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A giudicare dalle fotografie, l’Isola di Hollo-Een! è piena di cocomeri, non so se si tratti di oneste cucurbitacee oppure di plastica. C’è un luna park con l’ottovolante, il castello stregato, il tunnel degli orrori ecc. Gli indigeni che vendono i biglietti, servono ai tavoli, puliscono le stanze e così via, sono travestiti da streghe, spettri, mostri spaziali e Ronald Reagan.

C’è il Dolcetto o Scherzetto Tutte le Sere! Sicuro! Controllato! (Tutti i dolci sono garantiti, sicuri e privi di additivi nocivi.) Mentre i bambini vengono accompagnati da una casa all’altra di Spettroville, i genitori possono guardare uno dei «Cento film dell’orrore» sulla tv a schermo gigante della loro camera, presso gli alberghi Casa degli Addams o Castello di Frankenstein.

Mi è parso di cogliere un tono leggermente rigido nella voce della cugina Sulie, quando lei mi ha passato il dépliant. Il testo contiene un eccessivo numero di affermazioni blande, ma volutamente — e insistentemente — rassicuranti, di pastori delle varie chiese cristiane. Ciascuno descrive Hollo-Een! come un divertimento pulito, sicuro e salutare per l’intera famiglia. Assolutamente nulla di dannoso o che possa turbare. Ma sono certa che il naso sensibile dei veri credenti sente odor di zolfo in quel depliant e che i loro occhi acuti discernono, su quelle sabbie aliene, l’impronta dello zoccolo caprino.

Il materiale pubblicitario dell’Isola Quattro di Luglio è assai più abbondante e non ha alcun tono difensivo. Dalla Ricostruzione Permanente Vivente dell’Alzabandiera di Iwo Jima, alle Quattro Ore di Spettacolo Pirotecnico Ogni Notte, dalla Tavola Calda Uniti Resisteremo, passando per la Avenue dei Presidenti, con le sue due file di statue, fino alla Cappella di Preghiera Indivisibili in Nome di Dio, tutto è su scala grandiosa, e ogni cosa è rossa, bianca, azzurra, a strisce e a stelle.

La Compagnia Grande Gioia si aspetta evidentemente di accogliere un gran numero di turisti patriottici. Alle esposizioni interattive del Museo dei Nostri Eroi, alla Mostra dei Cannoni, ai Giardini della Vittoria Americana (salvia, lobelia, iberide) è dedicato grande spazio nel sito della rete, dove si può recitare in qualsiasi momento il Giuramento di Fedeltà, interattivamente, con un coro di cinquemila scolari virtuali.

Sull’Isola del Quattro di Luglio le sistemazioni vanno dalla Locanda Campagnola di George Washington (due stelle) al Grand Hotel di Lusso e Appartamenti George W. Bush (sei stelle). (Inutilmente speravo di trovare un motel da poco prezzo con tariffa oraria chiamato L’Ultima Risorsa della Canaglia, naturalmente «in armi».)

Al confronto dei grattacieli che dominano sulla sabbia bianca e le spiagge, il mare azzurro, gli ombrelloni rossi, i viali imponenti e i panorami marmorei dell’Isola del Quattro di Luglio, l’Isola di San Valentino sembra molto domestica e all’antica. L’isola è a forma di cuore, naturalmente, e anche la Città del Vero Amore ha quella forma. Gran quantità di rosa e di bianco, gran quantità di pizzetti, gran quantità di appartamenti per la luna di miele, per la seconda luna di miele e per l’eterna luna di miele, all’hotel Scatola di Cioccolatini.

Si possono noleggiare biciclette per due. Ci si può far fotografare con bambini indigeni sorridenti, vestiti (o svestiti) da Cupido, che puntano frecce di carta contro coppie sorridenti, dentro una cornice di rose artificiali.

«Be’, suppongo che se si è nella giusta disposizione di spirito, con la giusta compagnia, possa anche piacere», ha commentato la cugina Sulie, voltando con aria un po’ sdegnosa i fogli.

Il dépliant dell’Isola del Nuovo Anno dice: «Tutte le installazioni sono nuove». In realtà le installazioni paiono limitarsi a una: un enorme hotel. Ha quattordici sale per i banchetti, sei grandi sale da ballo e un campo da golf sul tetto. La sola immagine scattata all’esterno è quella di un grande cortile aperto, illuminato da lanterne cinesi.

L’Isola del Nuovo Anno è evidentemente intesa per visite brevi — poche ore o una sola notte — di viaggiatori che non hanno molto tempo da perdere e vogliono sfruttarlo per un party, perché, tolto il campo da golf l’unico divertimento offerto è «Il Party della Vostra Vita!».

In realtà c’è un’ampia scelta di party uno in una sala da ballo dorata, con palloncini e valzer e l’orchestra; uno in una «Mansarda del Greenwich Village, all’epoca del Charleston», con jazz e gin di contrabbando; un altro al «Bar dei Cin-Cin», uno al «Love-In degli Hippie Anni ’60». E così via.

Il costume adatto, dall’abito da sera allo smoking, al parruccone rosso e fino al naso finto dei clown, si può noleggiare. Studiando le facce nelle fotografie, scattate durante i ricevimenti, mi parve che si potesse anche noleggiare un’opportuna compagnia per la sera. Tra i danzatori, ai tavoli del buffet, a far tintinnare i bicchieri di champagne, ci sono un mucchio di donne giovani e graziose e di uomini eleganti sui quarant’anni. Sono tutti snelli, bruni e sorridenti. Non hanno l’aria dei turisti. I turisti invece sì.

Dal materiale pubblicitario si ricava l’impressione che una visita al piano della Compagnia Grande Gioia possa essere assai costosa, anche se non si fa menzione di prezzi. Se telefonate al numero che inizia per 800 o cercate di scoprirlo sulla rete, si limitano ad assicurarvi che il trasporto fino al piano è «assolutamente gratuito» e vi suggeriscono allegramente che senza dubbio vorrete portare con voi una «carta di credito valida». La cugina Sulie mi ha detto che: «È molto meglio di quel posto in Florida, quello col nome ridicolo, quello su cui Sally Ann ha tanto insistito per portarci in visita. Cara, quelli sì che ti spellano!»

Sull’Isola dell’Anno Nuovo, poco prima della mezzanotte (che penso cada ogni dodici ore, se non ogni sei), chiunque sia ancora in grado di tenersi in piedi si reca nel grande cortile, dove un maxischermo tv alto tre piani mostra la palla che allo scoccare della mezzanotte cade in Times Square. Tutti si tengono per mano e brindano a base di champagne, con prevedibile difficoltà, e cantano Auld Long Syne. Ci sono fuochi d’artificio e champagne e la festa va avanti. E avanti. E avanti. Mi chiedo quando puliscano le sale dei party. Forse hanno sale doppie, una che viene usata e l’altra che viene pulita. O forse nessuno se ne accorge. Mi chiedo come facciano a riportare in tempo gli ubriachi ai loro aeroporti d’origine; se non ci riescono, si possono denunciare? Non che serva a qualcosa sporgere denuncia contro una compagnia. Mi chiedo che cosa forniscano da fumare alla gente del party e del love-in degli hippie e cosa facciano bere al party del punk underground, e come facciano a riportare quelli al luogo di partenza.

In ogni caso, se è sempre la vigilia del Primo dell’Anno non è mai Capodanno: non occorre fare buoni propositi per l’anno a venire. Non c’è neppure bisogno di rimandare a casa i festaioli, se sono disposti a continuare la festa finché non riprende di nuovo il conto alla rovescia. E la palla di Times Square cade di nuovo e ricomincia lo spettacolo pirotecnico e tutti cantano di nuovo Auld Lang Syne e brindano con altro champagne. Al di là di questo, la mia immaginazione si rifiuta di andare. Non mi fornisce ulteriori possibilità riguardanti la vita sull’Isola dell’Anno Nuovo. Mi dice che non ce ne sono altre.

Io e la cugina Sulie non vediamo tutto alla stessa maniera, ma in questo caso ci siamo trovate d’accordo.

«Non andrei mai in quell’isola dei ricevimenti», mi ha detto. «Ho sempre odiato la vigilia di Capodanno.»

Una componente dell’intrattenimento del grande cortile è una parata del drago, come quella del capodanno cinese di San Francisco. Gli indigeni della fotografia sembrano molto più convincenti come americani di origine cinese che come cupidi, elfi o soldati di Washington che attraversavano il Delaware. Mi sono chiesta se non ci fosse qualche isola, per così dire, non americana nel piano della Compagnia Grande Gioia. Sulie è stata piuttosto vaga sull’argomento. «C’è un mucchio di isole. Alcune potrebbero essere straniere.»