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— L’ovvia debolezza che è il risvolto di ogni sforzo — disse Padma. — Le Culture Frammentate non sono destinate a sopravvivere.

— Significa che non possono vivere da sole?

— Naturalmente — disse Padma. — Davanti all’espansione nello spazio, la razza umana ha reagito alla sfida di un ambiente diverso cercando di adattarsi. E lo ha fatto separando i vari elementi della sua personalità per vedere quale poteva sopravvivere di più. Ora che tutti gli elementi, cioè le Culture Frammentate, sono sopravvissuti e si sono adattati, è tempo di formare una nuova razza, di produrre un’umanità più forte e orientata verso l’universo.

Iniziammo la discesa, perché eravamo nei pressi della nostra destinazione.

— E io come sono coinvolto? — dissi, infine.

— Se lei crea una frustrazione in una delle Culture Frammentate, questa non si adatterà, come farebbe lei, ma morirà. E quando la razza si rifonderà, mancherà quel prezioso aspetto.

— Forse non sarà una gran perdita — sibilai, a mia volta.

— Al contrario, sarà un perdita vitale — disse Padma. — E posso dimostrarglielo. Lei, in quanto uomo non frammentato, si potrebbe perfino identificare con coloro che vuole distruggere. Ho la prova di questo, se vuole guardarla.

L’aeromobile toccò terra, il portello si aprì e uscii, con Padma. Kensie era là che mi aspettava.

Guardai Padma, una spanna sotto di me, e quindi Kensie, una spanna sopra e lui, di rimando, mi lanciò un’occhiata inespressiva dell’alto. I suoi occhi non erano come quelli del suo gemello, ma, in quel momento, non so perché, non riuscivo a incontrarli.

— Sono un reporter — dissi. — Ho la mente aperta.

Padma si voltò e iniziò a camminare verso il Quartier Generale. Kensie venne con noi e mi sembrò che Janol o qualcun altro ci seguisse, ma non mi voltai per accertarmene. Andammo nell’ufficio del primo incontro con Graeme, solo noi tre. C’era una cartelletta sulla scrivania e Padma la prese, estrasse una fotocopia di qualcosa e me la passò.

La presi. Senza dubbio era autentica.

Era un memo da parte del Supremo Lume, il più anziano del governo congiunto di Armonia e Cooperazione, indirizzato al Generale di Stato Maggiore al Centro Difesa X su Armonia. Aveva la data di due mesi prima. Era su carta a molecola singola, dove non si può cancellare o alterare quanto vi è scritto.

Nel Nome di Dio, rendiamo noto che, poiché sembra che la Volontà di Dio non voglia il successo dei nostri Fratelli su S. Maria, ordiniamo che, d’ora in poi, non vengano più inviati rinforzi, sostituzioni o rifornimenti. Se il nostro Capitano vuole la nostra vittoria, la otterremo senza ulteriore dispendio. Se invece è Sua Volontà che la conquista non avvenga, sarebbe ingiusto gettare via la sostanza delle Chiese di Dio nel tentativo di frustrare tale Volontà.

Si ordina anche che ai nostri Fratelli su S. Maria non sia fatta menzione di tale decisione, così che possano essere testimoni di Dio in battaglia come sempre e le Chiese di Dio non siamo disonorate.

Tutto questo è comandato, nel Nome di Dio e per volontà di colui che è chiamato:

Supremo Lume, il più Anziano tra i Prescelti.

Alzai gli occhi. Graeme e Padma mi stavano guardando.

— Come ne siete venuti in possesso? — chiesi. — No, naturalmente non me lo direte. — Le mani iniziarono a sudarmi, di colpo, e il materiale liscio del foglio divenne scivoloso nelle mie dita. Lo tenni più stretto e parlai in fretta, per costringerli a guardarmi. — Ma che cosa significa? Lo sapevamo già. Tutti sapevano che erano stati abbandonati. Questa è solo la prova ufficiale; perché mostrarmela?

— Pensavo — disse Padma — che l’avrebbe colpita, forse quel tanto da farle vedere le cose sotto una nuova ottica.

— Non ho detto che era impossibile; ho detto che un reporter ha la mente aperta. Naturalmente — soppesai le parole — dovrei studiare la faccenda.

— Speravo che avrebbe tenuto il documento — disse Padma.

— Lo sperava?

— Se lo legge a fondo e capisce che cosa il Supremo vuole dire realmente, potrebbe avere una diversa opinione degli Amici, capirli di più.

— Non credo — dissi — tuttavia…

— Lasci che le chieda di provarci — disse Padma. — Prenda il memo.

Restai immobile per un istante. Padma era di fronte a me e Kensie subito dietro. Rabbrividii, ma misi il documento in tasca.

— Bene — dissi. — Lo porto nei mei alloggi e lo studio. Ho la macchina qui, se non sbaglio? — mi rivolsi a Kensie.

— A dieci chilometri da qui — disse. — Ma non potrebbe comunque raggiungerla. Ci stiamo muovendo per la battaglia e gli Amici ci stanno venendo incontro.

— Prenda il mio aeromobile — disse Padma. — La bandiera dell’Ambasciata le sarà d’aiuto.

— Grazie — dissi.

Uscimmo insieme. Incontrai Janol, che mi guardò freddamente. Non potevo biasimarlo. Arrivammo al velivolo e vi salii.

— Prenda tutto il tempo di cui ha bisogno prima di restituire l’aeromobile — disse Padma, mentre salivo. — È un prestito che le fa l’Ambasciata, Tam. Io non mi preoccuperò.

— No — risposi. — Non deve farlo.

Chiusi il portello e azionai i controlli.

Era un piccolo gioiello. Salii nell’aria leggero come un pensiero e, in un secondo, ero a mille metri d’altezza, già lontano. Prima di toccare il memo nella mia tasca, mi costrinsi a calmarmi.

Lo guardai con la mano che mi tremava un poco.

Eccolo finalmente, ciò che cercavo fin dall’inizio. Ed era stato lo stesso Padma a insistere perché lo prendessi.

Era la molla, la leva di Archimede che avrebbe smosso non uno, ma quattordici Mondi e portato il popolo degli Amici al di là del limite dell’estinzione.

VI

Mi aspettavano. Si radunarono intorno all’aeromobile dopo l’atterraggio nella piazza del loro presidio. Avevano tutti un fucile pronto a sparare.

Erano in quattro, apparentemente gli unici rimasti. Black doveva aver mandato tutti gli uomini che poteva in prima linea, nel tentativo di formare un battaglione. Questi li conoscevo tutti, veterani incalliti. Uno era il Caporale che era nell’ufficio la prima notte, quando, tornando dal campo degli Esotici, avevo posto a Black quella domanda, se avesse potuto ordinare di uccidere dei prigionieri. Un altro era un Tenente di quarant’anni, il grado di ufficiale più basso, ma con mansioni di Maggiore, come Black che, con il suo grado di Colonnello, occupava invece una posizione da Generale, paragonabile a quella di Kensie Graeme. Gli altri due erano soldati semplici. Li conoscevo tutti. Ultrafanatici. E loro conoscevano me.

Ci capimmo subito.

— Devo vedere il Colonnello — dissi, scendendo, senza dar loro il tempo di interrogarmi.

— Per quale motivo? — chiese il Tenente. — Questo velivolo non ha potere qui, e lei neppure.

Ripetei: — Devo vedere il Colonnello Black immediatamente. Non sarei qui con la bandiera dell’Ambasciata Esotica, se non fosse vitale.

Non poterono obiettare a una simile frase e io lo sapevo. Discussero un po’, ma io insistetti e, infine, il Tenente mi scortò nel solito ufficio, dove avevo sempre atteso.

Lo incontrai da solo, nell’ufficio.

Jamethon Black si stava bardando, come aveva fatto Graeme poco tempo prima. Su Graeme le armi sembravano quasi giocattoli; sulla fragile struttura di Jamethon sembravano troppo pesanti.

— Signor Olyn — disse.

Avanzai verso di lui ed estrassi il memo nella tasca. Si voltò per guardarmi, mentre allacciava le fibbie delle cinture, e, nel movimento, fece un rumore di ferraglia.

— Sta per andare in campo contro gli Esotici? — dissi.

Annuì. Non gli ero mai stato così vicino e, al posto della solita rigida espressione che avevo sempre creduto di vedere da più lontano, scorsi la piega amara di un sorriso che arcuava la sua dritta bocca giovane, anche se per un solo secondo.