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«Uscii sulla strada. L’aria era meravigliosa. Mi pareva di non respirare a pieni polmoni da un anno. In realtà mi sentivo come se non avessi mai saputo che cosa fosse l’aria in tutta la mia vita. Anche in quella strada piccola e stretta, con le case che la stringevano sui due lati, c’era la brezza, c’era il sole, non un soffitto. Il cielo sopra la mia testa. L’aria.

«Cominciai a camminare. Non avevo nessun progetto. Volevo togliermi dai vicoli, raggiungere uno spazio libero, una grossa piazza o un parco, qualunque cosa che fosse aperta al cielo. Notai che la gente mi fissava, ma la cosa non mi dava fastidio; anch’io avevo fissato le persone con le ali, quando non le avevo. Quel mio sguardo non aveva un significato particolare, solo curiosità: le ali non sono poi così comuni. Mi chiedevo cosa si provasse ad averle, sai. Semplice ignoranza. Perciò non m’importava che la gente mi guardasse, adesso. Ero troppo ansioso di allontanarmi dalle case.

«Avevo le gambe deboli, le ginocchia che si piegavano, ma andavo avanti e a volte, quando la strada non era affollata, allargavo un po’ le ali, le battevo, sentivo l’aria sotto le penne e per qualche momento mi sentivo più leggero sui piedi.

«Infine arrivai al Mercato delle Erbe. IL mercato era chiuso, era sera, i banchi erano stati spinti ai margini: al centro c’era uno spazio vasto, coperto di ciottoli. Mi fermai laggiù sotto il palazzo dell’Annona, e per qualche tempo eseguii i, miei esercizi di alzare e allungare le ali: per la prima volta potevo estenderle completamente in verticale, ed era una sensazione bellissima. Poi cominciai a trotterellare un poco mentre muovevo le ali e i miei piedi si staccarono dal terreno per un momento e a quel punto non potei resistere, non potei evitarlo, iniziai a correre con le ali aperte e le battei, e con un paio di colpi mi trovai in aria! Ma davanti a me s’innalzava il Palazzo dei Pesi e delle Misure. Avevo la sua facciata grigia davanti alla faccia, e dovetti sollevare le braccia per non batterci la testa lasciandomi cadere sul marciapiedi.

«Mi voltai e ora, davanti a me, si stendeva l’intera lunghezza della piazza del mercato, sgombra fino all’altro palazzo. Presi la rincorsa e mi levai in volo.

«Per qualche tempo mi limitai a volare basso nella piazza del mercato, per imparare come virare e come scivolare d’ala, come usare le penne della coda. Viene naturale, senti quello che devi fare, l’aria stessa te lo dice… le persone sotto di me guardavano in alto e correvano via quando m’inclinavo troppo rapidamente, o mi fermavo a mezz’aria… ma per me non aveva importanza.

«Volai per più di un’ora, fino a dopo il tramonto, dopo che la gente se n’era andata. Allora ero in alto, al di sopra dei tetti. Ma i muscoli delle ali cominciavano a stancarsi e avrei fatto meglio a scendere. La discesa fu dura. Voglio dire, fu dura perché non sapevo come scendere. Caddi come un sacco di pietre, barn! Per poco non mi ruppi una caviglia e la pianta dei piedi mi bruciava come il fuoco. Se qualcuno mi avesse visto sarebbe scoppiato a ridere. Ma non m’importava neanche di questo. Era difficile stare sul terreno, odiavo essere confinato a terra. Tornai a casa zoppicando, trascinando dietro di me le ali, che laggiù non mi erano di alcuna utilità. Mi sentivo debole, mi sentivo pesante.

«Mi occorse molto tempo per arrivare a casa e mia madre arrivò poco più tardi. Mi guardò e disse. ‘Sei uscito?’

«E io: ‘Ho volato, mamma’, e lei scoppiò a piangere.

«Mi dispiaceva per lei, ma non potevo dire molto.

«Non mi chiese se volessi continuare a volare. Sapeva che l’avrei fatto. Non capisco le persone che hanno le ali ma non vogliono usarle. Suppongo che siano troppo interessati a fare carriera. O che siano innamorati di qualcuno a terra. Ma sembra… non so. Non riesco a capirlo. Voler rimanere a terra. Scegliere di non volare.

«Le persone senza ali non possono farne a meno, non è colpa loro se sono vincolate a terra. Ma se hai le ali…

«Naturalmente, possono avere paura della paralisi alare. Le ali non ti si paralizzano se non voli. E come potrebbero? Come può fermarsi una cosa che non ha mai lavorato?

«Suppongo che la sicurezza sia importante per certe persone. Hanno una famiglia, o dei doveri, o un lavoro, o qualcosa d’altro. Non saprei dire. Dovresti parlare con uno di loro. Io sono un volatore.»

Ho chiesto ad Ardiadia come si guadagnasse da vivere. Come la maggior parte dei volatori, lavorava part-time per il servizio postale. Soprattutto portava dispacci e lettere dei ministeri, con voli a lunga distanza, anche Oltreoceano. Evidentemente era considerato un dipendente dotato e attendibile. Nel caso di dispacci particolarmente importanti, mi disse, venivano sempre mandati due volatori, nel caso uno fosse colpito da paralisi alare.

Aveva trentadue anni. Gli ho chiesto se era sposato e mi disse che i volatori non si sposano mai; si consideravano, mi disse, superiori. «Relazioni sull’ala», mi spiegò, con un leggero sorriso.

Gli chiesi se quelle relazioni fossero sempre con altri volatori e mi rispose: «Ah, sì, certo», rivelando così involontariamente la sua sorpresa e il suo disgusto all’idea di fare l’amore con un non-volatore. Il suo comportamento era garbato e simpatico, era molto ben disposto, ma non riusciva a nascondere la sua certezza di essere diverso dai senza-ali, staccato da loro, e in realtà non aveva nulla a che fare con loro. Come poteva evitare di guardarci dall’alto in basso?

Io lo interrogai su quei sentimenti di superiorità ed egli cercò di spiegare.

«Quando ho detto che mi pareva di essere le mie ali, sai, intendevo proprio quello. Poter volare fa sembrare poco interessanti tutte le altre cose. Quel che la gente fa ci appare banale. Volare è completo. Ed è sufficiente. Non so se mi puoi capire. È tutto il proprio corpo, tutta la propria personalità che sale su, nell’intero cielo. In una giornata serena, alla luce del sole, con tutto il mondo che si stende sotto di te, lontano lontano… o con un forte vento, in una tempesta… sul mare, è laggiù che preferisco volare. Sul mare, in tempo di tempesta.

«Quando le barche da pesca corrono al riparo, tu l’hai tutto per te, il cielo, pieno di pioggia e di lampi, con le nubi sotto le tue ali. Una volta, al largo di Capo Emer, ho danzato con la tromba marina. Per poter volare, c’è bisogno di tutto quello che hai. Così, se cadi, vai giù tutt’intero. E sul mare, se precipiti, chi lo viene a sapere, chi assiste? Non voglio finire seppellito nella terra.»

L’idea lo fece rabbrividire un poco. Vidi il fremito nelle lunghe, pesanti penne delle ali color nero e bronzo.

Gli chiesi se le «relazioni sull’ala» portassero a volte alla nascita di figli, e lui mi rispose con indifferenza che ne nascevano, naturalmente.

Io insistetti sull’argomento, lui mi spiegò che un figlio era una grande seccatura per una madre volatrice e che di conseguenza, non appena svezzato, lo lasciavano «atterrato» — per usare le sue parole — per essere allevato da parenti. A volte la madre alata si affezionava a tal punto al bambino da rimanere atterrata anche lei per prendersene cura, ma lo disse con un leggero disprezzo.

La probabilità che i figli dei volatori sviluppino le ali è esattamente uguale a quella di ogni altro giovane; il fenomeno non ha una base genetica, ma è una patologia dello sviluppo condivisa da tutti i gy, che compare in meno di un individuo su mille.

Penso che Ardiadia non accetterebbe il termine patologia.

Ho anche parlato con un gy alato non-volatore, che mi ha lasciato prendere nota della conversazione, ma mi ha chiesto di non usare il suo nome. Appartiene a una rispettabile ditta di avvocati di una piccola città del Gy centrale.