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Lo slogan con cui Riusuk svolse la sua campagna fu: «Obtry a Dio», e il suo bersaglio furono in particolare le comunità Sosasta delle città e delle aree rurali meridionali, il cui culto danzante era considerato particolarmente maligno e sacrilego.

Molti soldati delle province meridionali, però, erano Sosasta, e nel primo anno di carica di Riusuk si ammutinarono. Furono raggiunti da gruppi partigiani e guerriglieri Astasa che si erano nascosti nelle foreste e nelle città del centro della nazione. Il disordine e la violenza si diffusero e le fazioni si moltiplicarono.

Il presidente Riusuk venne rapito dalla casa sul lago dove trascorreva le vacanze estive e dopo una settimana il suo corpo fatto a pezzi venne ritrovato ai margini di un’autostrada. Nella bocca, nelle orecchie e nelle narici gli erano stati cacciati feticci degli Astasa.

Nei disordini che seguirono, un generale Astasosa, Hodus, si nominò facente funzioni di presidente, prese il comando di un grosso gruppo trasversale di soldati e instaurò un’Epurazione Finale di Senza Dio, Atei e Pagani, termine che ora comprendeva Astasa, Sosasta e Afastasa. I suoi soldati uccidevano tutti coloro che erano, o si pensava fossero o si diceva fossero, non-Sosa, facendo fuoco su di loro a vista, e lasciando i corpi a marcire sul terreno.

Gli Afastasa della provincia di Nord-ovest presero le armi sotto la direzione di un capo molto abile, Shamato, una ex insegnante; i suoi seguaci, a lei ferocemente devoti, riuscirono a resistere per sette anni alle forze di Hodus in quattro città del Nord e nelle regioni di montagna. Shamato venne poi uccisa nel corso di un’incursione in territorio Astasosa.

Hodus aveva chiuso le università non appena salito al potere. Aveva messo come insegnanti nelle scuole sacerdoti di Af, ma più tardi nel corso della guerra civile tutte le scuole vennero chiuse, dato che erano i bersagli preferiti dei cecchini e delle bombe. Non c’erano più strade sicure per i commerci, le frontiere vennero chiuse, gli scambi cessarono, con conseguente carestia e successive epidemie.

Sosa e non-Sosa continuarono a uccidersi tra loro.

I Ven invasero la provincia del Nord nel sesto anno della guerra civile, senza incontrare resistenza, o quasi, poiché tutti gli uomini e le donne capaci di difendersi erano morti o occupati a combattere contro i loro vicini. L’esercito Ven attraversò l’Obtry come un’onda di piena, eliminando le ultime sacche di resistenza. La regione venne annessa alla Nazione del Ven e rimase una provincia tributaria per i successivi secoli.

I Ven, che nutrivano un uguale disprezzo per tutte le religioni di Obtry, imposero il culto pubblico della loro divinità, la Gran Madre delle Tette.

Sosa, Astasosa e Sosasta impararono a prostrarsi davanti a statue dagli immensi seni e gli Astasa e Afastasa superstiti appresero a danzare in circolo attorno a piccoli feticci a forma di mammella.

Solo i Tyob, nell’alto delle montagne, rimasero pressoché come prima, poveri pastori, privi di una religione su cui valesse la pena di litigare. L’autore del grande poema mistico L’ascesa, opera che ha reso famosa su più di un piano la provincia di Obtry, era un Tyob.

IL CANE NERO

Le due tribù della grande foresta di Yeye erano nemici tradizionali. Quando un ragazzo degli Hoa o dei Farim cresceva, non vedeva l’ora di avere l’onore di essere scelto per un’incursione, sigillo e riconoscimento della sua maturità.

In genere, all’incursione si opponeva un’analoga spedizione di guerra dell’altra tribù e lo scontro si svolgeva su uno dei tradizionali terreni di battaglia, nelle radure delle collinette coperte di foreste e nelle valli fluviali dove abitavano Hoa e Farim.

Dopo avere combattuto duramente, quando sei o sette uomini erano stati feriti o uccisi, i capi guerrieri di entrambi gli schieramenti proclamavano la vittoria. I guerrieri di ciascuna tribù correvano a casa, portando con sé i morti e i feriti, per celebrare la danza della vittoria. I guerrieri morti venivano messi in piedi e legati a un sostegno perché potessero vedere la danza prima di essere sepolti.

Di tanto in tanto, per qualche errore nelle comunicazioni, nessun gruppo di guerrieri arrivava ad affrontare gli assalitori, i quali erano così obbligati a correre fino al villaggio nemico per ammazzare gli uomini e rapire come schiavi i più deboli. Questo era un lavoro sgradevole e spesso portava alla morte di donne, bambini e vecchi del villaggio, oltre alla perdita di molti membri della spedizione attaccante.

Era molto più soddisfacente per tutti che gli aggrediti sapessero dell’arrivo dell’incursione, in modo che il combattimento e le uccisioni potessero avere luogo su un campo di battaglia, e non sfuggissero di mano.

Gli Hoa e i Farim non avevano animali domestici, a parte piccoli cani, simili ai terrier, che servivano a liberare dai topi le capanne e i granai. Le loro armi erano corte spade di bronzo e lunghe lance di legno e portavano scudi di cuoio. Come Ulisse, usavano l’arco e la freccia per lo sport e per la caccia, ma non in battaglia.

Piantavano grano e tuberi nelle radure e ogni cinque o sei anni spostavano il villaggio in prossimità della nuova terra coltivata.

Le donne si occupavano della coltivazione, della raccolta, della preparazione del cibo, del trasporto delle capanne e di tutto il resto del lavoro, che in realtà non era chiamato lavoro, ma «quel che fanno le donne».

Le donne si occupavano anche della pesca. I ragazzi tendevano trappole per i topi del legno e i conigli, gli uomini davano la caccia al cervo roano della foresta e i vecchi decidevano quando fosse giunto il giorno della semina, quando si dovesse spostare il villaggio e quando fosse il momento di fare un’incursione nel villaggio nemico.

I giovani che venivano uccisi in queste incursioni erano così numerosi che non rimanevano mai molti anziani a discutere di tali argomenti; in ogni caso, se qualcuno cominciava a muovere obiezioni sulla semina o lo spostamento del villaggio, potevano sempre ordinare un’incursione.

Fin dall’inizio del tempo, le cose erano andate in questo modo, con incursioni un paio di volte l’anno, e con entrambe le parti che celebravano la vittoria.

L’avvertimento dell’incursione trapelava sempre con un certo anticipo e i canti del gruppo di guerrieri, quando si recavano ad attaccare il villaggio rivale, erano intonati a voce altissima; in questo modo gli scontri avevano luogo sui campi di battaglia, i villaggi rimanevano indenni, e ai loro abitanti bastava solo piangere gli eroi morti e dichiarare il loro odio inestinguibile verso i malvagi Hoa o i malvagi Farim.

I Farim vennero a sapere che gli Hoa stavano preparando una grossa incursione e quindi i loro guerrieri si denudarono, afferrarono spada, lancia e scudo e — intonando ad alta voce i canti di guerra — si avventarono lungo il sentiero della foresta fino al campo di battaglia noto come Vicino al Ruscello degli Uccelli. Laggiù incontrarono i guerrieri Hoa che arrivavano in quel momento: anche loro erano nudi, armati di lancia, spada e scudo, e intonavano ad alta voce i canti di guerra.

Ma davanti agli Hoa comparve qualcosa di strano: un enorme cane nero. Aveva la schiena alta fino al petto di un uomo, la sua testa era gigantesca. Correva a balzi, con gli occhi rossi e brillanti, con la schiuma che colava dalle mascelle larghe con i lunghi denti, e ringhiava in modo orribile. Attaccò il capo dei guerrieri Farim, balzandogli direttamente contro il petto. Lo gettò a terra e mentre l’uomo cercava inutilmente di colpirlo con la spada, il cane gli squarciò la gola.

Questo evento del tutto inatteso, non tradizionale, orribile, stupì e terrorizzò i Farim, li paralizzò. Il loro canto di guerra si spense. Non riuscirono a offrire molta resistenza all’attacco degli Hoa. Quattro altri Farim, uomini e ragazzi, vennero uccisi — uno dal cane nero — prima di fuggire in preda al panico, disperdendosi per la foresta, senza fermarsi a raccogliere i morti.