La seguimmo in una cupola grigioazzurra. All’interno c’era un tappeto grigio tenue. Finestre esagonali guardavano sul lago della sera. C’erano stanze piene di attrezzature mediche. Entrai in una di queste e subito arrivò un tecnico, alto e con un viso da falco. — Sei pregata di svestirti, a meno che la nudità o gli uomini non ti mettano a disagio.
— No. — Indossai un camicione. Lui mi attaccò delle macchine. Facevano i consueti rumori delle macchine e lui faceva il genere di rumori umani che erano consueti durante un esame medico.
— Nessun problema lì. Né lì. Sembra che tu sia in perfetta forma… come si dice… come un bocciolo di rosa. Non so se si riferisca al colorito degli europei in buona salute. In questo caso, sarebbe un altro esempio di razzismo. Com’è difficile eliminare queste espressioni dal linguaggio!
Ci furono altri rumori, di macchinari e umani. Alla fine disse: — Non vedo alcun problema. A parte il tuo peso. È un po’ scarso, e non è mai una buona idea essere troppo magri. Cerca di mangiare un po’ di più finché il tuo peso non sarà tornato quello che dovrebbe essere.
— Okay.
— Quanto al problema delle mestruazioni, è molto interessante. Lo riferirò al comitato competente, insieme ai risultati delle tue analisi. Il bagno è alla porta accanto. Sei pregata di leggere le istruzioni sul monitor e di seguirle alla lettera. Grazie per la tua pazienza. — Mi rivolse un sorriso smagliante. — E bentornata. Dio è grande!
Se ne andò. Trovai il bagno, seguii le istruzioni, mi vestii e m’incamminai lungo il corridoio. Ormai era notte. Quando guardai fuori dalle finestre vidi solo la mia immagine riflessa e il luccichio delle luci del corridoio. Arrivai in una stanza dove c’erano delle poltroncine. Derek ed Eddie se ne stavano lì seduti. Apparivano entrambi stanchi.
— E tu come stai? — chiesi a Derek.
— Qualche graffio e qualche livido. Una brutta morsicatura. Ma per il resto benissimo.
— Una brutta morsicatura?
— Te ne parlerò più tardi.
Lanciai un’occhiata a Eddie. — E adesso?
— Siete stati assegnati alla cupola numero cinque. Vi accompagno. La cupola numero tre, quella grande, comprende i locali comuni e la sala da pranzo.
— Non questa sera. Voglio soltanto dormire.
— Sì — disse Derek.
— Okay. — Derek si alzò.
Uscimmo. Il cielo si era rasserenato. Brillavano le stelle. A est vidi un pianeta. Era giallo e così luminoso che gettava un riflesso sull’acqua: una linea gialla che ondeggiava appena. L’acqua doveva essere calma. Non c’era un alito di vento. Passammo accanto a costruzioni e macchinari. Il metallo luccicava debolmente alla luce che usciva dalle finestre.
Eddie si fermò e aprì una porta. Lo seguimmo in un corridoio fatto di lucidi pannelli gialli. Alle pareti erano appese lampade a forma di fiore. I loro gambi erano di ceramica, i petali di vetro smerigliato. Un tappeto azzurro chiaro copriva il pavimento. Ne sentii il tessuto sotto le pantofole. Soffice. I nostri piedi non facevano alcun rumore mentre seguivamo Eddie.
— Eccoci qui. — Aprì un’altra porta. Si acese una luce. Vidi una camera da letto: pareti azzurre e un tappeto beige. C’era una finestra esagonale sopra il letto. Era ad angolo, posta in una parete che si curvava.
— Questa è la tua, Lixia.
Feci il gesto della gratitudine.
— Derek sarà nella camera accanto. Il bagno è in fondo al corridoio. Posso portarvi qualcosa da mangiare, se avete fame.
— No. — Il letto aveva una coperta: un disegno floreale in bianco, blu scuro e beige. Sembrava confortante. Era la parola giusta? Confortevole. Come a casa.
— Buonanotte — disse Eddie.
Mi lasciarono. Abbassai la luce, mi svestii e mi coricai. Il letto era soffice, la coperta fresca e liscia. Pensai di infilarmici sotto, ma era uno sforzo troppo grande per me. Chiusi gli occhi.
Mi svegliai nel buio. Sopra di me c’era la finestra. Fuori brillavano le stelle. C’era qualcuno nella stanza. Non sapevo come fossi in grado di stabilirlo, ma ne ero certa. Dov’era la luce? Non ricordavo di averla spenta. Allungai il braccio con cautela, tastando la parete. Senza dubbio doveva esserci un interruttore.
— Rilassati — disse Derek. — Sono soltanto io. — La sua voce veniva dal pavimento.
— Che cosa diavolo…?
— Il letto era troppo soffice e mi sentivo solo. Volevo qualcosa di familiare.
— Oh.
— Hanno un odore buffo, Lixia. Credo che dipenda dalla dieta diversa. E dalla mancanza di pelliccia.
— È possibile.
— E c’è qualcosa nell’aria di queste costruzioni. Non sembra giusta. Si muove appena.
— Se vuoi dormire sul pavimento, per me va bene.
— Grazie.
— Che cosa ti è successo, Derek? Dopo che sei finito su quel banco di sabbia.
Lui rise. — Non molto. La terra più vicina era una palude. Ci andai a nuoto. Pensavo che forse avrei potuto trovare una pista. Sono stato morsicato.
— È quello di cui stavi parlando?
— Più o meno. È stata una specie di lucertola. Era meno lunga del mio avambraccio, ma dai vivaci colori e senza paura. Ho pensato che quei colori dovevano significare qualcosa, e doveva esserci una ragione per cui quell’animale non aveva paura. O terrorizzava gli altri animali, o sapeva di merda.
"Ho pensato che fosse meglio non correre rischi. Dovevo aprire la ferita e farla sanguinare. Non avevo con me nessun coltello. L’avevo perso. Non volevo perdere tempo a cercare qualcosa di tagliente." Esitò. "Ho aperto la ferita con i denti."
— Che cosa?
— Sono stato fortunato che fosse in un punto che potevo raggiungere. Se quell’animale mi avesse morso nel sedere, probabilmente sarei morto. L’ho fatta sanguinare abbondantemente e ho succhiato fuori tutto quello che ho potuto. Ma stavo ancora maledettamente male. L’animale era velenoso.
— Dov’era?
— La ferita? Sul braccio, proprio sopra il braccialetto. Mi sono chiesto se forse fosse stata la lucentezza ad attirare l’animale, o a farlo infuriare.
— Il braccialetto?
— Quello che apparteneva all’Imbroglione. Ho seguito le tracce dell’oracolo e l’ho trovato dove l’aveva gettato nel lago.
— Hai preso il braccialetto una seconda volta?
— Uuh!
— Ce l’hai ancora?
— Non più. Non mi va di essere tiranneggiato da nessuno, neppure da uno spirito. Ma sono accadute troppe brutte cose. L’ho gettato nel fiume. Ho chiesto scusa all’Imbroglione. Gli ho detto che avrei trovato un modo per rimediare a tutto. — Fece una pausa. — Quando ho smesso di sentirmi male, ho deciso di rimanere dov’ero. Il braccio mi faceva male. Non ero sicuro di poter percorrere a nuoto una qualunque distanza. E non volevo tornare nella palude. Ho deciso che avrei aspettato che qualcuno venisse a salvarmi, o almeno di sentirmi un po’ meglio. Ho raccolto legna e ho acceso un fuoco. Sono stanco, Lixia.
Dissi: — Buonanotte.
Il suo respirò mutò quasi subito, divenendo profondo, lento e regolare. Si era addormentato.
Seguii il suo esempio.
Sognai che mi trovavo di nuovo sulla nave, in un corridoio. Le pareti erano fatte di piastrelle di ceramica, di un lucido rosso sangue di bue. Nel corridoio c’era Derek. Stava danzando. Aveva al polso il braccialetto d’oro, che risplendeva luminoso. Derek cantava nel linguaggio dei doni:
"Sono l’Imbroglione
O stupida donna.
Ciò che voglio, prendo.
Ciò che prendo, tengo".
Eddie
La luce del sole penetrava dalla finestra. Gemetti e mi tirai su a sedere. Derek era sparito. Aveva lasciato un cuscino sul pavimento. La federa era grigia e marrone: un disegno di rondini in volo.