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Orson Scott Card

Sonata senza accompagnamento

Accordatura

Quando Christian Haroldsen, all’età di soli sei mesi, venne sottoposto ai test preliminari, essi mostrarono una predisposizione al ritmo ed un’acuta consapevolezza del tono. C’erano naturalmente altri test e molte altre erano le strade che ancora si aprivano davanti a lui. Ma il ritmo e il tono erano i segni dominanti del suo zodiaco privato, e cominciò subito il processo di rafforzamento. Al signore e alla signora Haroldsen vennero dati molti nastri e venne loro consigliato di suonarli continuamente, sia mentre il figlio era sveglio che durante il sonno.

Quando Christian Haroldsen compì sette anni, un’altra raffica di test indicò con certezza il futuro che inevitabilmente avrebbe seguito. La sua creatività era eccezionale, la sua curiosità insaziabile, la sua comprensione della musica così intensa, che tutti i test lo definirono «prodigio».

Prodigio fu la parola che lo tolse dalla casa dei suoi genitori e lo costrinse a trasferirsi in una casa nel folto di una foresta decidua dove l’inverno era selvaggio e violento e l’estate una breve e disperata eruzione di verde. Crebbe accudito da servi che non riusciva mai a vedere e l’unica musica che gli era permesso di ascoltare era il canto degli uccelli, lo spirare del vento e lo scricchiolio dei rami d’inverno; e poi il tuono, ed il lieve fruscio delle foglie dorate che cadevano al suolo; la pioggia sul tetto e lo sgocciolio del ghiaccio che si scioglieva; il brusio degli scoiattoli e il silenzio profondo della neve che cadeva nelle notti senza luna.

Questi suoni erano la sola musica cosciente di Christian; crescendo, le sinfonie dei suoi primi anni non furono che un ricordo distante ed impossibile da ricatturare. E così imparò a sentire la musica di oggetti che non erano musicali… perché lui doveva trovare la musica anche dove non c’era.

Scoprì che i colori creavano suoni nella sua mente: il sole d’estate come un accordo squillante: il chiaro di luna d’inverno un sottile e triste lamento; il tenero verde della primavera un basso mormorio che seguiva un ritmo quasi (ma non del tutto) casuale; il guizzo di una volpe rossa tra il fogliame un sospiro di meraviglia.

Ed imparò a riprodurre tutti questi suoni sul suo Strumento.

Nel mondo c’erano violini, trombe, clarinetti e corni, ed erano esistiti da secoli. Christian non li conosceva. Lui aveva solo il suo Strumento. Ed era sufficiente.

Christian viveva, quasi sempre solo, in una delle stanze della casa: in essa vi era un letto, non troppo soffice, un tavolo con una sedia, una macchina silenziosa che provvedeva alla sua igiene personale e lavava i suoi abiti, ed una lampadina elettrica.

L’altra stanza conteneva solo lo Strumento. Era una consolle con una quantità di chiavi, listelli, leve, sbarre e ogni volta che lui ne toccava una parte, usciva un suono. Ogni chiave dava un suono diverso, ogni punto dei listelli ne modificava l’altezza; ogni leva trasformava il tono; ogni barra alterava la struttura del suono.

I primi tempi in cui si trovò in quella casa, Christian giocò (come fanno i bambini) con lo Strumento, traendone rumori strani e divertenti. Era il suo unico compagno di gioco; divenne esperto, e alla fine riuscì a produrre qualunque suono volesse. Dapprima si divertì con suoni alti e squillanti. Più tardi imparò il piacere dei silenzi e dei ritmi. Poi imparò a suonare con i bassi e con gli alti e a produrre due suoni per volta, e ad unirli per creare una nuova sonorità, e infine a ripetere una sequenza di suoni che aveva già eseguito in precedenza.

Gradualmente, i suoni della foresta al di fuori della sua casa cominciarono a farsi strada nella musica che lui eseguiva. Imparò a far suonare il vento attraverso il suo Strumento; imparò a fare dell’estate una delle canzoni che poteva eseguire a suo piacimento; il verde, con le sue infinite variazioni, era la sua armonia più sottile; la voce degli uccelli usciva dallo Strumento con tutta la passione della solitudine di Christian.

E la voce giunse agli Ascoltatori autorizzati:

— C’è un nuovo suono a nord di qui, ad est di qui; Christian Haroldsen, e ti spezzerà il cuore con le sue canzoni.

Gli Ascoltatori alla fine giunsero, dapprima coloro per i quali la varietà era la cosa più importante, poi coloro che erano interessati solo alla novità e alla moda, e per ultimi coloro che valutavano la bellezza e la passione sopra ogni altra cosa. Vennero e rimasero nel bosco della casa di Christian, ed ascoltarono la musica diffusa da perfetti altoparlanti collocati sul tetto della casa. Quando la musica terminò, Christian uscì dalla casa, e poté vedere gli Ascoltatori che se ne andavano. Domandò, e gli venne spiegato perché erano venuti; lui si meravigliò che le cose che faceva per amore del suo Strumento potessero interessare ad altra gente.

Stranamente, si sentì ancor più solo quando seppe che lui poteva cantare per gli Ascoltatori ma non avrebbe mai potuto udire le loro canzoni.

— Ma loro non hanno canzoni — disse la donna che veniva tutti i giorni a portargli il cibo. — Loro sono Ascoltatori. Tu sei un Compositore. Tu hai le canzoni e loro ascoltano.

— Perché? — chiese ingenuamente Christian.

La donna sembrò sorpresa. — Ma perché questa è la cosa che più amano fare. Sono stati sottoposti ai test, e sono più felici come Ascoltatori. Tu sei più felice come Compositore. Non sei felice?

— Sì — rispose Christian, e stava dicendo la verità. La sua vita era perfetta e non avrebbe voluto cambiare nulla, nemmeno le schiene, dolcemente malinconiche, degli Ascoltatori che se ne andavano alla fine delle sue canzoni.

Christian aveva sette anni.

Primo Movimento

Per la terza volta l’uomo basso con gli occhiali e un paio di baffi del tutto inappropriati osò aspettare nel sottobosco che Christian uscisse. Per la terza volta fu sopraffatto dalla bellezza della canzone appena terminata, una sinfonia triste che fece percepire all’omino con gli occhiali la pressione delle foglie che lo sovrastavano, anche se si era in estate e ci sarebbero voluti mesi prima che cominciassero a cadere. La loro caduta era inevitabile, diceva la canzone di Christian, per tutta la loro vita le foglie serbavano dentro di sé il potere di morire ed era questo che dava colore alla loro esistenza. L’omino con gli occhiali pianse… ma quando la canzone finì e gli altri Ascoltatori se ne andarono, lui si nascose nei cespugli ed aspettò.

Questa volta la sua attesa venne ricompensata. Christian uscì dalla casa e camminò tra gli alberi e si diresse verso il luogo in cui l’omino con gli occhiali era in attesa. Egli ammirò il modo semplice e disinvolto con cui Christian camminava. Il compositore doveva avere trent’anni, eppure c’era qualcosa di infantile nel modo in cui si guardava attorno, nel modo in cui camminava senza meta pronto a fermarsi per sfiorare con la punta delle dita (senza romperlo) un ramoscello caduto.

— Christian — disse l’omino con gli occhiali.

Christian si voltò, sorpreso. In tutti quegli anni nessun Ascoltatore gli aveva mai parlato. Era proibito. Christian conosceva la legge.

— È proibito — disse Christian.

— Ecco — disse l’omino con gli occhiali, porgendogli un piccolo oggetto nero.

— Che cos’è?

L’omino fece una smorfia. — Prendilo. Appena schiacci il bottone, suona.

— Suona?

— Musica.

Christian spalancò gli occhi. — Ma questo è proibito. Non posso permettere che la mia creatività venga inquinata dall’ascolto del lavoro di un altro musicista. Questo mi renderebbe imitativo, non sarei più originale.

— Stai recitando — disse l’ometto. — Stai solo recitando quelle parole. Questa è musica di Bach. — C’era venerazione nella sua voce.

— Non posso — disse Christian.