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Tony sospirò e chiuse gli occhi. Si sentiva spossato, sia fisicamente sia spiritualmente.

Penny si avvicinò al tavolo e gli disse: «Gli faresti un grande favore se lo riaccompagnassi a casa. Domani mattina si sentirà come una capra mezzo morta.»

«E come si sente una capra mezzo morta?»

«Molto peggio di una capra in buona salute e molto peggio di una capra morta,» rispose lei.

Tony pagò le consumazioni e rimase ad aspettare il suo compagno. Passati cinque minuti, prese la giacca e la cravatta di Frank e andò a cercarlo.

La toilette era angusta: una cabina, un orinatoio, un lavandino. Sapeva di disinfettante al pino misto a urina.

Frank era davanti al muro ricoperto di scritte contro il quale batteva le mani aperte provocando un rumore secco che riecheggiava nella piccola stanza. BAM BAM BAM BAM! Nel locale non si udiva nulla a causa del brusio e della musica, ma all’interno del gabinetto Tony si sentì perforare i timpani.

«Frank?»

BAM BAM BAM BAM BAM BAM BAM!

Gli si avvicinò, gli mise una mano sulla spalla, lo scostò delicatamente dalla parete e lo fece voltare verso di sé.

Frank stava piangendo. Aveva gli occhi gonfi e arrossati. La faccia era rigata dalle lacrime. Le labbra erano gonfie e scomposte: tremavano per il dolore. Ma piangeva silenziosamente, senza singhiozzi o scossoni, con la voce strozzata in gola.

«Stai calmo,» lo tranquillizzò Tony. «Si sistemerà tutto quanto. Non hai bisogno di Wilma. Stai molto meglio senza di lei. Hai molti amici. Ti aiuteremo tutti a venirne fuori, se solo ce lo permetterai, Frank. Ti aiuterò. Ci tengo, Frank. Ci tengo davvero.»

Frank chiuse gli occhi. Storcendo le labbra, si mise a singhiozzare, ma sempre in silenzio, producendo un leggero sibilo a ogni respiro. Allungò una mano, alla ricerca di un sostegno, e Tony gli circondò le spalle con un braccio.

«Voglio tornare a casa,» biascicò Frank. «Voglio solo andare a casa.»

«D’accordo. Ti accompagno io. Appoggiati.»

Abbracciati come due vecchi compagni dì guerra, lasciarono The Bolt Hole. A piedi raggiunsero il condominio dove abitava Tony e poi salirono sulla sua jeep.

A metà strada, Frank emise un sospiro e mormorò: «Tony… ho paura.»

Tony gli lanciò un’occhiata.

Frank era sprofondato nel sedile. Appariva piccolo e indifeso e i vestiti sembravano troppo grandi per lui. Il viso era segnato dalle lacrime.

«Di che cosa hai paura?»

«Non voglio restare da solo,» rispose Frank mentre piangeva sommessamente e tremava per gli effetti dell’alcol e forse anche della paura.

«Non sei solo,» gli fece notare Tony.

«Ho paura di… morire solo.»

«Non sei solo e non stai morendo, Frank.»

«Tutti invecchiano… velocemente. E a me… piacerebbe avere qualcuno al mio fianco…»

«Troverai qualcuno.»

«Voglio qualcuno da ricordare e da amare.»

«Non preoccuparti,» lo rassicurò Tony.

«Mi spaventa l’idea.»

«Troverai qualcuno.»

«No.»

«Sì, invece.»

«Non troverò nessuno,» ripetè Frank, chiudendo gli occhi e appoggiando il capo contro il finestrino.

Quando arrivarono a casa, Frank stava già dormendo come un bambino. Tony cercò di svegliarlo ma Frank non voleva tornare in sé. Inciampando, mormorando parole incomprensibili, sospirando affannosamente, si fece trasportare fino alla porta di casa. Tony l’appoggiò contro il muro e, tenendolo con una mano, gli frugò nelle tasche alla ricerca della chiave. Quando finalmente riuscirono a raggiungere la camera da letto, Frank rovinò sul materasso come un sacco di patate e iniziò a russare.

Tony lo spogliò, sollevò le coperte, aiutò il compagno a sistemarsi nel letto e gli rimboccò le lenzuola. Nel frattempo Frank continuò a sbuffare e a russare.

In cucina, in un cassetto pieno di cianfrusaglie vicino al lavandino, Tony trovò una penna, un blocco e un rotolo di scotch. Scrisse un messaggio e lo appese sullo sportello del frigorifero.

Caro Frank,

quando domani mattina ti sveglierai, ricorderai tutto ciò che mi hai raccontato e con tutta probabilità ti sentirai in imbarazzo. Non ti preoccupare. Tutto quello che mi hai confidato rimarrà fra noi due. Anzi, domani ti racconterò anch’io qualche segreto della mia vita, così saremo pari. Dopotutto, gli amici servono anche per sfogarsi.

Tony

Uscì e chiuse la porta.

Tornando a casa, ripensò al povero Frank tutto solo e si rese conto che la sua situazione non era decisamente migliore. Aveva ancora un padre, ma Carlo era molto malato e difficilmente sarebbe sopravvissuto più di cinque, dieci anni al massimo. I fratelli e le sorelle di Tony erano sparsi un po’ ovunque e, d’altra parte, non si sentiva vicino a nessuno di loro in particolare. Aveva un sacco di amici, ma non del genere che si desidera avere attorno da vecchi. Sapeva bene che cosa intendeva dire Frank. Sul letto di morte, c’era un solo genere di mani in grado di consolarti o di infonderti coraggio: le mani di una moglie, dei figli o dei genitori. Si stava costruendo un’esistenza che, alla fine, si sarebbe rivelata un semplice tempio vuoto di solitudine. Aveva trentacinque anni, era ancora giovane, ma non aveva mai pensato seriamente al matrimonio. Tutt’a un tratto ebbe la sensazione che il tempo gli stesse scorrendo sotto le dita. Gli anni passavano troppo velocemente. Sembrava ieri che aveva vent’anni, ma ne erano già passati altri dieci.

Forse Hilary Thomas è la persona giusta, pensò mentre parcheggiava davanti a casa. E una donna speciale. Ne sono sicuro. E molto speciale. Forse anche lei pensa che io sia speciale. Potrebbe funzionare. Perché no?

Rimase seduto per qualche istante nella jeep a fissare il cielo della notte, a pensare a Hilary Thomas, alla vecchiaia e alla morte solitaria.

Alle 22.30, Hilary era completamente assorbita dal romanzo di James Clavell. Stava finendo di sgranocchiare una mela con un pezzo di formaggio, quando il telefono prese a squillare.

«Pronto?»

Silenzio.

«Chi è?»

Niente.

Hilary sbattè giù il ricevitore, come consigliano sempre di fare in caso di minacce o telefonate oscene. Riappendi e basta, dicono sempre. Non incoraggiare chi ha chiamato. Riappendi subito. Era riuscita a fargli rimbombare l’orecchio, ma questo non l’aiutava a sentirsi meglio.

Era sicura che non si era trattato di un errore. Due volte in una sera, senza nemmeno una parola di scuse. Non era possibile. Senza contare che quel silenzio lasciava trasparire una velata minaccia.

Nemmeno dopo la nomination all’Oscar aveva sentito il bisogno di far togliere il suo nome dall’elenco telefonico. Gli autori non godevano della stessa popolarità degli attori o dei registi. Il pubblico in genere non ricordava mai il nome di chi aveva scritto la sceneggiatura dei film migliori. La maggior parte degli autori che chiedeva di togliere il proprio nome dagli elenchi telefonici lo faceva per prestigio: il fatto di non comparire significava che lo scrittore era talmente indaffarato a concentrarsi sulle sue idee da non avere nemmeno il tempo di evadere chiamate indesiderate. Ma Hilary non soffriva di questo problema e, per lei, restare sull’elenco telefonico equivaleva a non esserci affatto.