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«L’Edificio è per i daqo?» le chiesi, sorpresa. «Ma perché?»

«Per i vecchi tempi.»

«Ma i daqo non vanno mai lassù.»

«Non è ancora finito», mi rispose lei.

«Un ringraziamento?» le chiesi, perplessa. «Una ricompensa?»

«Ne hanno bisogno», mi spiegò.

«I daqo ne hanno bisogno e voi no?»

«No», mi rispose la donna, con un sorriso. «Noi lo costruiamo. A noi non serve.»

I VOLATORI DI GY

Gli abitanti di Gy hanno un aspetto non molto diverso da quello degli uomini del nostro piano, a parte il fatto che hanno le piume e non il pelo. Il fine velo di piumino sulla testa dei neonati diviene una corta, soffice «capigliatura» di piuma dalle macchie caratteristiche nei piccoli in grado di provvedere a se stessi; nell’adolescenza diventa una completa testa di piume. Molti uomini hanno un colletto di penne dietro il collo, corte piume su tutta la testa e una cresta alta, erettile, nel centro. Il piumaggio della testa dei maschi è castano o nero, a volte con strisce o macchie color bronzo, rosso, verde e azzurro. Le penne delle donne in genere diventano molto lunghe, a volte scendono lungo la schiena fin quasi al pavimento e hanno margini soffici, ondulati e penduli, un po’ come la coda dello struzzo; quanto ai colori delle penne femminili, sono molto vivaci: viola, scarlatto, turchese, oro. Gli uomini e le donne di Gy hanno un corto piumino nella regione del pube e nell’incavo dell’ascella e spesso un finissimo piumaggio copre loro l’intero corpo. Individui come loro, con le piume del corpo vivacemente colorate, sono belli a vedersi quando sono nudi, ma soffrono molto i pidocchi e le zecche.

La muta è un processo continuo e non stagionale. Quando le persone invecchiano, non tutte le penne che sono cadute ricrescono e le macchie di calvizie sono comuni sia tra gli uomini sia tra le donne di più di quarant’anni. Molte persone, perciò, mettono da parte le migliori penne della testa quando le cambiano per farsi all’occorrenza parrucche o false creste; coloro che hanno poche penne o le hanno di colore poco elegante, possono comprare parrucche di piuma in botteghe speciali. A volte si diffonde la moda di schiarire le penne, di arricciarle o di spruzzarle di polvere dorata. In città, nel salone del parrucchiere si schiariscono, tingono, indorano o arricciano le penne dei clienti e si vendono acconciature alla moda del giorno. Le donne povere, con penne della testa particolarmente splendide, molte volte le vendono ai negozi di parrucche e ne traggono un buon guadagno.

Gli abitanti di Gy per scrivere usano le penne. La tradizione vuole che il padre doni le proprie rigide penne del colletto al figlio, quando inizia a imparare a scrivere. Gli innamorati si scambiano penne per scriversi lettere d’amore, una usanza molto tenera, a cui si fa riferimento in una famosa scena del dramma Il malinteso di Inuinui:

Oh, traditrice mia penna, con cui ha scritto il suo amore per l’altra! Suo l’amore… mia la penna, mio il sangue!

I gy sono un popolo non molto brillante, posato, tradizionale, disinteressato alle innovazioni, riservato davanti agli stranieri. Si oppongono alle invenzioni tecnologiche e alle novità; i tentativi di vendere loro penne a sfera o aeroplani, o di indurli a tuffarsi nel meraviglioso mondo dell’elettronica, sono falliti.

Continuano a scriversi lettere con le loro penne, a calcolare con la loro testa, a camminare a piedi o a viaggiare su carri tirati da grossi animali simili a cani chiamati ugnunu, a imparare qualche parola di un linguaggio straniero quando è assolutamente necessario e ad assistere a classici drammi teatrali scritti nelle metriche tradizionali. E per quante utili e moderne tecnologie, gadget meravigliosi, progredite conoscenze scientifiche degli altri piani — perché Gy è una località turistica molto frequentata — si mostrino loro, nessuna è capace di destare invidia, avidità o senso di inferiorità nel petto dei gy.

Continuano a fare rigorosamente come hanno sempre fatto, non esattamente perché manchi loro l’intelligenza, bensì per una sorta di cortese resistenza, indifferenza e impenetrabilità dietro cui si cela un supremo orgoglio, sempre che non sia qualcosa di completamente diverso.

I turisti più grossolani provenienti dagli altri piani si riferiscono ai gy, naturalmente, chiamandoli uccelli, cervelli d’uccello, teste imbottite di piume e così via. Molti visitatori provenienti dai piani più animati visitano le città piccole e placide, fanno escursioni nella campagna a bordo di calessi a ugnunu, partecipano a balli molto tranquilli ma affascinanti (perché i gy amano danzare) e si godono una serata di teatro vecchio stampo, senza perdere un solo grammo del loro disprezzo verso gli indigeni. «Tutte penne e niente ali» è l’abituale commento per riassumere la situazione.

Questi visitatori pieni di condiscendenza riescono a passare una settimana a Gy senza mai vedere un indigeno alato e senza sapere che quello che hanno scambiato per un uccello o un aeroplano era in realtà una donna che attraversava il cielo in volo.

I gy non parlano dei loro individui alati se non viene chiesto espressamente. Non li nascondono e non mentono su di loro, ma non forniscono informazioni. Sono stata costretta a chiedere spiegazioni con molta insistenza per poter scrivere la seguente descrizione.

Le ali non si sviluppano mai prima della fine dell’adolescenza. Non c’è alcuna indicazione della tendenza a svilupparle fino a quando, improvvisamente, una ragazza di diciotto anni o un ragazzo di diciannove si sveglia con una leggera febbre e un dolore acuto in corrispondenza delle scapole.

Segue un anno o più di grande stress fisico e di dolore, durante il quale il soggetto deve essere tenuto tranquillo, al caldo, e deve essere ben nutrito. Non c’è nulla che possa dargli sollievo, tranne il cibo — i volatori nascenti sono spaventosamente affamati per tutto il tempo — ed essere avvolti o fasciati in coperte, mentre il corpo si ristruttura, si ricostruisce, si riforma. Le ossa si alleggeriscono e diventano porose, l’intera muscolatura della parte superiore cambia; due protuberanze ossee si sviluppano rapidamente dalle scapole e crescono verso l’esterno fino a diventare immensi processi alari. Lo stadio finale è costituito dalla crescita delle penne delle ali e non è doloroso. Le remiganti sono molto grosse rispetto alle altre penne e possono giungere alla lunghezza di un metro. L’apertura alare di un gy maschio è di circa quattro metri, quella di una donna, mezzo metro di meno. Dai polpacci e dalle caviglie spuntano penne molto rigide, che in volo si allargano a ventaglio.

Ogni tentativo di impedire o fermare lo sviluppo delle ali e interferire in qualsiasi modo con esso è inutile e dannoso, se non fatale. Se si impedisce alle ali di svilupparsi, le ossa e i muscoli iniziano a storcersi e a contrarsi, con dolori insopportabili e continui. L’amputazione delle ali o delle penne remiganti, in qualsiasi stadio di sviluppo, porta a una morte lenta, tra sofferenze indicibili.

Tra alcuni popoli più tradizionalisti e arcaici di Gy -le società tribali che vivono lungo le gelide coste delle regioni polari settentrionali e i mandriani delle steppe gelide e spoglie dell’estremo Sud — la vulnerabilità degli individui alati fa parte della religione e del comportamento rituale. Nel Nord, non appena un giovane mostra i segni fatali, maschio o femmina che sia, è imprigionato e consegnato agli anziani della tribù. Con un rito simile a quello del funerale, gli anziani legano grosse pietre alle mani e ai piedi della vittima, poi si recano in processione su un precipizio alto sul mare e spingono la vittima oltre il ciglio, gridando: «Vola! Vola per noi!»

Invece, fra le tribù delle steppe, si permette alle ali di svilupparsi completamente e il giovane viene accudito con attenzione e quasi con venerazione per tutto l’anno della trasformazione. Per esempio, supponiamo che a mostrare i sintomi fatali sia una ragazza. Durante le sue trance febbrili, serve da sciamano e veggente. I sacerdoti ascoltano e interpretano a tutti le sue parole. Quando le ali sono pienamente cresciute, le vengono legate sulla schiena, in modo che non si possano muovere. Poi l’intera tribù si reca con lei sull’altura più vicina, una rupe o un burrone. Il viaggio, talvolta, in quel territorio piatto e desolato, richiede settimane.