C’era una leggera depressione al centro dell’isola. Il terreno era paludoso e la principale forma di vegetazione era qualcosa che somigliava a una canna. Ogni pianta consisteva di un unico stelo violaceo alto poco più di due metri. In cima a ogni stelo c’era una cresta fatta di fibre color magenta, simili a fili di ragnatela, tanto erano sottili e delicati.
Tagliai una dozzina di steli. Mentre segavo, le piante tremolavano e le fibre color magenta si staccavano.
Quando ebbi quasi finito, notai che tutte le piante perdevano le loro fibre, anche quelle che non avevo toccato affatto e alle quali non mi ero neppure avvicinata. Alcune delle fibre caddero lentamente al suolo e finirono nel fango. La maggior parte si allontanò fluttuando, attorcigliandosi e avvolgendosi, portata da correnti che non riuscivo a sentire. Qualcuna mi cadde addosso. Erano comuni, come filo. Me le spazzolai via con la mano e finii di tagliare. Quando ebbi terminato, l’intera pianta era spoglia.
Non ero in grado di stabilire quanto avesse visto il mio registratore, che penzolava e oscillava all’estremità della sua catena. Descrissi ad alta voce quello che era successo. — Ritengo che le fibre siano fiori o forse stoloni che viaggiano nell’aria. Le piante li liberano quando vengono ferite. In qualche modo le piante sono collegate. Una ferita inferta a una è una ferita a tutte. Se mi sbaglio e le fibre sono un sistema di protezione, forse questo messaggio servirà da avvertimento. — Riportai alla spiaggia i miei steli.
Ora, della corda. Decisi di usare il mio calzino. Era fatto di un filato veramente eccezionale, un misto di cotone e fibra sintetica, non assorbente come il cotone ma di gran lunga più resistente. Il calzino non aveva un buco, neppure dopo tutto il viaggiare che avevo fatto.
Fabbricai la mia trappola, fermandomi di quando in quando a chiudere gli occhi e a cercare d’immaginare Nia al lavoro, mentre piegava e fissava i rami. Aveva dita abili, il dorso coperto di pelliccia bruna. Il palmo nudo e scuro. Avambracci muscolosi. E la voce, profonda e lenta, spiegava quello che stava facendo.
Quanto mi mancavano quelle persone!
Vi misi anche una pietra come peso, come mi aveva detto lei, e poi i bruchi. Questi stavano diventando meno vivaci. Entrai con i piedi nel fiume. In quel tratto, di fronte alla mia spiaggia, era poco profondo. C’era un’insenatura protetta da un groviglio di detriti di legna. Dove questi finivano, il fondo del fiume scendeva. Da trasparente l’acqua diventava di un bruno verdognolo scuro e opaco. Un salto. Sistemai lì la mia trappola, proprio accanto al salto e vicino al groviglio di legna.
Tornai a riva e guardai giù nell’acqua. C’erano tracce nella sabbia. Ne seguii una. Scavai dove finiva. Aiya! Qualcosa di duro! Lo tirai fuori. Un cono grigio, pieno di tentacoli rosa. I tentacoli si agitavano freneticamente.
Gettai la creatura sulla riva e continuai la mia caccia. Trovai una mezza dozzina di quegli animali. Decisi di chiamarli calamari. I gusci andavano dai cinque ai dieci centimetri di lunghezza e gli animali mi sembravano commestibili. Più dei bruchi o delle diverse piante che avevo raccolto.
Il sole ormai era basso. La mia spiaggia era in ombra. Raccolsi della legna e accesi un fuoco. Spuntarono le stelle. Avvolsi un calamaro con delle foglie e l’arrostii nella brace. Sfrigolò ma non lanciò strida, cosa di cui fui grata. Ero disposta a uccidere animali e a mangiarli, accettavo quell’aggiunta al mio fardello karmico, ma non mi andava che le mie vittime fossero chiassose.
Tolsi dal fuoco l’involto di foglie e lo scartocciai. Il guscio era ancora grigio, i tentacoli avevano preso un bel color rosso ciliegia. Aprii il coltello ed estrassi l’animale dal guscio. Il corpo era a forma di cono e screziato di rosso e arancione. L’annusai. Non aveva alcun odore particolare. Lo aprii. Dentro non c’era niente di ripugnante. Non c’erano visceri pieni di sostanza nera, né alcuna sacca di inchiostro o veleno. Non c’erano lische né aculei.
— Avanti. — Lo mangiai. Era gommoso e aveva un gusto piccante. Mi piaceva.
Pensai di cuocere un altro animale, ma decisi di aspettare e vedere se il primo non mi avrebbe uccisa.
Una decisione difficile. Il mio stomaco brontolava. Potevo mangiare delle bacche. No. Un cibo alla volta. Se mi sentivo male, volevo poter stabilire quale evitare in futuro.
Gli insetti emersero dall’oscurità. Misi altra legna sul fuoco e cambiai posizione. Ora ero circondata dal fumo e gli insetti mi lasciarono in pace.
Dopo un’ora circa guardai i rimanenti animali. I loro tentacoli si muovevano debolmente. Stavano morendo. Se erano come i molluschi sulla Terra, sarebbero andati rapidamente a male. E io incominciavo ad avere davvero fame. Decisi di correre il rischio. Li avvolsi nelle foglie e li misi nella brace. Sfrigolarono.
Come potevo chiedere compassione al Bodhisattva quando io non provavo niente per quei piccoli esseri all’infuori di un inutile senso di colpa? E che cosa diavolo c’era che non andava in me? Stavo forse tornando indietro? Ero una persona moderna, una nativa delle Hawaii. Non sapevo niente delle credenze religiose degli antichi cinesi, a parte quello che avevo letto nei libri o sentito dire quando avevo fatto uno studio sulla comunità cinese di Melbourne. Perché dunque pregavo il Bodhisattva? E perché mi preoccupavo di ciò che succedeva a quegli sventurati animaletti? Misi altra legna sul fuoco.
Mangiai i calamari rimasti, poi raccontai al registratore quello che avevo fatto e mi misi a dormire. Mi svegliai la mattina dopo, sentendomi perfettamente bene.
Un’altra giornata radiosa. Feci visita a un tronco nella foresta e intanto pensai bramosamente ai bagni della nave. Mi lavai sulla riva del fiume, mangiai delle bacche, mi procurai della corteccia e mi feci un nuovo pannolino, mi misi quella dannata cosa e seppellii quella precedente. Infine entrai nell’acqua e andai a controllare la mia trappola per i pesci. La tirai su.
Avevo preso qualcosa, ma non era un pesce.
Se ne stava rannicchiato al centro della trappola, le zampe ripiegate. Contai dieci zampe. Ciascuna era lunga e sottile, piegata tre volte. Il corpo era rotondo e duro, con strisce e macchie marrone scuro e chiaro. A un’estremità c’era una testa, che consisteva in mandibole e occhi. Le mandibole scattarono. Gli occhi mi guardarono con astio. Li contai. L’animale aveva sei occhi, quattro grandi e due piccoli. Erano tutti sfaccettati. Avevo catturato un grosso ragno in un guscio duro. Un ragno con troppe zampe.
Clic. Clic.
Avevo desiderato un piccolo pesce gustoso.
— Okay — dissi. — Sei commestibile? Come ti cucino?
Clic.
Forse era delizioso, almeno quanto il calamaro. Le zampe ripiegate si mossero leggermente. Gli occhi mi guardavano furiosi. Naturalmente ero io a leggere un’espressione negli occhi, che apparivano come perline nere e, in realtà, non esprimevano nulla. Le mandibole scattarono. Aprii la trappola e la scossi.
L’animale cadde nell’acqua e sparì. Riportai a riva la trappola e la misi giù. Poi tornai verso l’insenatura. Sguazzai qua e là nell’acqua, cercando tracce nella sabbia, e trovai tre calamari. Furono la mia colazione.
Quando ebbi finito, andai nuovamente a esplorare la foresta. Trovai altre larve e una pianta che aveva un aspetto familiare. Aveva foglie azzurre arricciate e una radice grassa. Ero quasi certa che Nia avesse raccolto piante come quella. Ricordavo che aveva arrostito la radice. Era amidacea e insipida, ma saziava. Ne cavai nove o dieci.
Gli animali arboricoli facevano rumori sopra di me. Mi lanciarono altri ramoscelli. Aspettai, sperando in un altro frutto, ma non fui più così fortunata. Alla fine rinunciai e tornai sulla riva, misi altre esche nella trappola e raccolsi legna. Incominciavo a provare una certa noia. Sarei rimasta bloccata su quell’isola per altri tre o quattro giorni. Non sarei morta di fame e non avevo bisogno di un rifugio. Che cosa avrei fatto?