Mi disse: «Non ho, mai volato, no. Avevo vent’anni quando mi sono sentito male. Pensavo di avere ormai superato l’età e di essere al sicuro. È stato un colpo terribile. I miei genitori avevano già fatto un mucchio di sacrifici e speso un mucchio di soldi per mandarmi all’università. E laggiù mi trovavo bene. Mi piaceva lo studio. Ero intelligente. Perdere un anno era già abbastanza brutto. Non intendevo lasciare che quella faccenda mi portasse via l’intera vita. Per me le ali sono semplici escrescenze. Impacci. Ingombri. Un impaccio che ti impedisce di camminare, di ballare, di sedere in modo civile su una sedia normale, di metterti un vestito decente.
«Mi sono rifiutato di permettere che una simile assurdità si intromettesse nella mia istruzione, nella mia vita. I volatori sono stupidi, il loro cervello se ne va tutto in penne. Non intendevo rinunciare alla mia intelligenza per il piacere di svolazzare sopra i tetti. Mi interessa maggiormente quello che succede sotto i tetti. Dello scenario non mi curo. Preferisco la gente. E volevo condurre una vita normale.
«Volevo sposarmi, avere dei figli. Mio padre era un uomo buono; è morto quando avevo sedici anni e io ho sempre pensato che se fossi potuto essere buono con i miei figli come lui lo è stato con me, sarebbe stato un modo per ringraziarlo, per rendere onore alla sua memoria.
«Ho avuto la fortuna di incontrare una donna meravigliosa che si è rifiutata di lasciarsi impressionare dal mio handicap. Anzi, non vuole che lo definisca così. Dice che questa faccenda» — e indicò le ali, con un cenno della testa — «è la prima cosa che ha notato di me. Dice che quando ci siamo conosciuti si era fatta l’idea che fossi solo un noioso e pedante giovanotto in carriera, finché non le ho mostrato la schiena».
Aveva le penne della testa nere con la cresta azzurra. Le sue ali, anche se appiattite, legate e infilate dentro la cintura, come si fa sempre con le ali dei non-volatori, in modo che non siano d’impaccio e che si notino il meno possibile, avevano uno splendido piumaggio con disegni blu scuro e azzurro pavone, e strisce verticali e bordi neri.
«Comunque ero deciso a tenere i piedi a terra, in ogni senso. Se mai mi fosse venuta qualche idea infantile di volare per un breve tempo — idea che in realtà non mi è mai venuta, una volta terminata la febbre e il delirio e fatta pace con l’intero doloroso, dispendioso processo… — se mai avevo pensato di volare, una volta sposato, una volta che abbiamo avuto un figlio, niente, ma proprio niente può indurmi a desiderare anche solo un assaggio di quella vita. Non ci penso neanche per un momento. L’assoluta mancanza di responsabilità, l’arroganza dei volatori, mi disgustano.»
Parlammo per qualche tempo della sua attività di avvocato, che era ammirevole, dedicata alla tutela dei poveri contro gli imbroglioni e i profittatori. Mi mostrò un incantevole ritratto dei suoi due figli, di undici e di nove anni, da lui disegnato con una delle sue penne. Il rischio che uno dei figli mettesse le ali era, come per qualsiasi altro gy, uno su mille.
Poco prima di andarmene, gli chiesi: «Non sogni mai di volare?»
Da buon avvocato, fu lento a rispondermi. Distolse lo sguardo, guardò fuori dalla finestra. «Non lo sognano tutti?» mi rispose infine.
L’ISOLA DEGLI IMMORTALI
Qualcuno mi aveva chiesto se sapevo dell’esistenza di immortali sul piano di Yendi, e qualcun altro mi aveva detto che ce n’erano. Di conseguenza, quando arrivai laggiù, chiesi informazioni.
Con una certa riluttanza, l’agente di viaggio mi mostrò su una cartina un posto chiamato l’Isola degli Immortali. «Non vorrà certo andarci», mi disse.
«Non voglio?»
«Be’, è pericoloso», mi spiegò, guardandomi come se fosse certa della mia non appartenenza alla categoria di chi ama il pericolo, giudizio sostanzialmente corretto.
Era un’agente locale senza grandi sottigliezze, non una dipendente del Servizio Interplanario. Yendi non è una destinazione molto frequentata. Sotto molti aspetti è talmente simile al nostro piano che non vale la pena di visitarla; ci sono alcune differenze, ma sottili.
«Perché è chiamata Isola degli Immortali?»
«Perché alcune delle persone sono immortali.»
«Allora non muoiono?» continuai io, che non ero mai del tutto sicura dell’accuratezza del mio translatomat.
«Non muoiono, no», mi rispose con indifferenza. «Però l’Arcipelago delle Prinjo è un luogo incantevole per trascorrerci un paio di settimane di riposo.» La sua matita si mosse verso sud, dall’altra parte del Gran Mare di Yendi. Il mio sguardo, però, rimase fisso sulla grande, solitaria Isola degli Immortali. Gliela indicai.
«C’è un hotel… laggiù?»
«Non è attrezzata per il turismo. Solo capanne per i cercatori di diamanti.»
«Ci sono miniere di diamanti?»
«Probabilmente», rispose lei, sprezzante.
«E qual è il pericolo?»
«Le mosche.»
«Le mosche pungono? Portano malattie?»
«No.» A quel punto cominciava a irritarsi.
«Mi piacerebbe andarci per un paio di giorni», le dissi io, nel tono più accattivante che trovai. «Tanto per vedere se sono coraggiosa. Se mi spavento, torno subito indietro. Mi dia un volo di andata e ritorno, col ritorno aperto.»
«Non c’è aeroporto.»
«Ah. E allora, come posso arrivare laggiù?» continuai, più accattivante che mai.
«Con la nave», mi rispose lei, per nulla accattivata. «Una la settimana.»
Niente porta all’ostinazione come l’ostinazione.
«Perfetto!» risposi.
Almeno, pensavo lasciando l’agenzia di viaggi, non sarà come Laputa. Avevo letto I viaggi di Gulliver da bambina in una edizione ridotta e chissà quanto epurata. Il mio ricordo di quella lettura era come tutti i miei ricordi di infanzia: immediato, spezzettato, vivido. Isole di qualche brillante particolarità in un vasto oceano di oblio. Ricordavo che Laputa viaggiava nell’aria e che di conseguenza occorreva usare una nave volante per raggiungerla. E in realtà ricordavo poco di più, a parte che gli abitanti di Laputa erano immortali e che, dei quattro viaggi di Gulliver, era quello che mi era piaciuto meno, tanto da farmi dire che era «per i grandi», caratteristica che all’epoca costituiva per me una condanna.
Gli abitanti di Laputa avevano macchie, nei, qualcosa del genere che li distingueva dagli altri? Ed erano studiosi? Diventavano imbecilli e continuavano a vivere eternamente nell’idiozia e nell’incontinenza… oppure ero io che me l’immaginavo? Avevano qualcosa del genere, qualcosa di antipatico, una cosa per i grandi.
Ma mi trovavo su Yendi, dove le opere di Swift non erano in biblioteca. Non potevo controllare. Allora, dato che avevo un’intera giornata prima che la nave partisse, mi recai in biblioteca e cercai ulteriori notizie sull’Isola degli Immortali.
La Biblioteca Centrale di Undund è un vecchio e nobile palazzo pieno di comodità moderne, compresi i leggomat. Chiesi aiuto a un bibliotecario ed egli mi portò le Esplorazioni di Postwand, scritto circa 160 anni prima, da cui ho copiato quanto segue:
(All’epoca in cui Postwand scrisse, la città portuale dove mi trovavo, An Ria, non era ancora stata fondata. Gli abitanti della costa erano tribù sparse di pastori e di contadini. Postwand si era interessato del loro folclore in modo intelligente, anche se con un po’ di superiorità.)
«Tra le leggende dei popoli della Costa Orientale» scrive, «una riguardava una grande isola, lontana due o tre giorni di viaggio, a occidente, dalla Baia di Undund, dove abita la gente che non muore mai.
«Tutti coloro a cui chiesi informazioni conoscevano la fama dell’Isola degli Immortali, e alcuni mi raccontarono che membri della loro tribù avevano visitato il luogo. Impressionato dall’uniformità dei racconti, decisi di mettere alla prova la loro attendibilità.