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Fu allora che scoprii l’altro argomento di conversazione di Hegn: l’argomento capace di far dimenticare sport, gorki, clima e persino i rapporti di consanguineità.

I Tugg e i Gat, che ammontavano a diciannove o venti, all’epoca, erano l’interesse inesauribile, il più avvincente, per la nobiltà di Hemgogn. I bambini riempivano delle loro immagini i libri di disegni. La madre del visconte aveva un boccale e un piatto — i suoi preferiti — con i ritratti di «mamma» e «babbo» Gat nel giorno del loro matrimonio, circondati da ghirigori in oro zecchino.

Le descrizioni delle vicende della Famiglia Comune, stampate in modo alquanto dilettantesco, al ciclostile, e le foto scattate dai nobili di Hemgogn erano estremamente popolari, non solo nel paese, ma anche nei vicini regni di Drohe e Vigmard, nessuno dei quali aveva una propria famiglia di Comuni. Il regno immediatamente a sud, Odboy, che era molto più grande, aveva tre famiglie di Comuni e persino un autentico, vivente barbone, chiamato il Vecchio Fannullone di Odboy. Eppure, anche laggiù, i pettegolezzi sui Gat, su quanto fossero corte le minigonne di Chickie, quanto fossero lunghe le bolliture a cui madre Tugg sottoponeva la biancheria, se quello di zio Agby era un tumore o solo una pustola, se la zia e lo zio Bod sarebbero andati al mare in estate per una settimana o se in autunno contavano di fare un’escursione sui monti del Vigmard… a Odboy se ne discuteva con la stessa ansia con cui se ne parlava nei vicini regni senza Comuni, o nello stesso Hemgogn.

E un ritratto di Sissie con una coroncina di fiori di campo, ricavata da una fotografia che si diceva scattata dal principe Frodig (anche se Chickie ripeteva di averla scattata lei) ornava le pareti di mille stanze, in una dozzina di palazzi.

Ho conosciuto però alcuni reali che non condividevano l’adorazione generale.

Il vecchio principe Foford mi aveva preso piuttosto in simpatia, anche se ero forestiera. Primo cugino del re e zio del mio amico il duca, si vantava del suo anticonformismo e del suo modo di pensare contestatario.

«Il ribelle della famiglia, mi chiamano», diceva con la sua voce roca, mentre gli occhi gli brillavano fra le rughe.

Allevava flennis, non gorki, e giudicava insopportabili i Comuni, persino Sissie. «Una debole», brontolò. «Nessuna resistenza. Nessuna educazione. Andava a mettersi in mostra sotto le mura, sperando che il principe la vedesse. Ha preso freddo e ne è morta. Tutte famiglie malaticce. Malati, ignoranti, mendichi. Case piene di sporcizia. Mettersi in mostra, non sanno fare altro. Sudiciume, grida, casseruole che volano, occhi neri, parolacce… tutta scena. Tutto un imbroglio. Sotto quelle cataste di legna ci sono passati anche un paio di duchi, una o due generazioni fa. Lo so per certo.»

E in verità, a mano a mano che prendevo nota dei pettegolezzi, dei bollettini, delle fotografie, dei Comuni stessi, mentre camminavano per le strade di Legners Royal, il loro aspetto da «classe inferiore» mi sembrava un po’ insistito, persino voluto, o magari il termine adatto è «professionale».

Dubito che Chickie avesse intenzionalmente architettato di farsi ingravidare dallo zio, ma quando accadde, certamente sfruttò l’accaduto.

A ogni principe o principessa con taccuino d’appunti alla mano, raccontò instancabilmente la deprecabile storia di come zio Tugg avesse continuato a riempirle la bocca di acini ormai più che maturi, finché non l’aveva vista talmente ubriaca da vomitare e poi le aveva strappato via i vestiti e l’aveva scopata.

La storia era sempre più lunga a ogni successiva narrazione, diveniva sempre più surriscaldata ed esplicita.

Fu il tredicenne principe Hodo a riportare le vivide parole di Chickie sul peso brutale del corpo peloso di zio Tugg e su come, mentre lei cercava di opporsi, il suo stesso corpo l’aveva tradita, perché i capezzoli si erano induriti e le cosce si erano aperte mentre lui premeva il suo, e qui il principe aveva messo quattro asterischi, nella sua quattro asterischi.

A una delle più giovani duchesse, Chickie confidò di avere cercato di liberarsi del bambino, ma i bagni caldi erano solo una stronzata, le erbe della nonna erano una cacata e coi ferri da calza ti puoi anche ammazzare.

Intanto lo zio Tugg andava in giro a vantarsi che la famiglia l’aveva sempre chiamato Scopatutte, e alla fine suo cognato, padre putativo di Chickie (c’erano molti dubbi sull’origine di Chickie e c’era la possibilità che lo stesso zio Tugg fosse il padre) lo aspettò dietro l’angolo, lo assalì alle spalle e lo colpì con un tubo di piombo fino a fargli perdere i sensi. L’intero regno rabbrividì voluttuosamente nell’apprendere che lo zio Tugg era stato scoperto in un laghetto di sangue e di orina, all’esterno della casa, accanto alla porta della latrina di famiglia.

Infatti né i Gat, né i Tugg avevano impianti sanitari o l’acqua corrente e neppure l’elettricità. La precedente regina, in un malinteso accesso di compassione o di noblesse oblige, aveva fatto collegare alla rete elettrica la casa più grande dell’antico, sudicio ammasso di catapecchie e baracche chiamato i Comuni. In quel comprensorio, monelli con la goccia al naso giocavano dentro automobili sventrate ed enormi cani tendevano la corta catena in interminabili frenesie di latrati, cercando di aggredire le pecore rognose della prozia Yoly che capitavano laggiù, passando in mezzo alle puzzolenti vasche della conceria dello zio Agby.

I ragazzi, fin dal primo giorno, avevano spaccato tutte le lampade, usando dei sassi scagliati con la fionda. Nonna Gat non volle mai usare il forno elettrico, preferì sempre cuocere i frutti del pane nella cavernosa stufa a legna. Topi e ratti mangiarono l’isolante e provocarono un corto circuito. Il principale risultato dell’elettrificazione dei Comuni fu un persistente puzzo di topo bruciato.

Abitualmente, i Comuni evitano i forestieri, con studiata disattenzione e sguardo vacuo, non diversamente dai nobili. Di tanto in tanto, però, il loro fanatismo patriottico rompe gli argini e li spinge a scagliare spazzatura contro i turisti. Quando viene informato di questo, il palazzo rilascia sempre una breve dichiarazione in cui esprime shock e costernazione per il fatto che alcuni uomini di Hegn dimentichino a tal punto le tradizioni di ospitalità caratteristiche del regno. Ma ai ricevimenti reali s’ode sempre qualche risatina accompagnata da mormorii come: «Hanno dato a quei barboni il fatto loro, no?» Infatti, dopotutto, i turisti sono comuni cittadini, ma non sono i loro comuni cittadini.

I loro Comuni hanno però preso dai forestieri un vizio. Tutti fumano sigarette americane dall’età di sei o sette anni e hanno le dita gialle, l’alito pesante e un’orribile tosse catarrosa.

Il cugino Cadge, uno degli uomini pallidi e grassi che avevo visto al funerale, gestisce un fruttuoso contrabbando di sigarette, tramite il figlio nano, Stumpy, che è addetto alla pulizia delle toilette all’Hotel Interplanario. Anche i giovani nobili spesso comprano sigarette da Cadge e le fumano in segreto, ansiosi di provare la nausea, l’irregolarità e cosa si prova a essere, per alcuni minuti, veramente volgare e una vera feccia.

Lasciai il piano prima che nascesse il figlio di Chickie, mentre l’attenzione reale era già centrata sul prossimo evento e intensificata dai frequenti annunci pubblici di Chickie che il piccolo bastardo sarebbe stato certamente un idiota con un filo di bava alla bocca, nato senza le gambe, senza le braccia o senza il quattro asterischi.

«Che altro potete aspettarvi?» E le famiglie reali di quattro regni non desideravano altro. Affascinate, senza parole, attendevamo con ansia un disastro genetico, un piccolo, mostruoso plebeo che avrebbe permesso loro di scuotere la testa, sospirare e rabbrividire.