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I quattro ragazzi in cerca di materiale si erano presi una breve pausa. Erano sulla collina, oltre il muro che Bob aveva visto fare. Il cemento si era indurito, ed erano già stati sistemati i cassoni per le pareti laterali. I ragazzi si sporgevano a guardare in giù. Bob li raggiunse. Ad attirare la loro attenzione era un gruppo di uomini indaffarati là in basso intorno a una bizzarra apparecchiatura. Portavano tutti la maschera, ma l’uomo che li comandava era riconoscibile: era il padre di Malmstrom. Avevano una specie di pompa a pressione collegata da un tubo flessibile alla spina di un contenitore. Uno degli uomini spargeva un liquido sul cemento, e gli altri gli andavano dietro coi cannelli ossidrici. I ragazzi avevano un’idea approssimativa di quello che stava succedendo: molti batteri usati nei serbatoi producevano sostanze estremamente corrosive, sia negli stadi intermedi sia come prodotti finali di scarto. La vernice vetrosa che veniva applicata alla parete doveva servire come protezione contro queste sostanze. Consisteva, in realtà, di una plastica ricca di fluorina, un recente ritrovato messo a punto pochi anni prima durante le ricerche sulla separazione degli isotopi d’uranio. La sostanza veniva immessa nel contenitore con uno dei normali inibitori di reazione e polimerizzata istantaneamente in vernice vetrosa quando veniva spruzzata. I vapori dell’inibitore erano tutt’altro che salubri, per questo gli uomini portavano la maschera.

I ragazzi, dieci metri più in alto, ricevevano di tanto in tanto qualche zaffata di vapori. Nemmeno il Cacciatore si rese conto del pericolo, ma qualcun altro sì, fortunatamente.

«Prima una scottatura di sole che quasi ti bruciava vivo, e adesso questo. Non te ne importa molto di quello che ti può succedere, vero?» I ragazzi si girarono e alzarono gli occhi, sorpresi, sull’alta figura del padre di Bob che torreggiava su di loro. Lo avevano visto poco prima sul fondo del serbatoio, indaffarato, e nessuno di loro lo aveva notato venire verso di loro. «Perché credete che il signor Malmstrom e i suoi uomini portino la maschera? Vi conviene venire con me. A questa distanza non dovrebbe esserci pericolo, ma non è il caso di correre rischi.» Si girò e fece strada lungo il muro, e i ragazzi lo seguirono in silenzio.

All’estremità della parte già finita, il signor Kinnaird indicò il cassone. «Ci troveremo là fra qualche minuto. Devo andare a casa a prendere qualcosa, e se poi vi impegnate a caricare la vostra roba sulla jeep, vi accompagnerò fino alla cala» disse, e guardò i ragazzi scendere di corsa il pendio, poi scese anche lui servendosi di un’impalcatura laterale.

Prese la maglietta che si era tolto per il caldo e aveva lasciato accanto alle seghe elettriche, l’indossò, e si avviò verso il punto che aveva indicato, dov’era parcheggiata la jeep. Lì, lo stava aspettando soltanto suo figlio. Gli altri erano andati avanti, alla catasta del materiale raccolto. Il signor Kinnaird li raggiunse con la jeep, scendendo in folle per quasi tutto il percorso.

Il carico non richiese molto tempo: i ragazzi avevano già fatto bracciate dei pezzi più piccoli, e il signor Kinnaird raccolse tutti gli altri. Poi avviò la jeep. E le cinque biciclette, dietro. I ragazzi ne approfittarono per fare una gara. La distanza era breve, e non arrivarono molto distanziati l’uno dall’altro. La jeep non li aveva preceduti di molto.

Vedendo i ragazzi togliersi le scarpe e arrotolarsi i pantaloni, il signor Kinnaird fece altrettanto, poi, con lo stesso legname di poco prima sotto il braccio, li seguì nell’acqua e raggiunse il teatro delle operazioni. Esaminò lo scheletro della barca, diede qualche consiglio per la costruzione, e tornò indietro rapidamente. «Dovete aver ammaestrato una squadra di granchi per scoraggiare le intrusioni» disse ridendo. I ragazzi risposero sullo stesso tono, e alla fine si misero al lavoro.

Di tanto in tanto rompevano la monotonia di segare e piantar chiodi facendo una nuotata, e fu durante uno di questi brevi bagni che il Cacciatore imparò perché gli esseri umani evitavano le meduse. A un certo punto Bob non riuscì ad allontanarsi in tempo da una di quelle creature e il Cacciatore fece un’ottima conoscenza delle cellule del celenterato. Non fu piacevole.

Un paio d’ore più tardi un’altra barca comparve all’imbocco del canale, e Charles Teroa si unì ai ragazzi suscitando il massimo interesse nel Cacciatore e nel suo ospite.

«Ciao, dormiglione!» salutò Rice agitando un martello in un gesto di benvenuto. «Sei venuto a dare un ultimo saluto a questi posti?»

Teroa lo guardò con espressione non precisamente amichevole. «Peccato che la tua lingua non riesca mai a vedere i segnali di pericolo» ribatté il polinesiano. «A quanto vedo, siete ancora nei guai con la barca. Non l’avevate appena aggiustata?» Quattro paia di polmoni s’affannarono a spiegare cos’era successo, mentre la faccia bruna di Charles assumeva un’espressione divertita, di cui Rice faceva le spese. Nessun commento parlato avrebbe fatto sentire più a disagio il ragazzo dai capelli rossi, e durante la mezz’ora in cui Charles Teroa restò con loro, i rapporti fra il polinesiano e Kenny Rice furono assai freddi. Del resto il maggior peso della conversazione fu sostenuto da Norman e Colby, quest’ultimo con brevi interventi, perché Bob si sentiva alquanto a disagio conoscendo le intenzioni del dottor Seever, e da Malmstrom, che di tutti loro era il più amico del polinesiano e il più evidentemente rattristato per la sua prossima partenza. Infatti, quando Charles risalì in barca, Malmstrom pregò Colby di occuparsi della sua bicicletta perché lui intendeva andare con il polinesiano. Colby promise con un cenno della testa, e tutti restarono a guardare la barca finché la persero di vista.

«Non ci crederete, ma mi dispiace che se ne vada» disse Rice alla fine. «Però lo rivedremo abbastanza spesso… Allora, riprendiamo il lavoro?»

Dissero tutti di sì, ma l’entusiasmo se n’era andato, perciò lavoricchiarono di malavoglia, nuotarono ancora, e finalmente venne l’ora di cena.

Dopo aver mangiato, anziché fare i compiti Bob uscì di nuovo; alla domanda della madre rispose che andava giù al villaggio, il che, genericamente, era vero. In effetti Bob andò dal dottor Seever. Il medico lo accolse con sorpresa. «Salve, Bob. Sei impaziente di fare la seconda prova o c’è qualche novità? Accomodati…» il medico chiuse la porta e indicò una sedia.

«Non ho le idee ben chiare dottore» disse Bob. «Comunque, si tratta di quel trucchetto che abbiamo studiato per Charles. So che abbiamo buone ragioni per farlo, ma non mi sento la coscienza a posto…»

«Non piace nemmeno a me, Bob» rispose il dottor Seever. «Però non vedo altre soluzioni, e di questo devi essertene reso conto anche tu. Sei sicuro che non si tratti d’altro?» concluse sorridendo.

«Non ne sono affatto sicuro» fu la risposta del ragazzo, «ma ve l’ho detto: non vedo chiaro in me stesso. Non so… non riesco a essere tranquillo!»

«Be’, questo è abbastanza naturale, data la situazione. Però questa tua irrequietezza può venirti da qualcosa che hai visto, che ti è rimasto in mente solo in modo vago, e che inconsciamente cerchi di ricordare senza riuscirci. Magari qualcosa che ha a che fare con il nostro problema… Hai provato a passare in rivista tutto quello che ti è successo da quando sei tornato sull’isola?»

«Ho ripensato a tutti gli avvenimenti dalla fine delle ultime vacanze.»

«E ne hai anche parlato con il tuo amico?»

«Non di tutto.»

«Parlarne potrebbe essere una buona idea. Di solito vengono in mente molte più cose. Se vuoi possiamo provare insieme a ricostruire almeno quello che riguarda i tuoi amici. Di Charles Teroa sappiamo già tutto, e inoltre abbiamo già fatto un piano per lui. Vediamo un po’… C’è Malmstrom, per il quale è stato segnato un punto di vantaggio per via di quei graffi che sanguinavano. C’è altro che possa servire? Non sai per esempio se si è addormentato sulla spiaggia?»