Nessun sussurro.
Per poco non cadde dalle scale. Il pavimento sprofondò all’improvviso e Bruno riuscì a salvarsi aggrappandosi alla ringhiera.
Sussurri.
Senza lasciare la ringhiera, sempre immerso nell’oscurità, trattenne il respiro e inclinò il capo.
Sussurri.
Alle spalle.
Lo stavano rincorrendo.
Lanciò un grido e vacillò giù per le scale. Perse il sostegno della ringhiera, poi l’equilibrio, si sbracciò, inciampò e atterrò su un pianerottolo urtando il viso contro il tappeto ammuffito, mentre una fìtta di dolore gli attraversava la gamba sinistra. Solo una fìtta e poi l’intontimento della carne. Sollevò la testa e udì i sussurri che si avvicinavano. Si rialzò, iniziò a piagnucolare per la paura, zoppicò giù per la seconda rampa e barcollò quando finalmente giunse al pianterreno. Si gettò un’occhiata alle spalle, fissando verso l’alto, nell’oscurità. Udì i sussurri che si stavano precipitando verso di lui con un sibilo sempre crescente e urlò: «No! No!» Poi imboccò il corridoio che l’avrebbe condotto in cucina e tutt’a un tratto i sussurri erano ovunque: risuonavano da ogni parte e c’erano anche quelle orribili cose striscianti, o quella cosa, oppure tante, non sapeva dire. Si precipitò verso la cucina, sbandando contro le pareti dei corridoi e scrollandosi di dosso le creature striscianti. Infine si avventò sulla porta della cucina, che si spalancò di colpo. Procedette a tastoni localizzando prima i fornelli, poi i mobiletti e il lavandino finché non raggiunse la dispensa, mentre le cose gli strisciavano addosso e i sussurri si facevano sempre più forti. Alla fine urlò a squarciagola, spalancò la porta della dispensa e venne assalito da un puzzo nauseabondo. Nonostante l’odore varcò la soglia, ma si rese conto che al buio non sarebbe riuscito a trovare le candele e i fiammiferi in mezzo a tutte le caraffe e i barattoli. Allora tornò di corsa in cucina, senza smettere di urlare, di picchiarsi i vestiti, di sfregarsi la faccia per liberarsi delle cose che cercavano di infilarsi nel naso e nella bocca. Trovò la porta di servizio che conduceva sulla veranda del retro, armeggiò con i catenacci induriti, riuscì ad aprirli e spalancò l’uscio.
Luce.
La luce grigiastra del pomeriggio che arrivava obliqua dalle Mayacamas inondò la soglia, illuminando la cucina.
Luce.
Per un istante, rimase fermo sulla porta, lasciandosi avvolgere da quella luce meravigliosa. Grondava di sudore. Il respiro si era fatto pesante e irregolare.
Quando infine riuscì a calmarsi, tornò nella dispensa. L’odore rivoltante proveniva dalle muffe e dai funghi che si erano formati sulle cibarie sparse ovunque, in seguito all’esplosione dei barattoli. Cercando di non impiastricciarsi, riuscì a trovare le candele e i fiammiferi. I fiammiferi erano ancora asciutti e utilizzabili. Ne accese uno per prova e quella fiammella fu un vero sollievo per la sua anima.
A ovest del Cessna, che volava a centinaia di piedi dal suolo, si avvicinavano nuvole minacciose provenienti dal Pacifico.
«Ma come?» domandò ancora una volta Joshua. «Com’è riuscita Katherine a far agire e pensare i gemelli come se fossero una persona sola?»
«Probabilmente non lo sapremo mai,» rispose Hilary. «Ma secondo me quella donna deve aver condiviso le proprie fantasie con i gemelli dal giorno in cui li ha portati a casa, quando ancora non erano in grado di capire quello che stava dicendo. Katherine avrà ripetuto loro centinaia, forse migliaia di volte che erano figli del diavolo. Avrà raccontato che erano nati ricoperti dalla membrana amniotica, spiegando il significato di quel marchio. Li avrà convinti che i loro organi sessuali erano diversi da quelli degli altri ragazzini. Probabilmente li avrà anche spaventati dicendo loro che se gli altri avessero scoperto la loro diversità, li avrebbero uccisi. Quando raggiunsero l’età in cui la curiosità avrebbe dovuto spingerli a chiedere spiegazioni, avevano ormai subito un lavaggio del cervello tale da non essere in grado di mettere in dubbio le parole della madre. Ormai condividevano la sua psicosi e le sue fantasie. I due ragazzini vivevano probabilmente in uno stato di costante tensione, timorosi di essere scoperti e quindi uccisi. La paura genera lo stress e la tensione aveva reso la loro psiche estremamente fragile. Credo che un lungo periodo di stress ininterrotto potrebbe creare l’atmosfera adatta per una fusione della personalità come quella descritta da Tony. Lo stato di tensione prolungato non può essere stato la causa unica di quella fusione, ma potrebbe aver preparato il terreno per la sua definitiva attuazione.»
Tony proseguì: «Dai nastri che abbiamo ascoltato questa mattina nello studio del dottor Rudge, risulta che Bruno sapeva che lui e il fratello erano nati con la membrana amniotica. Sappiamo inoltre che era a conoscenza delle superstizioni collegate a quel raro fenomeno. Dal tono della sua voce sulla cassetta, direi che possiamo tranquillamente desumere che Bruno era convinto, come lo era la madre, di essere figlio del demonio. E ci sono altre prove che confermano questa teoria. Per esempio, la lettera nella cassetta di sicurezza. Bruno aveva scritto di non poter chiedere la protezione della polizia contro la madre perché altrimenti avrebbero scoperto la sua vera natura e tutto quello che aveva sempre tenuto nascosto. Affermava inoltre che la gente l’avrebbe ammazzato se avesse scoperto chi era. Era convinto di essere il figlio del demonio. Ne sono sicuro. Aveva assorbito le fantasie psicotiche di Katherine.»
«D’accordo,» commentò Joshua. «Forse entrambi i fratelli credevano alla faccenda del diavolo perché non avevano mai avuto la possibilità di dubitarne. Però tutto questo non spiega come o perché Katherine abbia modellato in una sola persona i figli, come abbia fatto a fondere… le loro personalità, come dice lei.»
«Il perché è semplice,» continuò Hilary. «Se i gemelli si fossero considerati come individui distinti, fra loro sarebbero sempre esistite delle differenze, seppure minime. E proprio a causa di queste differenze, uno dei due avrebbe potuto involontariamente mandare all’aria l’intero piano. Solo se i due fratelli avessero parlato, agito, pensato nello stesso modo, lei sarebbe stata salva.»
«E per quanto riguarda il come» spiegò Tony, «non deve dimenticare che Katherine sapeva come distruggere e modellare una mente. In fin dei conti, lei era stata plasmata da un autentico maestro: Leo. Lui aveva utilizzato tutti i mezzi possibili e immaginabili per trasformare la figlia in ciò che voleva che fosse e Katherine non aveva potuto fare a meno di apprendere quegli insegnamenti. Vere e proprie tecniche di tortura fisica e psicologica. Probabilmente Katherine avrebbe potuto scrivere un saggio sull’argomento.»
«E per fare in modo che i gemelli pensassero come un’unica entità,» continuò Hilary, «doveva trattarli come fossero stati una persona sola. In altre parole, doveva istruirli alla perfezione. Doveva amarli nello stesso modo, punirli per il capriccio di uno solo, premiarli per il merito di uno solo, trattare i due corpi come se possedessero la stessa mente. Doveva parlare loro come se fossero stati una sola persona e non due.»
«E ogni volta che scorgeva un tratto di individualità doveva cercare di farlo possedere a entrambi, oppure estirparlo dal gemello che aveva mostrato tale caratteristica. E naturalmente era molto importante l’uso dei pronomi,» proseguì Tony.
«L’uso dei pronomi?» domandò Joshua, perplesso.
«Sì,» spiegò Tony. «Forse vi sembrerà assurdo o persino privo di importanza. Ma più di ogni altra cosa noi ci identifichiamo attraverso il linguaggio. È attraverso il linguaggio che esprimiamo le nostre opinioni e i nostri pensieri. Un modo di pensare elementare porta a utilizzare un linguaggio altrettanto elementare. Ma è anche vero il contrario: un linguaggio impreciso causa una certa confusione mentale. È uno dei principi fondamentali della semantica. È logico quindi formulare la teoria secondo la quale un uso alterato dei pronomi permette di costruire un’immagine alterata di se stessi, proprio quell’immagine che Katherine voleva venisse adottata dai gemelli. Per esempio, quando i due ragazzi parlavano fra di loro, non potevano mai usare il pronome ’tu’ perché ’tu’ racchiude il concetto di un essere diverso da sé. Se ai gemelli veniva imposto di pensare a loro stessi come a un’unica entità, allora il pronome ’tu’ non aveva senso. Un Bruno non avrebbe mai potuto dire all’altro: ’Perché io e te non facciamo una partita a Monopoli?’ Avrebbe invece chiesto qualcosa di questo genere: ’Perché non faccio una partita a Monopoli con me stesso?’ Non poteva usare il pronome ’noi’ quando parlava di se stesso e del fratello, poiché quel pronome indica la presenza di almeno due persone. Quindi, quando intendeva ’noi’, diceva ’io e me stesso’. Inoltre, quando uno dei fratelli parlava a Katherine dell’altro, non gli era permesso usare il pronome ’lui’. Ecco quindi che chi parlava racchiudeva in sé il concetto dell’altro. Le sembra complicato?»