di fuggire ricorrevano spesso al veleno come protezione.

Avrei potuto raccogliere qualche esemplare adatto e provarlo mangiandone piccole quantità.

C’erano anche gli insetti. I bruchi erano una fonte di proteine. Non pensavo che potessero essere velenosi.

E animali diversi dai pesci? Esistevano cose come molluschi o gamberi? C’erano parecchie cose che non sapevo di questo pianeta.

Era ora di andare ancora in esplorazione. Usai il calzino bagnato per lavarmi le gambe e intanto pensavo che avrei dovuto trovare qualcosa da usare come assorbente igienico. Era un maledetto pasticcio e forse pericoloso. Non mi andava l’idea di lasciare una traccia di sangue. Risciacquai il calzino e lo stesi ad asciugare, poi indossai la biancheria e la camicia e mi diressi verso la foresta.

Durante le due ore successive sollevai rami caduti e capovolsi pietre, raccolsi foglie ed estirpai radici. Faceva un caldo terribile fra gli alberi. Dopo un po’ mi tolsi la camicia e la usai come sporta. Il sudore mi scorreva lungo la schiena e fra i seni. Gli insetti mi ronzavano attorno. Soltanto alcuni morsicavano, ma non sapevo perché. Forse c’era soltanto una specie che pensava che fossi commestibile, e quella specie usciva di notte. Forse… Al diavolo. Non avevo intenzione di teorizzare.

Trovai un arbusto pieno di bacche rotonde e violacee. Quando mi avvicinai gli uccelli si levarono in volo. Il terreno era coperto di escrementi di un bianco violaceo. Sembrava indicare che le bacche erano commestibili.

Un ramo morto si rivelò essere il rifugio di parecchi bruchi gialli. Misi anche questi nella mia sporta. Si contorcevano fra le bacche.

Su un altro ramo morto non trovai vita animale, ma la scorza interna era morbida e veniva via facilmente in lunghi fogli. Dovevo essere in grado di ricavarne un pannolino. La corteccia andò a far compagnia ai bruchi e alle bacche.

Passai una buona mezz’ora a osservare gli animali arboricoli. Zufolavano e stridevano e mi lanciavano oggetti. Per lo più ramoscelli. Restai dov’ero a fissarli, sperando che mi gettassero qualcosa di utile. Uno alla fine lo fece. Un frutto mangiato a metà. Lo raccolsi.

In qualche parte dell’isola c’era un albero che produceva frutti ovali, color blu indaco e commestibili. Misi il frutto nella sacca, vi aggiunsi qualche esemplare di vita vegetale e tornai alla spiaggia.

I miei vestiti erano quasi asciutti. Mi lavai di nuovo, poi fabbricai un pannolino con la corteccia. Il risultato non era particolarmente bello e non avevo modo di fissarlo ai pantaloni. Uno dei membri anziani della mia famiglia mi aveva ripetuto più volte: "Non andare mai da nessuna parte senza almeno un paio di spille da balia".

Eccomi qui, anni e anni luce da casa, su un pianeta di un altro sistema solare, a dimostrare che Perdita aveva ragione.

Indossai i jeans e vi infilai dentro il pannolino. Con un po’ di fortuna, sarebbe rimasto al suo posto.

Tirai fuori il frutto color indaco — i bruchi erano ancora vivi — e tagliai via la parte che era stata rosicchiata dall’animale arboricolo. Mangiai il resto. Era dolce e pastoso. Non male, sebbene preferissi frutta un po’ meno matura.

E poi? Incominciavo a sentirmi affamata, ma non abbastanza da mangiare i bruchi. Avrei dovuto trovare un uso per loro. Sarebbe stato uno spreco lasciarli morire. Se non potevano costituire la cena, sarebbero serviti da esca.

Lanciai un’occhiata al cielo. Era ancora pieno di luce. Avrei dovuto avere il tempo di fabbricare una trappola per i pesci. Avevo visto una pianta al centro dell’isola che probabilmente sarei riuscita a utilizzare.

Portai all’ombra la mia sporta piena di larve, la lasciai lì e tornai nella foresta.