Giunti sulle alture, dopo giorni in cui hanno continuato a danzare e a inalare il fumo dei falò di legna di byubyu, i sacerdoti accompagnano la giovane donna, tutti sotto l’effetto della droga, danzando e cantando, fino all’orlo del salto. Laggiù le sciolgono le ali. Lei le solleva per la prima volta e poi, come un giovane falco che lascia il nido, balza incerta dall’orlo del precipizio e si trova in aria, a battere selvaggiamente le ali enormi, fino ad allora mai messe alla prova. Che voli o che cada non fa differenza; tutti gli uomini della tribù, gridando per l’eccitazione, la colpiscono con le frecce o scagliano contro di lei le lance da caccia, appuntite e taglienti come rasoi.
Lei allora cade, trafitta da decine di frecce e lance. Le donne corrono lungo il pendio e, se resta ancora un po’ di vita in lei, gliela spengono a colpi di pietra. Poi buttano sassi sul corpo fino a coprirlo e a formare un tumulo funebre. Ci sono molti di quei tumuli ai piedi di ogni altura a strapiombo, in tutto il paese delle steppe. I tumuli più antichi forniscono pietre per i più recenti.
Questi giovani a volte cercano di sfuggire al loro destino correndo via dalla loro gente, ma la debolezza e la febbre che accompagnano lo sviluppo delle ali li rallentano. Non riescono mai ad arrivare molto lontano.
C’è una storia, nelle Marche Meridionali di Merm, che parla di un uomo alato il quale, balzato dal burrone sacrificale, volò con tale forza da sfuggire alle frecce e alle lance per infine sparire nel cielo. La leggenda termina qui. Il drammaturgo Norwer l’ha usata per una tragedia romantica. Nel suo dramma La trasgressione, il giovane ha fissato un incontro con la sua amata e vola a raggiungerla; ma lei ha involontariamente rivelato l’appuntamento a un altro corteggiatore, il quale si nasconde in attesa dell’arrivo. Quando i due innamorati si abbracciano, il corteggiatore scaglia la lancia e uccide l’uomo alato.
La ragazza impugna il proprio coltello e uccide l’assassino, e infine — dopo un lungo e doloroso scambio di addii con l’uomo alato, il quale non è ancora morto -colpisce se stessa. È melodrammatico, ma assai commovente se è ben recitato. A tutti gli spettatori vengono le lacrime agli occhi quando l’eroe scende dal cielo come un’aquila e quando, morente, avvolge l’amata nelle grandi ali bronzee.
Una messa in scena della Trasgressione è stata presentata qualche anno fa sul mio piano, a Chicago, dall’Actual Reality Theater. Purtroppo — ma temo che la cosa fosse inevitabile — è stata intitolata Il sacrificio degli angeli. Tra i gy non c’è assolutamente alcuna leggenda o mito che parli di qualcosa sia pur lontanamente simile ai nostri angeli. Le immagini sentimentali di piccoli e dolci cherubini con le alucce ancora infantili, di spiriti custodi sempre presenti, o le immagini più grandiose di messaggeri divini, li colpirebbero come un’odiosa caricatura di un destino temuto da ogni genitore e da ogni adolescente: una rara, ma spaventosa deformità, una maledizione, una condanna a morte.
Tra i gy urbani quella paura è leggermente mitigata, in quanto gli alati non sono trattati come capri espiatori sacrificali, ma con tolleranza e anche compassione, come tutte le persone con un grave handicap.
A noi può parere strano. Volare al di sopra di tutti coloro che sono confinati al terreno, competere in velocità con le aquile e veleggiare come i condor, danzare nell’aria, cavalcare il vento, non in una rumorosa scatola di metallo o su qualche trabiccolo di plastica, tela e cinghie, ma servendosi delle proprie grandi, forti, splendide ali tese… come può essere giudicato qualcosa di diverso, e non una gioia, una libertà? Come devono esser insensibili, duri di cuore e sordi alle emozioni, i gy, per credere che i volatori siano degli invalidi!
Ma hanno le loro ragioni. Il fatto è che i gy alati non possono fidarsi delle loro ali.
Nelle ali in sé, nella loro meccanica, non si può trovare alcun difetto. Sono mirabilmente efficienti, una volta che si sia fatta un po’ di pratica, per brevi voli, per lasciarsi portare senza sforzo dalle correnti o per scivolare nell’aria come alianti; inoltre, con l’esercizio, permettono di eseguire picchiate, giri della morte e altre acrobazie aeree.
Quando gli alati sono giunti alla piena maturità — se volano regolarmente — possono arrivare a una grande resistenza. Possono rimanere in volo pressoché indefinitamente. Molti imparano a dormire senza scendere a terra. Ci sono testimonianze di voli lunghi più di tremila chilometri, con solo brevi soste per mangiare. Gran parte di questi voli a lunghissimo raggio sono effettuati da donne, il cui corpo e la cui ossatura più leggeri sono un vantaggio sulle grandi distanze. Gli uomini, con la loro muscolatura più robusta, vincerebbero il primo premio per la velocità, se ce ne fosse uno. Ma i gy, o almeno la loro maggioranza non alata, non sono interessati ai record e ai premi, e tanto meno alle competizioni che comporterebbero un elevato rischio di morte.
Il problema è che le ali dei volatori si bloccano in modo improvviso, totale e disastroso. Gli ingegneri del volo e i ricercatori medici, di Gy e altrove, non sono stati capaci di spiegare perché ciò avvenga. La meccanica delle ali non ha difetti visibili; il blocco deve essere causato da un fattore fisico o psicologico ancor oggi non identificato, un’incompatibilità tra il processo alare e il resto del corpo. Purtroppo, il difetto non si mostra in anticipo, non c’è modo di prevedere il blocco delle ali. Si verifica senza preavviso.
Un volatore che ha continuato a volare per tutta la sua vita adulta senza mai il minimo fastidio, un giorno si leva in volo e, una volta portatosi alla quota richiesta, all’improvviso, con grande sgomento, scopre che le ali non gli obbediscono più. Sussultano, si chiudono, cadono sbattendogli lungo i fianchi, paralizzate.
E il volatore piomba giù dal cielo, come un sasso.
Nella letteratura medica si dice che circa un volo su venti termina con la paralisi alare. I volatori con cui ho parlato sono convinti che la percentuale di incidenti non sia così alta, e citano casi di persone che hanno volato quotidianamente per decenni. Ma non era una questione di cui amassero parlare con me e magari non ne parlano neppure tra di loro. Comunque non sembrano adottare precauzioni o rituali preventivi, lo accettano come un fatto del tutto casuale. L’incidente può capitare nel primo volo come nel millesimo. Non si è scoperta alcuna causa legata all’ereditarietà, all’età, all’inesperienza, all’affaticamento, alla dieta, all’emozione, alla condizione fisica. Ogni volta che un volatore si innalza, il rischio di paralisi alare è lo stesso.
Alcuni sopravvivono alla caduta. Ma non riprendono a volare, perché non ne sono più in grado. Una volta che le ali si sono paralizzate, divengono inutili. Restano immobilizzate e si trascinano dietro il proprietario, un po’ di lato, come un grosso e pesante mantello di penne.
I forestieri chiedono perché i volatori non portino con sé un paracadute in caso di paralisi alare. Certo, potrebbero portarli. È una questione di temperamento. Gli alati che scelgono di volare sono coloro che sono disposti a correre il rischio di un blocco delle ali. Coloro che non vogliono assumersene il rischio, non volano. O, viceversa, forse coloro che lo giudicano un rischio non volano, e coloro che volano non lo considerano un rischio.
L’amputazione delle ali è sempre fatale e la rimozione chirurgica di una qualsiasi loro parte causa dolori acuti, incurabili e invalidanti; perciò i volatori caduti e coloro che hanno scelto di non volare devono trascinare le loro ali per tutta la vita, lungo le strade e su e giù per le scale. La loro struttura ossea è cambiata e non è ben adatta alla vita sulla terra. Si stancano facilmente quando camminano, e vanno spesso soggetti a fratture e strappi muscolari. Pochi alati non-volatori sopravvivono fino a superare i sessant’anni.