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Una cosa del genere non era mai successa.

Di conseguenza, gli anziani dei Farim dovettero discuterne approfonditamente prima di ordinare un’incursione per vendicare l’onta.

Dato che le incursioni erano immancabilmente vittoriose, in genere passavano mesi, a volte persino un anno, prima che si sentisse la necessità di un’altra battaglia per mantenere ben viva la disposizione eroica dei giovani, ma questa volta era diverso. I Farim erano stati sconfitti. I loro guerrieri erano stati costretti a strisciare di notte fino al campo di battaglia, impauriti e tremanti, per raccogliere i morti, e vi avevano trovato i corpi deturpati dal cane: a un uomo era stato strappato l’orecchio, il braccio sinistro del capo guerriero era stato divorato e le sue ossa erano sparse tutt’attorno, segnate dai denti.

Il bisogno dei guerrieri Farim di vincere una battaglia era urgente. Per tre giorni e tre notti i vecchi cantarono inni di guerra. Poi i giovani si spogliarono, presero spada, lancia e scudo e corsero, con l’espressione truce e cantando a voce alta, lungo il sentiero della foresta, in direzione del villaggio Hoa.

Ma ancor prima di raggiungere il primo campo di battaglia di quel sentiero, videro venire contro di loro, lungo lo stretto passaggio in mezzo agli alberi, il terribile cane nero. Dietro l’animale venivano i guerrieri Hoa, che cantavano a voce spiegata.

I guerrieri Farim si voltarono e corsero via senza lottare, spargendosi per la foresta.

A uno a uno rientrarono nel villaggio, nelle ultime ore del pomeriggio. Le donne non li salutarono; posarono il cibo davanti a loro, ma non fecero parola. I figli distolsero lo sguardo dai padri e andarono a chiudersi nelle capanne. Anche i vecchi rimasero nelle capanne, e piansero.

I guerrieri si stesero per dormire, ciascuno solo sulla sua stuoia, e anch’essi piansero.

Le donne parlarono tra loro, alla luce delle stelle, nei pressi delle corde dove si metteva la carne a seccare.

«Saremo fatte schiave, tutte», dissero. «Schiave degli infami Hoa. I nostri figli saranno schiavi.»

Però, nessuna incursione giunse dagli Hoa, l’indomani, e neppure il giorno seguente.

L’attesa fu molto snervante. Poi, i vecchi e i giovani tennero consiglio e decisero che dovevano fare un’incursione contro gli Hoa e uccidere il cane nero anche se fossero morti nel tentativo.

Continuarono per tutta la notte a intonare i canti di guerra. La mattina, con la faccia cupa e senza cantare, si allontanarono, tutti i guerrieri Farim, lungo il sentiero più breve per Hoa. Non correvano. Camminavano con passo sicuro.

Continuarono a guardare davanti a sé, lungo il sentiero, in attesa di scorgere il cane nero, con i suoi occhi rossi e le mascelle enormi e i denti luccicanti. Con timore, continuarono a guardarsi attorno.

E il cane apparve. Balzava, ma senza lanciarsi contro di loro, ringhiava e latrava. Uscì dagli alberi e raggiunse il terreno libero; si fermò per un momento a guardarli, silenzioso, con quello che sembrava un sogghigno sulla bocca terribile. Poi si allontanò trotterellando davanti a loro.

«Fugge via da noi», esclamò Ahu.

«Ci guida», gli rispose Yu, il capo dei guerrieri.

«Ci porta alla morte», protestò il giovane Gim.

«No, alla vittoria!» esclamò Yu, e cominciò a correre, sollevando la lancia.

Furono al villaggio degli Hoa prima che i guerrieri nemici capissero che era un’incursione e corressero ad affrontarli, con ancora i vestiti addosso, impreparati e disarmati.

Il cane nero balzò sul primo uomo Hoa, lo gettò a terra e cominciò a lacerargli la faccia e la gola. Bambini e donne del villaggio cominciarono a urlare, alcuni corsero via, altri afferrarono bastoni e cercarono di assalire gli aggressori, il tutto nella massima confusione, ma fuggirono quando il cane nero lasciò la vittima e li attaccò.

I guerrieri Farim seguirono il cane nero lungo il villaggio. Laggiù, in un momento, uccisero parecchi uomini e si impadronirono di due donne. Poi Yu gridò: «Vittoria!» e tutti i suoi guerrieri fecero eco: «Vittoria!» quindi corsero a Farim, portando con sé i prigionieri, ma non i loro morti, perché non avevano perso alcun uomo.

L’ultimo guerriero della fila si guardò alle spalle. Il cane nero li seguiva. Dalla sua bocca colava saliva bianca.

Giunti a Farim tennero la danza della vittoria, ma non fu una danza che desse loro l’abituale piacere. Non c’erano guerrieri morti da sollevare sui bastoni, con la spada insanguinata nella mano fredda, per sorvegliare i danzatori e dare loro l’approvazione.

Le due schiave catturate sedevano a capo chino e piangevano, coprendosi la faccia. Solo il cane nero le sorvegliava, seduto sotto gli alberi, e sogghignava.

Tutti i piccoli cani del villaggio, adatti solo per dare la caccia ai topi, erano corsi a nascondersi sotto le capanne.

«Presto colpiremo di nuovo Hoa!» gridava il giovane Gim. «Seguiremo fino alla vittoria lo Spirito Cane!»

«Tu seguirai me», gli replicò il capo dei guerrieri, Yu.

«Voi seguirete il nostro giudizio», li redarguì il più anziano della tribù, Imfa.

Le donne continuarono a riempire le brocche della birra, in modo che gli uomini si potessero ubriacare, ma si tennero alla larga dalla danza della vittoria, come sempre. Si riunirono accanto alle corde dove seccava la carne e parlarono alla luce delle stelle.

Quando gran parte degli uomini si addormentò, ubriaca, le due donne Hoa che erano state catturate cercarono di allontanarsi col buio, ma il cane nero comparve davanti a loro, mostrando i denti e ringhiando. Allora tornarono subito indietro, atterrite.

Alcune donne del villaggio lasciarono i pali e le corde per seccare la carne e andarono a raggiungerle; cominciarono a parlare tra loro. Le donne dei Farim e degli Hoa parlavano la lingua delle donne, che è uguale per tutte le tribù, anche se il linguaggio degli uomini è diverso.

«Da dove viene fuori un cane come quello?» chiese la moglie di Imfa.

«Non sappiamo», rispose la donna Hoa più anziana. «Quando i nostri uomini sono partiti per attaccarvi, è comparso davanti a loro, e ha assalito i vostri guerrieri. L’ha fatto anche una seconda volta. Così i vecchi del villaggio gli hanno dato da mangiare cacciagione e conigli vivi e l’hanno chiamato lo Spirito della Vittoria; oggi si è rivoltato contro di noi e ha dato la vittoria a voi.»

«Anche noi possiamo dar da mangiare al cane», commentò la moglie di Imfa. Le donne ne discussero per un certo tempo.

La zia di Yu tornò presso i cavalletti per seccare la carne e prelevò un’intera spalla di cervo affumicato e seccato. La moglie di Imfa spalmò sulla carne una certa pasta. Poi la zia di Yu la portò al cane nero.

«Qui, cagnolino», gli disse. Lasciò sul terreno la carne. Il cane nero si fece avanti, ringhiando, prese il pezzo di carne e cominciò a divorarlo.

«Bravo cagnolino», commentò la zia di Yu.

Tutte le donne fecero ritorno nelle capanne. La zia di Yu portò nella sua capanna le due prigioniere e diede loro stuoie e coperte.

La mattina, i guerrieri Farim si alzarono con la testa e i muscoli doloranti. Videro e udirono i bambini di Farim che, tutti in un gruppo, chiacchieravano tra loro come un gruppo di uccelli. Che cosa guardavano?

Il corpo del cane nero, rigido e solo, trafitto da centinaia di colpi di lance per pescare.

«Sono state le donne», commentarono i guerrieri.

«Con la carne avvelenata e le lance da pesca», confermò la zia di Yu.

«Non vi abbiamo ordinato di farlo», le redarguirono i vecchi.

«In ogni caso», disse la moglie di linfa, «è fatto.»

Da allora in poi, i Farim organizzarono incursioni contro gli Hoa e gli Hoa contro i Farim a intervalli ragionevoli, e combatterono nel modo tradizionale, sui soliti campi di battaglia e tornarono a casa vittoriosi con i loro morti, che osservarono come sempre la danza di vittoria dei guerrieri e furono soddisfatti.