— Sarebbe più giusto dire che gli alieni siamo noi. Questi individui sono nativi.
Lui sorrise a Nia.
— Questa persona sta mostrando i denti come fa sempre Deragu.
— Significa che è amichevole.
— Questo è un uomo? — s’informò Nia.
Feci il gesto dell’affermazione.
— Quali sono i segni per distinguerlo? Non è più grosso di te, e non riesco a giudicare se il suo pelame è diverso dal tuo. Ne avete entrambi così poco.
— Non conta la struttura del pelame, ma la collocazione. Soltanto gli uomini hanno il pelo sulla parte inferiore del viso, ma non tutti gli uomini. La sua voce è più profonda della mia, e le sue spalle sono più larghe. Sono questi i segni.
Nia aggrottò la fronte. — Non sento una grande differenza nelle vostre voci, e mi sembrate snelli tutti e due. — Fece il gesto che significava "così sia". — Di’ all’uomo che è mio desiderio essere amichevole.
— Okay. Se Nia sapesse sorridere, lo farebbe — dissi in inglese. — Ma fra la sua gente sorridere non è un gesto di amicizia. E, da quanto sono riuscita a capire, loro non hanno un’espressione paragonabile.
— Merda — disse Brian. — Questo significa che ho fatto qualcosa di sbagliato?
— No. Lei è stata insieme a me e a Derek che, come ricorderai, sorride parecchio.
— Già. Ricordo. Il famoso sorriso merdoso del Guerriero del Mare. Dille che sono felice di fare la sua conoscenza. Dille che questo è un gran giorno.
— Lo farò.
Entrammo nella cupola. La zona dell’ingresso era coperta da un tappeto: marrone chiaro dal tesuto compatto. L’oracolo si fermò e sfregò il piede nudo sul tappeto. — Questo è un dono offerto dalla tua gente? Oppure proviene da un altro villaggio?
Con ogni probabilità il tappeto veniva dalla Terra. Dissi: — Viene da un altro villaggio molto lontano da qui.
— Gli abitanti della pianura, il mio popolo e quello di Nia, fanno tappeti che sono più soffici e hanno disegni dai molti bei colori. Questo non è niente di particolare da vedere.
Nia disse: — Lo so che sei pazzo, ma dovresti ricordarti le buone maniere. Non è giusto criticare le cose che appartengono ad altre persone.
— Sarei stato zitto se questo tappeto fosse stato fatto dalla gente di Lixia.
Ci incamminammo lungo il corridoio. La sala da pranzo era deserta. Condussi i miei compagni in cucina; anche questa era vuota. La luce del sole penetrava dalle alte finestre e tutto luccicava, perfino il tavolo di legno per tagliare, che era stato appena lavato. Gli addetti alla cucina dovevano essersene andati da pochi minuti.
Mi guardai attorno. — Dev’esserci del cibo qui da qualche parte.
Derek entrò con una spinta dalla porta. — Hanno detto… lo speravo. Nia, posso abbracciarti?
Nia parve sorpresa, poi fece il gesto dell’assenso.
Derek le diede un rapido abbraccio.
— A me no, però — disse l’oracolo. — Io sono un uomo, anche se sono pazzo. Non mi piace essere toccato.
— Okay. — Derek mi guardò. — Là fuori corrono tutti qua e là gridando: "Arrivano i nativi, arrivano i nativi". Ho detto ad Agopian di trovare gli addetti alla cucina.
— Bene. Ed Eddie?
— Lo stiamo cercando.
— Che cosa state dicendo? — chiese Nia.
Arrivò Agopian insieme all’ometto biondo. Adesso era vestito di denim e i lunghi capelli non erano più fermati dalla retina. Li portava legati da un fermaglio sulla nuca. Da lì gli scendevano sciolti quasi fino alla vita.
— Sia gloria al cielo — esclamò.
Dissi: — Sono affamati.
Lui annuì col capo. — Ci sono dei sandwich. E abbiamo una minestra di lenticchie abbastanza buona.
Lanciai un’occhiata a Derek. — Pensi che sia prudente per loro mangiare il nostro cibo?
— Una domanda interessante e alla quale non voglio dare una risposta da solo. È meglio andare a cercare un biologo.
— Mi piacerebbe sapere di che cosa state parlando — fece Nia.
— Stiamo cercando di decidere se potete mangiare il nostro cibo.
— Perché no?
L’uomo biondo disse: — Potreste uscire tutti quanti dalla mia cucina? Abbiamo regole severe riguardo all’igiene.
— Quell’osservazione rivela forse dei pregiudizi? — chiesi.
— Certamente. Ho forti pregiudizi nei confronti dello sporco e di molti microorganismi. Adesso, per favore, uscite.
Tornammo nella sala da pranzo. Derek se ne andò con Agopian e io mi sedetti a un tavolo. Nia e l’oracolo seguirono il mio esempio. Sembravano nervosi. Non riuscivo a ricordare di aver visto una sedia in nessuna casa indigena.
— Siete della gente rumorosa — osservò Nia.
Feci il gesto dell’approvazione.
L’oracolo guardò fuori dalla finestra. — E corrono parecchio di qua e di là.
— Solo quando arrivano degli stranieri o quando succede qualcosa che è fuori dall’ordinario.
— Uh!
Arrivò l’uomo biondo, portando una brocca e due bicchieri. — Questa è acqua locale. È stata analizzata e poi distillata. Dovrebbe essere sicura per tutti.
Posò i bicchieri sul tavolo e li riempì. — Eccovi. — Ne porse uno a Nia e l’altro all’oracolo.
Loro aggrottarono la fronte. Nia mise giù il suo bicchiere. Lo toccò leggermente. — Che cos’è? Sembra ghiaccio, ma non è freddo.
— Si chiama "vetro". Non si scioglie e non si può mangiare. Si rompe facilmente. Se si rompe, i bordi sono taglienti.
C’era del ghiaccio che galleggiava nel bicchiere. Un cubetto. Lei lo spinse. — Questo è altro vee… altro della stessa cosa?
Feci il gesto del dissenso. — Quello è ghiaccio.
— Perché ha la forma di una scatola? Perché ha un buco nel mezzo?
— E perché si trova nella nostra acqua? — aggiunse l’oracolo.
— Alla mia gente piace che la propria acqua sia fredda ed è per questo che vi mette dentro del ghiaccio. Il ghiaccio è a forma di scatola perché… — Esitai. — Lo facciamo noi. Lo fondiamo come metallo in uno stampo, e lo stampo è quadrato su tutti i lati.
— Aiya! - Nia sollevò il bicchiere e lo inclinò. L’acqua le scorse sul mento e le gocciolò sulla tunica lacera. — Questa tazza non è fatta bene!
— È possibile — dissi.
Provò anche l’oracolo. Come Nia, rovesciò una discreta quantità d’acqua. Erano nervosi, tutti e due. Il perché non era difficile immaginarlo. Erano lì seduti, circondati da maghi senza pelo, cercando di fare conversazione mentre il loro stomaco emetteva brontolii affamati.
Finirono di bere l’acqua. L’oracolo tirò fuori un cubetto di ghiaccio dal suo bicchiere. Lo tenne sul palmo della mano, guardandolo. Poi vi cacciò dentro il dito. — È ghiaccio. — Se lo mise in bocca. Sentii uno scricchiolio.
— Questo puoi farlo con il ghiaccio — dissi. — Ma non con il vetro.
L’oracolo fece il gesto che indicava che capiva. Derek tornò accompagnato da una donna alta come lui e nera come carbone. Portava una tuta di un giallo intenso e un paio di orecchini davvero stupefacenti. Due enormi dischi, fatti di metallo martellato. Quando si avvicinò, notai i suoi occhi. L’iride era d’argento, lo stesso colore degli orecchini. Non c’erano pupille.
Lenti a contatto, naturalmente. Non era una moda della Terra. La donna veniva da una delle colonie L-5 oppure dalla Luna o da Marte.
Aveva in mano un sacchetto. Un attimo dopo mi accorsi che il sacchetto si muoveva. Dentro c’era qualcosa di vivo. Guardò Nia e l’oracolo. — Bene, sono sicuramente alieni. Su questo non può esserci alcun dubbio.
Derek disse: — Secondo Marina, loro dovrebbero poter mangiare il nostro cibo.
— Il problema non è che siamo velenosi gli uni per gli altri — spiegò la donna. — Il problema è che i membri di un sistema non sono in grado di metabolizzare il cibo che viene dall’altro sistema. Se queste persone mangiano il nostro cibo per un certo periodo di tempo, finiranno con qualche malanno da carenza veramente terribile. Ma uno o due pasti non dovrebbero arrecare loro alcun danno.