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Ovviamente questo poteva non essere più vero. Forse tutte quelle chiacchiere sui suoi due incontri con Bruno Frye l’avevano fatta diventare un oggetto di pubblico interesse, là dove due sceneggiature di successo non erano riuscite. La storia di una donna che lotta contro un probabile stupratore e che, la seconda volta, lo ammazza può sempre affascinare un certo tipo di menti malate. Poteva esserci in giro una bestia vogliosa di dimostrare a tutti che sarebbe stata in grado di riuscire dove Bruno Frye aveva fallito.

Decise di chiamare la sede della compagnia telefonica immediatamente la mattina successiva, per richiedere un numero nuovo da non pubblicare sugli elenchi.

A mezzanotte l’obitorio della città era tranquillo come una tomba, com’era stato descritto una volta dal patologo di turno. Anche il corridoio scarsamente illuminato era immerso nel silenzio. Il laboratorio era al buio. La stanza piena di cadaveri era fredda, tetra e silenziosa, fatta eccezione per il ronzio delle bocchette che immettevano aria fredda dalle tubazioni.

Mentre giovedì notte diventava venerdì mattina, all’obitorio c’era un solo inserviente di turno. Era seduto davanti a una scrivania di metallo e legno, in una stanzetta accanto all’ufficio del coroner. Si chiamava Albert Wolwicz. Ventinove anni, divorziato, era padre di una bambina di nome Rebecca. Sua moglie si era assicurata la sua custodia e ormai entrambe vivevano a San Diego. Ad Albert non importava fare quel turno da (perdonate l’espressione) oltretomba. Si occupava dell’archivio, stava ad ascoltare la radio, poi tornava all’archivio e di tanto in tanto leggeva un paio di capitoli di un romanzo di Stephen King, sempre stracolmo di vampiri latitanti dalle parti del New England. E se la città se ne stava tranquilla per tutta la notte, se i piedipiatti o gli addetti al trasporto dei cadaveri non arrivavano di corsa a portare qualche reduce da una rissa o da un incidente, il lavoro sarebbe stato facile come bere un bicchier d’acqua sino alla fine del turno.

Dieci minuti dopo mezzanotte, il telefono squillò.

Albert prese il ricevitore e rispose: «Obitorio.»

Silenzio.

«Pronto?» ripetè Albert.

L’uomo all’altro capo del filo iniziò a gemere e a piangere.

«Chi è?»

Ma l’altro non riuscì a rispondere a causa delle lacrime.

I suoni che emetteva erano quasi una parodia del dolore: singhiozzi esagerati e isterici, i più strani che Albert avesse mai udito. «Se mi dice che cos’è successo, forse la posso aiutare.»

Ma l’altro riattaccò.

Albert rimase a fissare il ricevitore per qualche istante, scrollò le spalle e alla fine riappese.

Cercò di riprendere la lettura del romanzo di Stephen King, ma ormai era convinto di aver udito un tramestio fuori della porta che gli stava alle spalle. Continuò a voltarsi, ma non c’era nessuno. O niente.

4

Venerdì mattina.

Ore nove.

Due uomini della Camera Mortuaria di Angels’ Hill di West Los Angeles arrivarono all’obitorio per ritirare il corpo di Bruno Gunther Frye. Lavoravano in collaborazione con l’impresa di pompe funebri Forever View nella città di St. Helena, dove aveva vissuto il defunto. Uno dei due uomini firmò il regolare permesso e il cadavere fu trasferito nella parte posteriore del carro funebre Cadillac.

Frank Howard non sembrava reduce da una sbornia. La pelle non aveva il classico colorito giallastro tipico di chi ha alzato il gomito, ma, al contrario, appariva rosea e piena di salute. Gli occhi azzurri erano luminosi. Apparentemente, quella confessione gli aveva fatto un gran bene, a livello sia fisico sia spirituale.

Prima in ufficio e poi in macchina, Tony avvertì l’imbarazzo che aveva previsto e fece del suo meglio per mettere Frank a proprio agio. Frank sembrava essersi reso conto che fra loro non era cambiato niente e che, addirittura, il loro rapporto era decisamente migliorato rispetto a tre mesi prima. Nel corso della mattinata, sperimentarono una sintonia tale che avrebbe permesso loro di lavorare insieme come se fossero stati una persona sola. Non regnava ancora la perfetta armonia che Tony aveva conosciuto con Michael Savatino, ma ormai sembrava non ci fossero più ostacoli alla nascita di un’amicizia profonda quanto quella che l’aveva unito al suo precedente compagno. Avevano ancora bisogno di un po’ di tempo, forse qualche mese, per trovare un’intesa perfetta, ma alla fine si sarebbe sicuramente creato un legame a livello psichico che avrebbe reso il loro lavoro incredibilmente più semplice.

Venerdì mattina, lavorarono al caso di Bobby Valdez. Non avevano molte piste da seguire e le prime due non portarono a nulla.

Il rapporto su Juan Mazquezza del dipartimento della motorizzazione si rivelò una vera delusione. Bobby Valdez aveva usato un falso certificato di nascita e altri documenti contraffatti per ottenere una patente a nome di Juan Mazquezza. L’ultimo indirizzo fornito dal dipartimento era quello degli appartamenti Las Palmeras in La Brea Avenue, che Bobby aveva abbandonato in luglio. Esistevano altri due Juan Mazquezza negli archivi del dipartimento della motorizzazione. Il primo era un ragazzo di diciannove anni che viveva a Fresno. L’altro Juan era un uomo di sessantasette anni di Tustin. Entrambi possedevano automobili con targhe californiane, ma nessuno dei due aveva una Jaguar. Non era mai stata registrata un’automobile a nome del Juan Mazquezza che abitava in La Brea Avenue, e quindi era ovvio che Bobby avesse comprato la Jaguar usando un altro nome falso. Evidentemente disponeva di una vasta gamma di documenti contraffatti di ottima qualità.

Erano a un punto morto.

Tony e Frank ritornarono alla Lavanderia Vee Vee Gee e interrogarono gli operai che avevano lavorato con Bobby quando si faceva passare per Mazquezza. Speravano che qualcuno fosse rimasto in contatto con lui e potesse quindi fornire informazioni sul suo attuale domicilio. Ma tutti riferirono che Juan era un tipo solitario: nessuno sapeva dov’era finito.

Un altro punto morto.

Lasciata la Vee Vee Gee, si fermarono per il pranzo in una trattoria che a Tony piaceva molto. Oltre al locale principale, il ristorante aveva una terrazza all’aperto con una dozzina di tavoli posti sotto grandi ombrelloni a strisce bianche e blu. Tony e Frank mangiarono una frittata al formaggio e un’insalata respirando la tiepida aria autunnale.

«Domani sera hai qualcosa da fare?» chiese Tony.

«Io?»

«Tu.»

«No. Niente.»

«Bene. Ho organizzato qualcosa.»

«Che cosa?»

«Un appuntamento alla cieca.»

«Per me?»

«Tu rappresenti solo il cinquanta per cento.»

«Parli sul serio?»

«L’ho chiamata questa mattina.»

«Scordatelo,» sbottò Frank.

«È il tipo adatto a te.»

«Odio gli incontri combinati.»

«È molto bella.»

«Non mi interessa.»

«E anche dolce.»

«Non sono un ragazzino.»

«E chi ha detto che lo sei?»

«Non c’è bisogno che tu mi sistemi con qualcuno.»

«A volte lo si fa per un amico. Non credi?»

«Posso farcela anche da solo.»

«Solo un pazzo rifiuterebbe di uscire con questa donna.»