Lo portai fino al mio fuoco e lo tagliai a pezzi. Ne seppellii la maggior parte e usai un paio di frammenti come esca per la mia trappola.
Dopo di che mi sedetti a osservare il fiume, cercando eventuali lucertole. Non ne vidi. Non dovevano esserci rischi ad attraversare a nuoto.
Verso sera scorsi una scia di fumo più a est di dove mi trovavo. Verso valle. Mi alzai e sorrisi a quella linea sottile, simile a un tratto di matita. Avevo compagnia. Avrei aspettato un altro giorno e tenuto il fuoco acceso. Se non fosse venuto nessuno da me, avrei disceso il fiume.
Mi chiesi brevemente chi avesse fatto quel fuoco. Uno dei miei compagni o qualcun altro? Un cacciatore solitario. Un gruppo di donne in viaggio. Mercanti del Popolo dell’Ambra.
Era inutile fare congetture. Non avevo nessuna reale informazione. Feci il mio yoga, poi meditai, fissando il fumo.
Per cena mangiai un frutto. Dormii male, afflitta dalla cattiva digestione.
L’indomani il cielo era nuvoloso. Sentivo la pioggia nell’aria. Maledizione! Guardai verso est. Non c’era alcun segno dell’altro fuoco. Forse l’avevano lasciato spegnere durante la notte. Forse il fumo era invisibile contro il basso cielo grigio.
Controllai la mia trappola. Era di nuovo vuota. Così dissotterrai il bipede e ne usai un altro pezzo come esca. Poi esaminai anche il mio pannolino. Nessuna traccia di sangue. Dovevo essere in grado di attraversare a nuoto il fiume. Tolsi il pannolino e lo seppellii, poi riaccesi il fuoco.
All’incirca a metà mattina incominciò a piovere. Una pioggia sottile e brumosa. Il mio falò continuava ad ardere, ma chi l’avrebbe visto? La sponda orientale del fiume era indistinta. Imprecai contro chiunque fosse responsabile del tempo. I quattro venti. Quegli uomini turbolenti! Pregai Guan Yin, anche se non ricordavo se avesse qualcosa a che fare con la meteorologia, e chiesi alla Madre delle Madri di mettere in riga i suoi nipoti.
— E fa’ qualcosa riguardo al Piccolo Spirito Insetto, se puoi.
Forse stavo diventando un po’ pazza. Di norma non parlavo con gli spiriti. Il mio stomaco brontolò. Conclusi che il problema era la frutta. Avevo bisogno di carne o di verdura. Bevvi un po’ d’acqua e controllai la mia trappola. L’esca era ancora lì.
A mezzogiorno comparve un’imbarcazione: una lancia con una cabina e un motore abbastanza grosso. Risaliva lentamente il fiume sotto la pioggia.
Indossai i miei jeans e raccolsi le mie cose: il coltello, l’accendino, il calzino mezzo disfatto. Avrei dovuto spegnere il fuoco, ma come? Era piuttosto grosso. Avrei lasciato che fossero altri a occuparsene. Scesi fino alla riva e gridai e agitai le braccia.
La persona a poppa fece un cenno in risposta. La barca virò nella mia direzione. Entrai con i piedi nell’acqua.
La persona era vestita di verde oliva. Un membro dell’equipaggio. In teoria non c’erano uniformi sulla nave, ma i membri dell’equipaggio tendevano a vestirsi nello stesso modo: pantaloni di denim verde oliva e pullover verde oliva, soffici berretti con l’ala, verde oliva o neri.
Mi spinsi più al largo, fino al bordo del dislivello. La barca si avvicinò, muovendosi sempre più lentamente. La Ivanova. Riconobbi il suo corpo largo e tozzo. A salvarmi era il primo pilota della nave interstellare Number One.
Dalla cabina uscì qualcun altro, più alto della Ivanova e più massiccio, con indosso un paio di jeans e una giacca di denim blu. La camicia era rossa, i capelli lunghi e neri, portati sciolti. Gli cadevano sulle spalle. Il dottor Edward Antoine Turbine di Vento.
La barca si fermò accanto a me. Eddie si sporse in fuori e mi tirò a bordo. Mi abbracciò. — Lixia! Stai bene?
— Sì. — Mi tenni stretta a lui. Tremavo e avevo la sensazione che mi cedessero le ginocchia.
— Portala dentro — disse la Ivanova. Come sempre, la sua voce mi colse di sorpresa. Era una profonda voce di contralto che sarebbe dovuta appartenere a un’attrice o a una cantante. — Di’ ad Agopian di venire qua fuori. È necessario fare qualcosa riguardo a quel fuoco.
Un minuto dopo ero nella cabina. C’era un tappeto sotto i miei piedi nudi. Eddie mi aiutò a sedermi in una poltroncina. Mi appoggiai allo schienale e sentii la stoffa attraverso la camicia: un tessuto ruvido, molto probabilmente fatto a mano.
Tenevo le braccia appoggiate sui braccioli della poltroncina. Piegai le dita al di sotto e sentii il tubo di metallo. Quanto tempo era passato dall’ultima volta che ero stata seduta così, in alto, lontano dal suolo, in una poltrona con uno schienale? Non me lo ricordavo.
Eddie si chinò su di me, l’espressione preoccupata. C’erano altre persone alle sue spalle. Una donna, membro dell’equipaggio, con un viso centroasiatico. Un uomo che sembrava vagamente mediorientale. Un uomo alto e biondo con una tuta azzurro chiaro.
L’uomo biondo mi sorrise e fece il gesto che significava "benvenuta".
Derek.
Eddie disse qualcosa alle persone dell’equipaggio, che uscirono.
Derek domandò: — Stai bene?
— Sì. Eddie, mi sei addosso.
— Scusa.
Si sedettero entrambi. Guardai Derek. — Tu come stai? Che cosa è successo? Sai che cosa sia successo agli altri?
Lui fece il gesto che significava che non sapeva. — Mi sono ritrovato da solo. Dev’essere stato lo stesso per te.
— Sì.
— Ho perso la barca non appena si è capovolta e mi sono aggrappato a un albero che era rimasto impigliato nelle rapide. — Sorrise. — Ero lì, nel bel mezzo delle rapide, che mi tenevo a quel dannato tronco d’albero e mi chiedevo che cosa fare in seguito. Non vedevo nessuno. Non avevo idea di cosa fosse capitato agli altri.
— Che cosa hai fatto?
— Non era il posto adatto per nuotare, ne ero abbastanza sicuro. E non ho mai fatto nessuna esperienza di nuoto nell’acqua turbolenta. Mi sono dato da fare per liberare il tronco e uscire galleggiando dalle rapide.
Feci il gesto che significava "bravo" o "ingegnoso".
— È quello che ho pensato anch’io prima di scoprire come sia difficile manovrare un albero. Soprattutto questo. Era progettato molto male, almeno per la navigazione. Può darsi che avesse fatto bene la sua parte nella precedente attività. — Derek lanciò un’occhiata a Eddie. — Ti racconterò il resto più tardi.
Eddie si protese in avanti. — Sei sicura di sentirti bene, Lixia?
— Non mi fa male niente. Non ho ferite. Sono stanca, e quanto prima avrò voglia di mangiare, ma non adesso.
— Okay. — Si alzò in piedi. — Devo parlare con la Ivanova. Ci sono decisioni da prendere e lei le prenderà da sola se non andrò subito là fuori. Derek, occupati tu di Lixia.
— Le tue parole sono ordini per me.
— Piantala con le fesserie.
Eddie uscì dalla cabina. Mi guardai attorno, vedendo pareti curve e finestre ovali. Il tappeto sul pavimento era di un colore neutro: grigio o marrone chiaro. Tutto l’arredamento dava l’impressione di poter essere piegato o smontato o trasformato in qualcos’altro. I divani lungo le pareti, per esempio. Era evidente che diventavano letti. E i tavolini fra di essi si piegavano dentro le pareti. Le nostre poltroncine avevano cerniere. Era una dimora da nomadi. Mi venne in mente che stavo passando tutta la mia vita viaggiando.
— Ho i miei ordini — disse Derek. — Che cosa ti serve? O che cosa vuoi?
— Ancora niente. Dammi un minuto.
Fece il gesto del tacito consenso.
Chiusi gli occhi. Il tempo passò. Il rumore del motore cambiò. Aprii gli occhi e mi alzai. L’imbarcazione si stava allontanando dalla mia isola. La spiaggia, la mia spiaggia, era deserta. C’erano state delle persone, vedevo le loro orme nella sabbia, e il mio fuoco era coperto di schiuma gialla. La schiuma si stava sciogliendo sotto la pioggia e grondava dai rami, formando una pozza di acqua giallognola. Nella pozza galleggiavano chiazze di schiuma.