Ah, sì! E di indumenti. Indossai una tuta, taglia piccola, azzurra, il colore della pace e dell’unità. Non era il mio colore preferito, ma la sola alternativa era quel monotono verde oliva.
Avevo finito, a parte sollevare di nuovo il lavabo nella parete sopra il gabinetto, spegnere il ventilatore e tornare nella cabina principale. I tre uomini mi lanciarono un’occhiata. Curioso, sentire di nuovo la tensione fra uomini e donne. — Che ne faccio dei miei vecchi vestiti?
— Vuoi riaverli indietro? — mi chiese Agopian.
— Mai.
— C’è un piccolo riciclatore in cucina. Mettili lì dentro.
Lo feci e dissi: — Me ne vado fuori sul ponte. È troppo… — esitai.
— Stretto qui dentro — terminò al mio posto Derek.
Feci il gesto dell’assenso e aprii la porta.
Stava ancora piovendo. Il ponte era riparato da una tettoia sporgente. La Ivanova era seduta su un alto sedile che le consentiva di vedere oltre il tetto della cabina. Teneva le mani appoggiate sulla ruota del timone. Erano mani grandi e dalle dita tozze, dall’aspetto forte perfino in posizione di riposo. Un tergicristallo era in funzione sul finestrino di fronte a lei. Ciac. Pausa. Ciac.
La Ivanova mi rivolse un’occhiata, annuì col capo, poi guardò la donna dell’equipaggio. — Questa è Li Lixia del team sociologico. Lixia, questa è Tatiana Valikhanova.
— Della squadra di manutenzione mezzi di trasporto ausiliari — disse la donna.
Ci stringemmo la mano. Mi guardai attorno. L’imbarcazione aveva virato e si stava dirigendo a sud. La sponda occidentale si estendeva alla mia destra, bassa e grigia, un miscuglio di foresta e acquitrino. Alla mia sinistra c’erano le isole: fitti gruppi di alberi che s’innalzavano dall’acqua.
— Fa’ attenzione se vedi del fumo — disse la Ivanova. — È stato così che abbiamo localizzato te e Derek.
— Con questo tempo?
— Il tempo è sfavorevole.
Feci il gesto dell’intesa.
La barca continuava a discendere il fiume. Dopo un po’ Tatiana parlò in russo. La Ivanova girò la ruota del timone. La barca virò verso una lunga isola coperta di cespugli. C’erano macchie bianche sui cespugli, che risultarono essere uno stormo di uccelli. Si levarono in volo al nostro avvicinarsi. Tatiana scrutò l’isola col binocolo. — Niente — disse in inglese. La barca virò di nuovo verso il letto principale. La pioggia si andava facendo più intensa. Le gocce di pioggia punteggiavano la superficie dell’acqua e la riva si vedeva a stento.
— È veramente brutto — dissi.
— Tenteremo di nuovo fra due o tre giorni — disse la Ivanova. — Viaggeremo in questa direzione. Il villaggio più vicino si trova a nord di qui, su un affluente di questo fiume.
La fissai a occhi sgranati. — Intendete visitare un villaggio?
— Sì.
— Dovete aver fatto la riunione.
— Sul problema dell’intervento? Sì.
— Che cosa è successo?
La Ivanova rise. — Che cosa pensi? Tu e Derek eravate spariti. Non potevamo raggiungervi via radio. Le persone sulla nave volevano cercarvi. Eddie diceva di no. Era troppo rischioso. Era troppo pericoloso stabilire un precedente. Dovevamo forse seguire la sua ridicola… come la chiamate?
Aggrottai la fronte, guardando verso la riva. Adesso era una linea grigia. — Ti riferisci alla politica di non intervento?
— No. È un termine inventato dagli scrittori. Scrittori americani, credo. Qualcosa di primario.
Sorrisi. — Le Direttive Primarie.
— Agopian me ne ha parlato. È una miniera di informazioni sull’America e sulla fantascienza.
— Così avete deciso di venire a cercarci. Credimi, ne sono grata. Ma perché il villaggio? Perché avete deciso di andarci?
— Eddie era contrario. Io ho detto… l’equipaggio ha detto… che è una pazzia. Non possiamo lasciare nei guai le persone. Non possiamo lasciar morire altri umani. Eddie ha continuato a battere sul pericolo di creare il precedente. Non lo capisco. Io vengo dal Distretto Nazionale di Chukotka. Sai dove si trova?
— No.
— In Siberia, più a est e a nord di quanto si possa arrivare restando sul continente asiatico. La maggior parte dei miei antenati erano di etnia russa. Ma nessuno in Siberia è totalmente una cosa sola. Io ho antenati che erano Chukchi e Inuit. So che cosa è accaduto ai Piccoli Popoli, i nativi del luogo, per il bene e per il male. L’abbiamo imparato a scuola.
"È passato. Non possiamo cambiare le cose e non possiamo fermare la storia. Possiamo soltanto agire in modo più attento, più meditato, con maggior rispetto e minore avidità." Fece una pausa. "Possiamo solo agire come socialisti."
Riflettei un momento. — Non capisco che cosa abbia a che fare tutto questo con l’essere qui.
— Eravamo a un punto morto — disse Tatiana. — Nessuno voleva abbandonarvi sul pianeta. Ma sulla nave ci sono parecchi individui che vengono dall’Asia, dall’Africa e dall’America Latina. Ricordano le storie che hanno imparato a scuola. La compagna Ivanova viene dalla Siberia. Io dal Kazakhstan. Dalla Repubblica Socialista Sovietica Autonoma Kazakha. So quello che è successo alla nostra ottima terra da pascolo quando sono arrivati i russi, i russi sovietici.
— Che cosa? — chiesi.
— Completamente arata. Sparita. Dovevamo far pascolare le nostre mandrie nelle terre aride, il deserto, o sulle montagne. — La donna sollevò il binocolo. — Compagna, potresti portarci più vicino alla riva?
— Sì. — La Ivanova girò la ruota del timone. L’imbarcazione virò verso la palude piovosa: canne grigie, chine sotto il peso dell’acqua. Si muovevano dolcemente al vento. — Come ha detto Tatiana, eravamo a un punto morto. Stavamo seduti a scambiarci occhiate astiose. Finché i cinesi non hanno detto che non era un problema nostro.
Guardai la Ivanova, sorpresa.
— Hanno detto che il pianeta non appartiene a noi. E non è la nostra storia che abbiamo paura di cambiare. Hanno suggerito… il signor Fang ha suggerito… di consultare i nativi. Di chiedere loro se vogliono averci qui. — La Ivanova fece una pausa. — È per questo che andremo al villaggio.
— Un solo villaggio dovrà decidere questo problema per l’intero pianeta?
— No. Naturalmente no. Andremo nel villaggio più vicino a spiegare chi siamo e perché siamo giunti nel loro territorio. A chiedere se possiamo restare. Se diranno di no, ci scuseremo e ce ne andremo. Se diranno di sì…
Tatiana intervenne: — C’è qualcosa sulla riva.
La barca rallentò. Scorsi la cosa. Giaceva su un banco di fango, interamente fuori dall’acqua. Un oggetto lungo, sottile e scuro. Una lucertola?
Tatiana disse: — Una canoa.
— Che cosa? — Tesi la mano e lei mi diede il binocolo. Aveva ragione. — Ci siamo ribaltati in prossimità della riva orientale. Com’è possibile che sia finita qui?
— Di certo non può averla portata la corrente — disse la Ivanova.
La barca rallentò ancora, avvicinandosi alla riva. La Ivanova parlò in russo. Tatiana entrò nella cabina. L’imbarcazione si fermò. Eddie uscì sul ponte, seguito da Agopian.
— Quanto è profondo? — s’informò Eddie.
La Ivanova diede un’occhiata agli strumenti che aveva davanti. — Un po’ più di un metro.
Eddie scavalcò la fiancata e si diresse sguazzando verso la riva.
— Compagna? — chiese Agopian.
— Resta qui. A meno che tu non voglia andare.
— Certo che voglio. È chiaramente un manufatto, costruito da alieni. Mi piacerebbe toccarlo. Sono già bagnato.
Lei rise. Agopian seguì Eddie. Sollevai di nuovo il binocolo. Eddie era accanto alla canoa. Ora riuscivo a valutarne le dimensioni. Era troppo piccola. Eddie toccò il legno. Si avvicinò anche Agopian, le spalle curve contro la pioggia, i pantaloni inzuppati fino alla vita. Parlarono. Se fossero stati dei nativi, li avrei capiti, ma i gesti che facevano non avevano alcun significato chiaro. Agopian puntò il dito. Eddie scosse il capo. Si guardarono attorno. Agopian tirò fuori una macchina fotografica. Scattò fotografie della canoa. Eddie tornò verso di noi.