Ogni città ha sul proprio lato un sentiero a tornanti per i turisti che, in sella ad asini, scendono fra le rocce e le strane formazioni di fango del canyon, fino al fiume Alon, che scorre nelle profondità, nuovamente pulito, anche se privo di mucche e di trote.
Là giunti, i turisti consumano un picnic sulla riva erbosa. Le guide di Huy raccontano ai turisti la divertente leggenda delle Cento Figlie di Bult, e quelle di Meyun raccontano l’avvincente mito del Manto Stellato di Tarv.
Poi tutti si rimettono in sella agli asini e risalgono lentamente fino a rivedere la luce.
GRANDE GIOIA
Ho saputo recentemente che c’è un piano ad accesso limitato. È stato uno shock. Avevo dato per scontato che una volta appreso il metodo di Sita Dulip si potesse andare da ciascun aeroporto a ciascun altro piano e che le possibilità fossero essenzialmente infinite.
I frequenti aggiornamenti dell’Enciclopedia planaria sono la prova che il numero dei piani conosciuti continua ad aumentare. E avevo ritenuto che tutti fossero accessibili (nelle condizioni giuste) da tutti gli altri, finché mia cugina Sulie non mi ha parlato del Piano dei Giorni di Festa (Marchio Registrato).
Quel piano si può raggiungere solo da determinati aeroporti, tutti situati negli Stati Uniti e in maggioranza nel Texas. A Dallas e Houston ci sono salette del Club Piano dei Giorni di Festa, riservate ai gruppi di turisti con quella particolare destinazione. Come si ottenga in quelle salette lo stato di tensione e indigestione occorrente per il viaggio, preferisco ignorarlo.
E non ho alcun desiderio di visitare quel piano; ma mia cugina Sulie si reca laggiù da vari anni.
Vi si stava recando quando è passata da me e, per rispondere a una mia domanda, al suo ritorno mi ha gentilmente portato un’intera borsa di carta piena di volantini, dépliant e altro materiale pubblicitario, che ho utilizzato per questa descrizione. C’è anche un sito sulla rete, ma pare che il suo indirizzo cambi senza preavviso.
La storia del luogo può essere soltanto frutto di illazioni. A giudicare dalle date del materiale pubblicitario, non ha più di una decina di anni.
Posso immaginare la scena della sua origine: un gruppo di uomini d’affari costretto ad aspettare in un aeroporto del Texas, comincia a chiacchierare nel bar dove hanno accesso i viaggiatori delle classi prima e business, ma non gli altri. Uno degli uomini d’affari suggerisce di provare il metodo di Sita Dulip.
Per inesperienza o per sfida finiscono per trovarsi non su uno dei pianeti abitualmente frequentati dai turisti, ma su uno che non è neppure elencato nel manuale di Rornan. E lo trovano, a loro giudizio, vergine: inesplorato, sottosviluppato, un piano del Terzo Mondo che aspetta solo la magia dell’imprenditore, il tocco magico dello sfruttamento.
Immagino che la popolazione indigena fosse sparsa su molte piccole isole e che fosse molto povera, o fatalmente ospitale, o tutt’e due le cose. Evidentemente erano pronti e disponibili, per un’innocente speranza di guadagno o per amore della novità, ad adottare un nuovo stile di vita. In ogni caso, pronti o non pronti, impararono a fare quello che gli veniva detto e a comportarsi nel modo che gli veniva insegnato dalla Compagnia Grande Gioia.
«Grande Gioia» sembra un’espressione cinese, ma tutto il materiale pubblicitario che la cugina Sulie mi ha portato è stampato negli Stati Uniti.
La Compagnia Grande Gioia è proprietaria del nome del piano, che è un marchio registrato, e pubblica il materiale informativo. Di più non so, su Grande Gioia. Non ho cercato di svolgere indagini. Sarebbe stato inutile. Non esistono informazioni sulle compagnie, ma solo disinformazioni.
Anche dopo il loro collasso, quando crollano su se stesse e lasciano solo una butterata distesa di rovine che puzzano di azionisti scottati e che sono circondate da un’impenetrabile barriera di membri del parlamento e altri funzionari dello stato, i quali si tengono per mano e si circondano di strisce di plastica con la scritta PROPRIETÀ PRIVATA, TENERSI ALLA LARGA, DIVIETO DI ACCESSO, DIVIETO DI CACCIA, DIVIETO DI PESCA… neanche allora vi si può trovare una verità, quale che sia.
Nella misura in cui ci si può fidare del materiale pubblicitario, il mondo di Grande Gioia è soprattutto un oceano tiepido e poco profondo, punteggiato di piccole isole. Hanno un aspetto più piatto delle nostre isole vulcaniche del Pacifico, sembrano grossi affioramenti di sabbia. Il clima è descritto come temperato e gradevole. Ci devono essere — o devono esserci state — piante e animali indigeni, ma nelle pubblicità non se ne parla. Gli unici alberi visibili nelle fotografie sono abeti e palme da cocco in enormi vasi. Non si parla neanche della popolazione locale, a meno che non si considerino gli accenni agli «amichevoli, pittoreschi indigeni».
L’isola più grande, o in ogni caso quella che ha il materiale pubblicitario più sofisticato, è l’Isola del Natale. È laggiù che si reca la cugina Sulie ogni volta che le è possibile. Dato che abita nella rurale South Carolina e ha una figlia a San Diego e un figlio a Minneapolis, ne ha spesso la possibilità, a patto che si assicuri di cambiare aeroplano — e piano — nei posti giusti, ovvero i principali aeroporti del Texas, quello di Denver o quello di Salt Lake City.
Il figlio e la figlia si aspettano sempre una sua prima visita in agosto, perché è il mese in cui le piace fare gli acquisti natalizi, e una seconda visita, di solito, all’inizio di dicembre, quando viene presa dal panico al pensiero delle cose che in agosto s’è scordata di comprare.
«Per entrare nel giusto spirito mi basta pensare all’Isola del Natale!» mi ha detto. «Oh, è un posto così felice! E i prezzi sono bassi come al discount, ma c’è molta più scelta.»
Anche se il clima è descritto come temperato e soleggiato, tutte le vetrine dei negozi di Noël City, Yuleville e O Little Town hanno il ghiaccio sul cristallo della vetrina, uno strato di neve eterna sul davanzale e ghirlande di aghi di pino e rametti di agrifoglio sulla porta. Da decine di campanili e pinnacoli rintoccano le campane.
La cugina Sulie mi ha spiegato che non ci sono chiese sotto quei campanili, solo spazi commerciali, ma i campanili sono pittoreschi. Tutte le aree commerciali e le strade affollate sono piene del suono di canti natalizi che aleggia all’infinito sulla testa degli acquirenti e degli indigeni. Questi ultimi, nelle fotografie, indossano costumi approssimativamente vittoriani, gli uomini il frac e il cappello a cilindro, le donne la crinolina. I bambini giocano col cerchio, le bambine con le bambole di pezza. Gli indigeni riempiono tutte le strade e si aggirano allegramente da una zona all’altra, assicurandosi che non ci siano isolati vuoti o piazze non affollate. Portano in giro i turisti su carrozze a cavalli e piccole corriere, vendono mazzetti di vischio e spazzano gli incroci.
La cugina Sulie ha aggiunto che si rivolgono a lei in modo molto carino. Le ho chiesto cosa dicono; le augurano: «Buon Natale!», «Buona sera a lei!», oppure: «Gahbressa sebberzvun!» Non era certa del significato di quest’ultima frase, ma quando l’ha ripetuta come l’aveva sentita, penso di averla riconosciuta.
Sull’isola è vigilia di Natale per tutto l’anno e tutti i negozi e i grandi magazzini di Noël City e di Yuleville, in numero di 220, secondo la pubblicità, sono aperti 24 ore al giorno, sette giorni la settimana, 365 giorni l’anno.
«Quei negozietti pidocchiosi del tipo ‘è sempre Natale’ che abbiamo noi non sono nulla, al confronto», mi ha spiegato Sulie. «Devo proprio dirtelo. Pensa, c’è un negozio a Noël City che è tutto sacchetti! Sai, borse di carta colorate, o di alluminio e di cellophane per i regali. Quando non hai avuto il tempo di fare il pacchetto, o per quelli che non hanno una forma regolare, li infili in un bel sacchetto, avvolti nella carta velina colorata, quella con le increspature; più bello non sapresti farlo, e il prossimo anno si può recuperare la busta, se la pieghi bene.»