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«Il cambio di chiave è decisivo», disse l’estimatore della musica, a voce! un po’ troppo alta. La persona seduta dietro di noi si sporse in avanti e fece: «Sssh!», per invitarci a tacere, mentre quella davanti si voltò a guardarci con aria di rimprovero.

Imbarazzata, rimasi perfettamente immobile per tutto il resto del movimento, che era molto bello, anche se i cambiamenti di chiave, o qualcosa del genere — la sola cosa che mi permetta di riconoscere un cambiamento di chiave è che mi vengono le lacrime agli occhi senza che ne sappia il perché — lo rendevano un po’ incoerente.

Con stupore vidi un tenore (o forse un contralto) che non avevo notato in precedenza: si alzò e iniziò a cantare a voce spiegata il tema principale, fino a terminare con una nota acuta che ottenne gli applausi del pubblico del grande auditorium. Battevano le mani, gridavano e chiedevano il bis. A un certo punto, un alito di vento, proveniente dalle alte montagne che s’innalzavano a ovest, attraversò la piazza del villaggio: tutti gli alberi rabbrividirono e si chinarono. Alzando lo sguardo verso le nubi che scorrevano sopra la mia testa, mi accorsi che stava per scoppiare un temporale.

Di momento in momento, le nubi diventarono sempre più scure, un altro forte soffio di vento colpì la piazza, sollevando polvere, foglie e spazzatura; mi dissi che avrei fatto bene a mettermi l’impermeabile. Ma l’avevo lasciato al guardaroba della Galleria d’Arte. Il mio translatomat era agganciato al bavero della giacca, ma la cartina autocentrante era nella tasca dell’impermeabile. Raggiunsi lo sportello della stazioncina e chiesi l’orario del prossimo treno, ma l’uomo con un occhio solo, dietro la sottile grata di ferro battuto, rispose: «Non abbiamo più i treni».

Mi voltai a guardare i binari vuoti, che si allontanavano all’infinito sotto le grandi pensiline ad arco, un binario dopo l’altro, ciascuno con il suo numero e il suo cancelletto. Qua e là c’era un carrello per i bagagli e un unico distante passeggero camminava oziosamente lungo la piattaforma, ma nessun treno. «Ho bisogno del mio impermeabile», spiegai, in una sorta di panico.

«Provi agli Oggetti Smarriti», mi rispose l’impiegato monocolo, poi si immerse di nuovo nei suoi moduli e nei suoi orari. Attraversai il grande spazio vuoto della stazione, per raggiungere l’entrata. Dopo il ristorante e il bar trovai l’ufficio Oggetti Smarriti. Entrai e chiesi: «Ho lasciato l’impermeabile alla Galleria d’Arte. Ma adesso ho perso la Galleria».

La donna — statuaria e dai capelli rossi — che stava dietro il banco rispose in tono annoiato: «Aspetti un momento». Cercò in giro e infine trovò una cartina; la stese sul banco. «Ecco», disse, scegliendo un quadratino e indicandolo con il dito bianco, grasso, dalle unghie laccate di rosso. «Questa è la Galleria d’Arte.»

«Ma non so dove mi trovo. Dove siamo? Dov’è la stazione?»

«Qui», mi rispose, indicando un altro quadrato sulla cartina, a dieci o dodici isolati dalla Galleria d’Arte. «Meglio andare finché dura la configurazione. Oggi vuole piovere.»

«Posso tenere la cartina?» le chiesi in tono un po’ piagnucoloso. Lei annuì.

Mi avventurai lungo le strade della città, con tutta la diffidenza possibile: camminavo a piccoli passi, come se il marciapiedi potesse trasformarsi in un abisso sotto i miei piedi, o una rupe levarsi all’improvviso davanti a me, o l’incrocio trasformarsi nel ponte di una nave in mezzo al mare. Però, fortunatamente, non successe nulla.

Le strade della città, larghe e piane, si incrociavano a distanze regolari, silenziose, senza alberi che frusciassero. Autobus e taxi elettrici passavano senza alcun rumore; non si scorgevano auto private. Proseguii. Grazie alla cartina, in breve arrivai alla Galleria d’Arte, aveva i gradini di pietra sedimentaria scura, anziché del marmo verde e bianco che ricordavo, ma il resto era uguale. Di solito non ho molta memoria.

Entrai e mi diressi al guardaroba per farmi dare l’impermeabile. Mentre l’inserviente lo cercava — una ragazza dai capelli corvini e dagli occhi che sembravano d’argento, con labbra sottili e nere — mi chiesi perché mi fossi voluta informare, alla stazione, sull’ora di partenza del prossimo treno. Dove pensavo di andarmene? La sola cosa che mi interessasse era il mio impermeabile lasciato presso la Galleria. Se ci fosse stato un treno, vi sarei salita? E dove sarei scesa?

Non appena recuperato il mio capo di vestiario, scesi in fretta gli scalini e corsi per le stradine ripide, acciottolate, in mezzo a due file di casette dai deliziosi balconcini, tra la folla di uñiati, composta di individui sottili, quasi scheletrici e dalle labbra nere.

Intendevo raggiungere l’Ostello Interplanario e farmi dare una spiegazione. Probabilmente c’era qualcosa nell’aria, pensavo, mentre la nebbia diventava più fitta e nascondeva i monti che dominavano sulla città e i tetti a punta delle case costruite sulle loro pendici. Forse gli uñiati fumavano qualche allucinogeno o c’era qualche polline o altro, nell’aria o nella nebbia, che alterava la mente, confondeva i sensi, oppure che — pensiero inquietante — cancellava segmenti di memoria, di modo che le cose sembravano succedere senza continuità: non ricordavo come fossi arrivata nei posti in cui mi ero ritrovata o cosa fosse successo nel tragitto fra l’uno e l’altro.

Non avendo una buona memoria, non ero in grado di dire se non ne avessi perso una parte. Per alcuni aspetti era come un sogno, ma io non sognavo certamente, ero soltanto confusa e sempre più allarmata, a tal punto che, nonostante il freddo e l’umidità, non mi fermai a infilare l’impermeabile, ma, rabbrividendo, proseguii lungo il sentiero della foresta.

Fiutai l’odore del fumo di legna, dolce e acre nell’aria umida, e dopo qualche tempo, in mezzo alla nebbia della sera che si raccoglieva attorno ai fusti e sembrava quasi palpabile, scorsi un lumicino. Accanto al sentiero sorgeva la capanna di un boscaiolo, con l’ombra di un giardinetto davanti alla cucina, il bagliore dorato del caminetto dietro lo stretto pannello di vetro della finestra, il fumo che s’innalzava dal comignolo. Un’immagine isolata e familiare. Bussai all’uscio e dopo quasi un minuto giunse un vecchio ad aprirmi. Era calvo, con un enorme bitorzolo sul naso; in mano teneva una padella in cui friggevano allegramente dei salamini.

«Ti posso concedere tre desideri», mi annunciò.

«Desidero tornare all’Ostello Interplanario», cominciai.

«Quello è il desiderio che non puoi vedere esaudito», rispose il vecchio. «Piuttosto, perché non desideri che i salamini mi crescano dalla punta del naso?»

Dopo un breve istante di riflessione, risposi: «No».

«Allora, che cosa desideri, a parte tornare all’Ostello Interplanario?»

Riflettei ancora, e infine spiegai: «Quando avevo dodici o tredici anni, pensavo sempre a cosa avrei risposto se mi fossero stati concessi tre desideri. Pensavo che avrei detto: ‘Desidero, dopo essere vissuta bene fino a 85 anni e avere scritto alcuni ottimi libri, poter morire tranquilla, nella consapevolezza che tutte le persone a cui voglio bene sono felici e in buona salute’. E già allora sapevo che era un desiderio stupido, disgustoso. Pragmatico. Egoistico. Un desiderio da fifoni. Sapevo che non era giusto. Come desiderio non mi sarebbe mai stato approvato Inoltre, una volta formulato quello, come avrei utilizzato gli altri due desideri? All’epoca pensavo che con gli altri due avrei potuto chiedere che tutti al mondo fossero più felici, o che si smettesse di fare la guerra, o che l’indomani mattina ci si svegliasse sentendosi davvero |buoni e gentili con chiunque, per tutto il giorno, anzi per tutto l’anno, anzi per sempre, ma a quel punto mi accorgevo che non credevo veramente a nessuno dei tre desideri e che li consideravo, appunto, solo desideri.

«Finché rimanevano nella categoria dei desideri erano ottimi, persino utili, ma non potevano andare molto più in là del desiderio stesso.