«Mi hai chiesto della lingua. Hai descritto bene il problema, mi pare. Potrebbe essere utile pensarla come segue: Noi parliamo nella maniera «serpente». Un serpente può andare in qualunque direzione, ma solo una direzione per volta, seguendo la propria testa.
Loro parlano «stella di mare». Una stella di mare non ha da andare in giro granché. Non ha testa. Ha molte possibilità a disposizione, anche se non ne sceglie alcuna.
Immagino che le stelle di mare non pensino alle alternative, come sinistra o destra, avanti e indietro; non pensano in termini di cinque tipi di sinistra e destra, cinque tipi di indietro e avanti. O venti tipi di destra e sinistra, indietro e avanti. L’unica alternativa «questa direzione/quella direzione» per una stella di mare potrebbe essere il su o il giù. Le altre dimensioni, direzioni o scelte sono «questo o quello, o quello, o quello, o quello»…
Bene, ciò descrive un aspetto del loro linguaggio. Quando dici qualcosa in Nna Mmoy, quello che dici ha un centro, e l’affermazione va in più di una direzione dal centro… o verso il centro.
In giapponese, a quanto so, una piccola modifica di una parola o di un riferimento cambia completamente una frase, così — non conosco il giapponese, mi limito a improvvisare — se in una parola viene cambiata una sillaba, allora «i grilli cantano in coro alla luce delle stelle» diventa «i taxi sono finiti in un ingorgo all’incrocio». Mi pare che la poesia giapponese usi artisticamente questi doppi significati: un verso di una poesia può essere trasparente, per così dire, a un altro significato che avrebbe se si trovasse in un contesto diverso. Il significato superficiale permette a un significato alternativo di registrarsi nella mente del lettore nello stesso tempo.
Bene, tutto quello che dici in Nna Mmoy è di quel genere. Ogni affermazione è trasparente ad altre possibili affermazioni perché il significato di ogni parola dipende dal significato delle parole che lo circondano. È per questo che probabilmente non si possono chiamare parole.
Una parola nel nostro linguaggio è qualcosa di reale, un suono con una forma fissa. Prendi «gatto». In una frase, o da solo, ha un significato. Un certo tipo di animale. Per riferirti a un gatto, nel parlare usi sempre quegli stessi fonemi e, scrivendo, usi quelle lettere. La parola «gatto» è diversa da ogni altra parola. Come un gatto è diverso da ogni altro animale. «Gatto» è un nome, i verbi sono un po’ più vaghi. Cosa significa, se dici il verbo «aveva», da solo? Non molto. «Aveva» non è come «gatto»: ha bisogno di un contesto, un soggetto e un complemento oggetto.
Nel Nna Mmoy non ci sono parole come «gatto». Ogni parola è come «aveva», ma di più, molto di più.
Prendiamo la sillaba dde. Non ha ancora un significato. A no dde mü as significa più o meno: «Andiamo nel bosco» e in quel contesto dde significa «bosco». Ma Dim a dde mü as significa più o meno: «L’albero sorge accanto alla strada»; qui dde è un albero, a diventa «strada» invece di significare «andiamo» come nella frase precedente, e as significa «accanto» invece «dell’in» di moto a luogo. Ma se lo stesso gruppo di connotativi comparisse all’interno di altri gruppi, cambierebbe ancora. Hse vuy u no a dde mü as med as hro se se: «I viaggiatori sono giunti dal deserto dove non cresce nulla». Adesso dde significa «deserto» e non «albero». E in O be k’a dde k’a la sillaba dde significa «generoso, che dona liberamente», e non riguarda affatto gli alberi, se non metaforicamente. La frase significa, più o meno «ti ringrazio».
Il campo dei significati di una sillaba non è infinito, naturalmente, ma non credo che si possa fare un elenco dei significati possibili o potenziali, neppure un elenco lungo, come la «voce» relativa a una sillaba nei dizionari cinesi. Una sillaba del cinese parlato, hsing o lung, può avere decine di significati; ma è pur sempre una parola, anche se il suo significato dipende in una certa misura dal contesto e anche se occorrono cinquanta diversi caratteri scritti per esprimere i diversi significati. Ciascun diverso significato della sillaba è difatti una parola diversa, un’entità, un sasso nel grande alveo del linguaggio.
A una sillaba del Nna Mmoy corrisponde un solo carattere scritto. Ma non è un sasso. È una goccia nel fiume.
Imparare il Nna Mmoy è come imparare a tessere l’acqua.
Credo sia altrettanto difficoltoso per i Nna Mmoy imparare la propria lingua quanto per noi imparare la loro. Ma, se è solo per questo, hanno tempo a sufficienza, perciò la cosa non ha importanza. La loro vita non inizia qui e corre là, come cavalli su una pista da corsa. Vivono nel punto centrale del tempo, come una stella di mare nel proprio centro. Come il sole nella propria luce.
Quel poco che so della lingua — e non sono realmente certo di nulla, nonostante la mia dotta disquisizione sul dde - l’ho imparato soprattutto dai bambini. Le parole dei loro bambini sono maggiormente simili alle nostre, ti puoi aspettare che significhino la stessa cosa anche all’interno di frasi diverse. Ma i bambini continuano a studiare e quando imparano a leggere e scrivere, a dieci anni circa, iniziano a parlare come gli adulti.
Quando parlavo con gli adolescenti non riuscivo a capire molto di quello che dicevano, a meno che non parlassero con me come si parla con i bambini. Come in genere facevano. Imparare a leggere e scrivere è un’occupazione che dura tutta la vita: sospetto che comprenda non solo l’apprendimento dei caratteri, ma anche l’invenzione di nuovi, e di nuove loro combinazioni, nuove e belle forme di significato.
Sono giardinieri. Laggiù le cose crescono quasi da sole, non c’è bisogno di diserbare, non ci sono erbacce, non c’è da dare insetticidi, non ci sono parassiti. Comunque, sai anche tu com’è, in un giardino c’è sempre qualcosa da fare. Nel villaggio dove abitavo c’era sempre qualcuno che lavorava in giardino o tra gli alberi. Nessuno si rovinava la salute per lavorare troppo, comunque. Poi si raccoglievano tutti sotto qualche albero, nel pomeriggio, e parlavano e ridevano nel corso di una delle loro tipiche, lunghe conversazioni.
Spesso la conversazione terminava quando alcune persone si mettevano a recitare, o qualcuno apriva un foglio di carta o un libro e leggeva qualcosa. A quel punto alcuni si erano già allontanati per leggere da soli o per scrivere.
Ogni giorno molte persone scrivevano — molto lentamente, certo — sui fogli sottilissimi che producono dalla pianta del cotone. A volte portano quegli scritti agli altri del gruppo, nel pomeriggio, e li passano in giro; gli altri li leggono a voce alta. Altre persone vanno nella bottega del villaggio a lavorare su un gioiello: braccialetti e spille e complicate collane, fatte di filo d’oro, opale, ametista e simili. Quando sono finiti mostrano in giro anch’essi, li danno a qualcuno che poi li passa ad altri; nessuno li tiene a lungo.
Nel villaggio girava un po’ di denaro-conchiglia e a volte, se qualcuno ne vinceva un mucchietto giocando a «dieci» con le tessere, offriva al proprietario di un bel gioiello un paio di conchiglie per averlo, di solito accompagnando l’offerta con un mucchio di risate e di quelli che mi sembravano insulti rituali.
Alcuni di quei gioielli sono bellissimi, delicati bracciali fatti di infiniti ghirigori di filigrana d’oro, grosse e pesanti collane a forma di esplosione stellare o di spirali e incatenate tra loro. Varie volte me ne venne regalata una. Fu allora che imparai a dire o be k’a dde k’a. Io la portavo per qualche tempo, poi la passavo ad altri. Anche se avrei voluto tenerla.
Alla fine ho capito che alcuni di quei gioielli erano frasi, o versi di poesie. Forse lo erano tutti.