Con questa e altre domande nella mente, telefonai alla mia amica Sita Dulip. Con sorpresa, scoprii che non aveva mai sentito parlare di quel piano. Le dissi quanto sapevo e le mandai la documentazione in mio possesso.
Dopo una settimana o due, fu lei a chiamarmi. Aveva cercato di mettersi in contatto con la Compagnia Grande Gioia e aveva incontrato le note difficoltà a trovar qualcosa di più che la segreteria automatica del numero telefonico che inizia per 800. Ma Sita è capace e insistente e alla fine, con le buone maniere, riuscì ad arrivare a qualcuno delle Relazioni col Pubblico e a farsi mandare dépliant e volantini, più o meno come quelli che Sulie aveva raccolto per me, oltre a un promemoria relativo ai nuovi progetti. Quest’ultimo veniva dal settore Ricerca e Sviluppo e a quanto pareva era sotto esame da parte degli alti papaveri della compagnia.
Nella lista comparivano:
ISLA CINCO DE MAYO (un progetto già pienamente sviluppato che evidentemente stava per passare alla fase attuativa).
OGNI SERA LA FESTA DELLE ERBE AMARE! (l’assenza di particolari sul progetto indica che è stato archiviato).
KWANZAA! ISOLA AFRICANA (con una traccia di possibili installazioni e di «intrattenimenti con partecipazione», e alcuni commenti dei livelli superiori, come: «Procedere
ÊT ININTERROTTO (nessun particolare).
HOLI HOLI HOLI (un lungo, entusiastico appunto, che descrive tutte le possibilità dell’acqua colorata e delle polveri colorate e della danza indiana classica, firmato R. Chandranathan, che però non sembrava avere ottenuto l’appoggio dei livelli superiori).
Nel frattempo, Sita ha continuato a fare indagini sulla Compagnia Grande Gioia e il suo piano.
Arrivata a questo punto, decisi di mettere questi appunti nel cassetto, finché non avessi ricevuto altre notizie da Sita. Passò quasi un anno prima che mi telefonasse per aggiornarmi.
Poco dopo aver parlato con me, Sita aveva deciso di informare l’Agenzia Interplanaria dell’attività della Compagnia Grande Gioia sul «Piano dei Giorni di Festa (Marchio Registrato)», che risultò essere già noto da secoli all’Agenzia. Il piano era descritto ed elencato, nel suo stato originario, come Musu Sum sull’Enciclopedia planaria.
L’Agenzia, come si può immaginare, è più che impegnata nel suo compito di registrare e studiare i piani di recente scoperta, installare e ispezionare i punti di trasferimento, gli alberghi e i servizi per i turisti, nel regolare i rapporti tra i piani e mille altre responsabilità. Ma quando aveva saputo che un piano era stato chiuso al libero ingresso e uscita, e veniva gestito come una sorta di campo di prigionia dei suoi abitanti per il profitto di coloro che lo gestivano, passò subito all’azione, e in modo risolutivo.
Non so come l’Agenzia eserciti la propria autorità, e neppure quale ne sia la base, o quali strumenti di convinzione possegga, ma la Compagnia Grande Gioia non esiste più. La sua esistenza è terminata misteriosamente come è iniziata, senza una storia, senza una faccia, senza un foglio di bilancio.
Sita mi ha mandato i nuovi depliant di Musu Sum. Gli stabilimenti dell’isola sono adesso gestiti dagli abitanti stessi, in cooperativa, sotto la supervisione — ma solo per il primo anno — di personale esperto proveniente dall’Agenzia.
La soluzione è ragionevole, in quanto la modesta economia di sopravvivenza della regione è stata completamente distrutta dalla Compagnia Grande Gioia e non può essere ripristinata dal giorno alla notte, mentre invece gli hotel, i ristoranti e le montagne russe sono ancora tutti lì e la gente a cui è stato insegnato a servire e intrattenere i turisti può mettere a frutto ciò che ha imparato. Però, la cosa desta qualche perplessità, specialmente per ciò che riguarda l’isola del Quattro di Luglio. Un monumento orgiastico al nazionalismo americano sentimentale, completamente gestito da persone che non sanno nulla degli Stati Uniti, a parte il fatto di essere stati spietatamente sfruttati per anni da alcuni americani? Be’, suppongo che non sia del tutto improbabile neppure su quel piano. Lo sfruttamento è una lama a doppio taglio.
Ho conosciuto un indigeno di Musu Sum, uno dei primi ad approfittare della libertà di viaggiare, recentemente riconquistata dal suo popolo; Sita gli ha chiesto di venire a trovarmi. Mi ha ringraziato con grande cortesia per la parte da me svolta nella liberazione del suo popolo. Che fosse una parte del tutto casuale e marginale non faceva differenza per Esmo So Mu. Mi ha regalato, come «dono della gratitudine del suo popolo» una piccola palla di vimini, un gioco per bambini, costruito alquanto rozzamente.
«Non facciamo oggetti tanto belli come quelli di voi americani», mi disse, in tono di scusa, ma penso si sia accorto della mia commozione nel riceverlo.
Il suo inglese era abbastanza buono. Da bambino era stato uno degli elfi di Santa Claus e in seguito era stato trasferito all’Isola dell’Anno Nuovo come cameriere e gigolò part-time.
«Non era poi così male», mi disse, per poi aggiungere: «Be’, si stava male», e subito dopo, mentre la sua faccia dagli zigomi alti, espressiva, si increspava in un sorriso: «Ma non male-male. Solo il mangiare era male-male».
Esmo So Mu mi parlò del suo mondo. Centinaia di isole, molte con una popolazione di una sola famiglia o due, sparse per tutto l’oceano. La gente viaggiava da un’isola all’altra con barche simili ai catamarani.
«Tutti sono sempre in visita da qualcuno», mi raccontò.
La Compagnia Grande Gioia aveva concentrato l’intera popolazione in un solo arcipelago e aveva proibito di entrare e di uscire per mare dalla zona. «Bruciato le barche», spiegò Esmo So Mu, conciso.
Era nato su un’isola a sud dell’Arcipelago dei Giorni di Festa e adesso era tornato a vivere laggiù. «Molti più soldi se rimanevo a lavorare in hotel», confessò, «ma non avevo voglia.»
Gli chiesi di parlarmi del suo paese. «Oh», disse, tornando a ridere. «Sa una cosa? Al mio paese non ci sono giorni di festa! Perché siamo tanto pigri! Lavoriamo una, due ore nell’orto, poi smettiamo. Giochiamo con i bambini. Usciamo in barca. Nuotiamo. Andiamo a dormire. Cuciniamo. Riposiamo. Che bisogno abbiamo di fare festa?»
Ma la cugina Sulie accolse con delusione la notizia che la gestione era cambiata. «Non penso di tornarci questo agosto», mi confessò, un po’ triste, quando le telefonai per farle gli auguri di compleanno. «Non mi sembrerebbe neppure Natale, visto che adesso la nazionalità è diversa. Non ti pare?»
L’ISOLA DELLA VEGLIA
Le persone che dormono solo due o tre ore su ventiquattro sono sempre geniali. Quelle di cui si parla, naturalmente. Non state a chiedervi se quelle di cui non sentite parlare siano degli imbecilli. L’insonnia è genio. Deve esserlo. Pensate a tutto il lavoro che potreste svolgere, a tutto quel che riuscireste a pensare, ai libri che potreste leggere, all’amore che potreste fare, mentre i torpidi e gli imbecilli russano.
Sul piano degli orichi, che per molti versi è simile al nostro, c’è gente che non dorme mai.
Un gruppo di scienziati di Hy Brisal, una nazione di orichi, sì convinse che il sonno era uno schema di comportamento vestigiale, adatto ai mammiferi inferiori ma non all’Homo sapiens sapiens. Il sonno può servire alle vulnerabili scimmie per mantenerle in silenzio durante la notte e per stare lontane dai pericoli, ma per la vita civile è inutile come potrebbe esserlo il letargo. Peggio ancora, è un freno all’intelligenza, un ricorrente offuscamento del cervello. Interrompendo ogni notte le funzioni che hanno luogo nell’encefalo, interferendo massicciamente con il pensiero coerente, il sonno impedisce alla mente umana di dispiegare il suo pieno potenziale.