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Il fatto è che con una tecnologia come quella della Terra contemporanea, o dell’antica Daqo, si potrebbe costruire in dieci anni un edificio dieci volte più grande.

È possibile che la vastità dell’Edificio in continua crescita sia la metafora o l’illustrazione di una simile enormità reale.

Oppure la dimensione dell’edificio può essere puramente un effetto della sua età. Le parti più vecchie, ormai molto lontane, delle sue pareti esterne, non mostrano alcuna indicazione che fossero viste — o che non lo fossero — come l’inizio di qualcosa di immenso. Sono fatte esattamente come le «case» dei bambini aq, ma su una scala più grande.

Tutto il resto dell’Edificio è stato aggiunto a quel modesto inizio, più o meno nello stesso stile, anno dopo anno. Dopo forse qualche secolo, i costruttori hanno cominciato ad aggiungere piani sul tetto piatto dell’Edificio originale, ma non hanno mai superato i quattro piani, a parte le torri e i pinnacoli e le grandi cupole a botte che raggiungono l’altezza di una sessantina di metri.

Inevitabilmente l’Edificio ha continuato a crescere ai lati, verso l’esterno, grazie a padiglioni, ali e portici e cortili tutti uniti tra loro, e ormai copre un’area così vasta che da lontano sembra un terreno fantastico, un basso paesaggio montano tutto di pietra verde-argento.

Anche se non è una costruzione nana come le strutture dei bambini, l’Edificio, curiosamente, non è in scala del tutto corretta, se si adotta come unità di misura l’altezza media degli aq. Il soffitto è appena alto a sufficienza per permettere loro di stare in piedi; per passare attraverso le porte devono piegare la schiena.

Nessuna parte dell’Edificio è in rovina, o ha bisogno di manutenzione, anche se l’altipiano del Mediro è scosso occasionalmente da qualche terremoto. Le aree danneggiate sono riparate l’anno successivo, oppure si recupera la loro pietra per effettuare una ricostruzione.

Il lavoro è bene eseguito, attento, sicuro e delicato. Il solo materiale usato è la riqimite, unita mediante incastri e tenoni come se fosse legno, o posata in blocchi e corsi squisitamente combacianti. In gran parte, le superfici interne sono lavorate fino a divenire lisce come seta, mentre quelle esterne sono levigate o scabre a seconda dell’effetto estetico che si vuole ottenere. Non ci sono sculture o decorazioni; solo qualche sottile modanatura o un filetto inciso che si ripetono e che sottolineano le forme architettoniche.

Le finestre sono reticoli di listelli di pietra incrociati, senza vetri, oppure fogli dì pietra intagliati, talmente sottili da risultare traslucidi. Il motivo rettangolare ripetuto del reticolo è elegantemente proporzionato; in molte stanze e aperture dell’Edificio, anche se non in tutte, si nota un rapporto di tre a due. Le porte sono sottili lastre di pietra così ben equilibrate e incernierate che si aprono e si chiudono con grande leggerezza e precisione. Non c’è arredamento.

Stanze vuote, passaggi vuoti, chilometri di corridoi: scale interminabili, rampe, cortili, terrazzi, torri delicate, viste illimitate di tetti dopo tetti, di torri dopo torri, di cupole dopo cupole fino all’orizzonte; sale illuminate da grandi finestre traforate o solo dalla verdastra, marmorizzata trasparenza dei sottili pannelli di pietra; corridoi che sboccano in altri corridoi, altre stanze, rampe, cortili e nuovi corridoi… È un dedalo, un labirinto? Certo, è inevitabile; ma è lo scopo per cui è stato costruito?

L’edificio è bello? Certo, a modo suo è bellissimo, meraviglioso; ma l’estetica è lo scopo per cui è stato costruito? Gli aq sono una specie razionale. Hanno un linguaggio, e la risposta a queste domande deve venire da loro.

Il lato preoccupante è che hanno molte risposte e che nessuna di esse sembra del tutto soddisfacente, né a loro né ad altri. In questo assomigliano a ogni essere razionale che compie un atto illogico e lo giustifica a posteriori con la ragione.

La guerra, per esempio. La mia specie ha molte ottime ragioni per fare la guerra, anche se nessuna di esse è altrettanto buona quanto le ragioni per non farla.

Le nostre giustificazioni maggiormente razionali e scientifiche — per esempio, quella che siamo una specie aggressiva — sono perfettamente circolari; facciamo la guerra perché facciamo la guerra. E quelle per fare una guerra in particolare (come che la nostra gente deve avere maggiore ricchezza e una maggiore quantità di territorio; o che la nostra gente deve avere più potere; o che la nostra gente deve obbedire a un Dio che ordina di schiacciare i sacrileghi infedeli) si riducono alla stessa cosa. Dobbiamo fare la guerra perché dobbiamo farla, non abbiamo scelta. In ciò non abbiamo libero arbitrio, anche se questa giustificazione non soddisfa la mente ragionevole, che desidera la libertà.

Allo stesso modo, tutti i tentativi degli aq di spiegare o giustificare il loro edificare e il loro Edificio, chiamano in causa necessità che non sembrano poi tanto necessarie e impiegano ragioni che quando fanno il giro completo ritornano allo stesso punto.

«Facciamo il Pellegrinaggio delle Pietre perché l’abbiamo sempre fatto. Andiamo nel Riqim perché la pietra migliore è laggiù. L’edificio è sull’altipiano del Mediro perché il terreno è buono e c’è abbastanza posto. L’Edificio è una grande impresa, su cui i nostri figli potranno contare e i nostri uomini e le nostre donne possono lavorarvi a fianco a fianco. Il Pellegrinaggio delle Pietre porta a unirsi persone di tutti i nostri villaggi. Eravamo solo un povero popolo disperso, nei vecchi tempi, ma adesso l’Edificio mostra quale grande visione ci sia dentro di noi…» Tutte spiegazioni sensate, ma che non convincono del tutto, non soddisfano.

Forse converrebbe rivolgere la domanda a quegli aq che non hanno mai preso parte al pellegrinaggio.

Non che abbiano qualche critica contro il viaggio. Parlano dei pellegrini come di persone che compiono qualcosa di coraggioso, difficile, meritevole e forse anche sacro.

Perciò potete chiedere: «Ma, allora, perché tu non ci sei andato?»

E vi sarà risposto: «Be’, non ne ho mai sentito la necessità; la gente ci va perché deve andarci, sente il richiamo».

E l’altra razza, i daqo? Che pensano di quella immensa struttura, che oggi è senza dubbio la più grande impresa del loro mondo, la sua più grande conquista?

I daqo non ci pensano molto, evidentemente. Anche i marinai delle barche per il trasporto della pietra non salgono mai sul Mediro e non sanno nulla dell’Edificio, a parte che sorge lassù e che è molto grande.

I daqo del continente nordoccidentale lo conoscono solo come una voce, una leggenda, o attraverso le storie dei viaggiatori sul «Palazzo del Mediro» nel Grande Continente Meridionale.

Alcune di queste leggende affermano che il re degli aq abita lassù in inconcepibile splendore; alcuni dicono che è una torre più alta delle montagne, dove vivono mostri senza occhi; altre storie/leggende, che è un labirinto dove l’incauto viaggiatore si perde per corridoi senza fine, pieni di scheletri e di spettri; altri che il vento che lo attraversa geme in lunghi accordi come una vasta arpa eolia, che si può udire a centinaia di chilometri e così via.

Per i daqo è una leggenda, come le narrazioni dei tempi andati in cui i loro possenti antenati volavano nell’aria, prosciugavano i fiumi e trasformavano le foreste in pietra e costruivano torri più alte del cielo e così via. Favole.

Di tanto in tanto, un aq che ha preso parte al Pellegrinaggio delle Pietre dirà qualcosa di diverso sull’Edificio. Se glielo chiedono, alcuni di loro rispondono: «È per i daqo».

In effetti l’edificio è meglio proporzionato per la bassa statura dei daqo che per gli alti aq. I daqo, se mai ci andassero, potrebbero attraversare i corridoi e le porte senza chinarsi. Una vecchia donna di Katas, che aveva preso parte a cinque viaggi, fu la prima a darmi quella risposta.