Gli altri affrontano la morte ogni volta che prendono il volo. Alcuni di loro, comunque, sono ancora in vita e in grado di volare a ottant’anni.
Il decollo è uno spettacolo meraviglioso. Quegli esseri umani non sono goffi come pensavo, nel ricordare il movimento senza grazia di padroni dell’aria come i pellicani e i cigni quando prendono il volo. Naturalmente è più facile lanciarsi in volo dalla cima di un palo o da qualche altura, ma se non hanno a disposizione una simile comodità a loro basta una corsa di venti, venticinque metri, sufficienti per allargare e battere un paio di volte le grandi ali estese, e poi già al passo successivo i loro piedi non toccano il terreno e sono in aria, in volo, e planano senza più bisogno di agitare le ali e magari fanno un giro sulla testa degli spettatori per sorridere e salutare le facce sollevate verso di loro, prima di volare via come una freccia, al di sopra dei tetti e delle colline.
Quando volano tengono le gambe rigidamente unite, il corpo leggermente inarcato all’indietro e, se occorre, le penne delle gambe aperte a ventaglio come la coda di un falco. Dato che le braccia non hanno un collegamento muscolare integrato con le ali — i gy alati sono creature a sei arti — le mani restano premute contro i fianchi per ridurre la resistenza dell’aria e aumentare la velocità. Durante un volo senza fretta, possono fare tutto quello che si fa con le mani: grattarsi la testa, pelare un frutto, disegnare una vista aerea del panorama, tenere in braccio un neonato. A dire il vero, quest’ultima azione l’ho vista una volta sola e l’ho trovata un po’ preoccupante.
Ho parlato varie volte con un gy alato, chiamato Ardiadia; quelle che seguono sono le sue parole, registrate con il suo permesso durante le nostre conversazioni.
«Oh, certo, quando l’ho scoperto, quando è cominciato a succedere proprio la me, ero a terra. Agghiacciato. Non riuscivo a crederlo! Ero certissimo che non sarebbe mai accaduto a me. Quando eravamo bambini, devi sapere, scherzavamo su qualche conoscente che era un po’ volatile e dicevamo: ‘Un giorno o l’altro prenderà il volo’. Ma io? Che mi spuntassero le ali? Non poteva succedere a me. Così quando mi è venuto mal di testa, mal di denti, e la schiena si è messa a darmi il tormento, ho continuato a dirmi che era una nevralgia, un’infezione, un ascesso… ma quando è cominciato davvero, non mi sono più potuto illudere. È stato terribile. Ma in realtà non ricordo molto. Faceva male. Prima come dei coltelli che mi passavano avanti e indietro sulle spalle, o degli artigli che mi afferravano su e giù per la spina dorsale. Poi li ho sentiti dappertutto, sulle braccia, sulle gambe, sulle dita, sulla faccia… e io ero così debole che non riuscivo a tenermi in piedi. Ho provato a scendere dal letto, ma sono caduto sul pavimento e non riuscivo ad alzarmi. Sono rimasto in terra, e ho chiamato mia madre: ‘Mamma! mamma! Ti supplico, vieni ad aiutarmi!’ Ma lei dormiva. Lavorava fino a tardi, serviva in un ristorante, e non arrivava a casa prima della mezzanotte, in genere molto più tardi, e quando andava a letto dormiva profondamente. Sentivo il pavimento che scottava sotto di me, tanto avevo la febbre alta, e cercavo di spostare la faccia su un punto più fresco…
«Be’, non saprei dire se il dolore sia diminuito col tempo o se io mi ci sono abituato, ma dopo un paio di mesi la cosa era un po’ migliorata. Comunque è stato un periodaccio. E non finiva mai; ed era un’esperienza strana.
«Stare a letto, ma non sulla schiena. Da allora in poi, non puoi più sdraiarti supino, lo sai. Difficile dormire la notte. Quando fa male, fa male soprattutto quando è buio. Sempre un po’ di febbre, sempre con strani pensieri in testa, idee ridicole. E mai capace di seguire fino alla fine un filo di ragionamento, mai capace di soffermarti su un’idea.
«Avevo l’impressione di non essere più in grado di pensare. I pensieri entravano dentro di me e mi attraversavano, e io ero un semplice spettatore. E non potevo fare alcun piano per il futuro, perché qual era adesso il mio futuro?
«Avevo intenzione di diventare un maestro. Mia madre ne era così contenta, mi aveva incoraggiato a rimanere a scuola per un anno in più, in modo da poter fare la domanda per il college degli insegnanti. Per farla breve, ho trascorso il diciannovesimo compleanno a letto, nel mio stanzino del piccolo alloggio di tre stanze, nella strada dei Fabbricanti di Pizzi, sopra la drogheria. Mia madre aveva portato del cibo speciale dal ristorante e una bottiglia di vino di mele, e abbiamo cercato di festeggiare, ma io non potevo bere il vino e lei non riusciva a ingerire il cibo, perché piangeva. Comunque, io potevo mangiare, anzi ero sempre famelico e questo l’aveva fatta un po’ sorridere… povera mamma!
«Alla fine ne sono uscito, un po’ alla volta, e le ali sono cresciute, grosse, brutte e nude, penzolanti, disgustose, tanto per iniziare, e ancora più brutte quando hanno cominciato a mettere le penne, e i pori della pelle sembravano grosse pustole. Ma quando sono spuntate le remiganti e le maestre, e ho iniziato a sentire i muscoli, e sono riuscito a muovere le ali, a scuoterle, sollevarle un poco — non avevo più la febbre, o mi ero abituato ad avere sempre la febbre, non so neppure io — e potevo alzarmi e camminare, e sentivo come adesso era leggero il mio corpo, come se la gravità non riuscisse più a toccarmi, neppure con il peso di quelle grandi ali che mi trascinavo dietro… ma potevo sollevarle, staccarle dal pavimento… Non in quel momento, però. Io ero ancora incollato! a terra. Il mio corpo si sentiva leggero, ma io mi stancavo non appena provavo a camminare, mi sentivo debole e tremavo. Una volta ero molto bravo nel salto, ma ora non riuscivo a staccare tutt’e due i piedi da terra nello stesso momento.
«Stavo meglio, ma la debolezza mi preoccupava, mi sentivo chiuso, in trappola. Poi è venuto a trovarmi un volatore, un uomo che abitava lontano dal centro, il quale aveva udito parlare di me. I volatori adulti si prendono cura dei giovani che sono nel periodo del cambiamento. Era già venuto un paio di volte per rassicurare mia madre e accertarsi che tutto andasse nel migliore dei modi… io gliene ero riconoscente. Quel giorno che venne, mi parlò a lungo e mi mostrò gli esercizi che potevo fare. E io li eseguii, giorno dopo giorno, ininterrottamente. Per ore e ore. Che altro potevo fare?
«Un tempo mi piaceva leggere, ma adesso non riuscivo a concentrare la mia attenzione su quello che leggevo. Mi piaceva andare a teatro, ma ora non potevo farlo, non ero ancora sufficientemente forte. E nei luoghi come i teatri non c’è posto per le persone con le ali sciolte. Occupate troppo posto, siete un disturbo. A scuola ero bravo in matematica, ma adesso non riuscivo più a concentrarmi sui problemi. Mi sembravano privi di importanza. Perciò non avevo altro da fare che ripetere gli esercizi che il volatore mi aveva insegnato. E così facevo.
«Gli esercizi mi aiutarono. In realtà, in casa lo spazio non era sufficiente; non potevo distendere le ali in verticale, ma facevo quello che potevo. Con il tempo mi sentii meglio, mi sentii più forte, e alla fine cominciai ad avvertire le ali come mie. Una parte di me. O io ero una loro parte.
«Poi, un giorno, non riuscii più a sopportare quella sorta di esilio. Da tredici mesi ero chiuso lì dentro, in quelle tre stanzette, quasi sempre nella mia camera. Tredici mesi! Mia madre era al lavoro.
«Scesi al piano terreno. Feci a piedi i primi dieci scalini, poi sollevai le ali. Anche se la scala era troppo stretta, ero in grado di sollevarle un poco. Mi staccai da terra e volai per gli ultimi sei scalini. Be’, più o meno. Colpii con forza il pavimento e mi si piegarono le ginocchia, ma non caddi realmente. Non volavo, tuttavia non fu proprio una caduta.