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«E allora sono un pazzo.»

Tony sospirò. «Fai come vuoi.»

«Senti, per quanto riguarda ieri sera a The Bolt Hole…»

«Sì?»

«Non cercavo la tua compassione.»

«Prima o poi tutti hanno bisogno di un po’ di compassione.»

«Volevo solo che tu capissi perché avevo la luna storta.»

«L’ho capito benissimo.»

«Non volevo darti l’impressione di essere un nevrotico o un imbecille che non sa in che modo trattare le donne.»

«Non mi hai dato assolutamente quell’impressione.»

«Non mi sono mai lasciato andare così prima di ieri.»

«Ci credo.»

«Non ho mai… pianto in quel modo.»

«Lo so.»

«Immagino sia stata la stanchezza.»

«Certo.»

«Forse è stata colpa di tutti quegli scotch.»

«Forse.»

«Ho bevuto un po’ troppo.»

«Parecchio.»

«L’alcol mi rende sentimentale.»

«Forse.»

«Ma ora sto bene.»

«E chi ha detto che stai male?»

«Posso decidere da solo con chi uscire, Tony.»

«Come preferisci.»

«D’accordo?»

«D’accordo.»

Si concentrarono su quello che stavano mangiando.

In quella zona c’erano molti uffici e decine di segretarie camminavano lungo il marciapiede per recarsi a pranzo.

La terrazza del ristorante era piena di fiori che profumavano l’aria tiepida. Il rumore della strada era tipico di Los Angeles. Non si udiva l’incessante stridio dei freni e il suono dei clacson che caratterizzavano New York, Chicago e molte altre città. Solo il mormorio ipnotico dei motori. E il sibilo delle macchine che sfrecciavano. Quasi una nenia. Rilassante. Come le onde sulla spiaggia. Prodotto dalle macchine ma in qualche modo naturale e primitivo. Delicatamente e inaspettatamente erotico. Persino i rumori del traffico si conformavano alla personalità subtropicale della città. Dopo un paio di minuti di silenzio, Frank chiese: «Come si chiama?»

«Chi?»

«Non fare il finto tonto.»

«Janet Yamada.»

«Giapponese?»

«Ti sembra forse italiana?»

«Che tipo è?»

«Intelligente, spiritosa, carina.»

«Che cosa fa?»

«Lavora in municipio.»

«Quanti anni ha?»

«Trentasei, trentasette.»

«Non è troppo giovane per me?»

«Santo cielo, ne hai solo quarantacinque!»

«Come fai a conoscerla?»

«Siamo usciti insieme per un po’,» rispose Tony.

«Che cosa c’era che non andava?»

«Niente. Abbiamo solo scoperto che andavamo più d’accordo come amici che come amanti.»

«Credi che mi potrebbe piacere?»

«Ne sono certo.»

«E io piacerò a lei?»

«Se non ti metti le dita nel naso e se non mangi con le mani.»

«Va bene,» mormorò Frank. «Uscirò con lei.»

«Se ti pesa tanto, forse è meglio lasciar perdere.»

«No. Ci andrò. Andrà tutto bene.»

«Non devi accettare solo per farmi un favore.»

«Dammi il suo numero di telefono.»

«Forse non è stata una buona idea. Mi sembra di averti costretto a fare ciò che non volevi.»

«Non mi hai costretto.»

«Forse dovrei chiamarla e annullare tutto,» proseguì Tony.

«No, ascolta, io…»

«Non dovrei combinare questi appuntamenti. Non è il mio compito.»

«Dannazione, io voglio uscire con lei!» sbottò Frank.

Tony sorrise. «Lo so.»

«Sono forse stato manipolato?»

«Ti sei manipolato da solo.»

Frank cercò di fingersi accigliato, ma non ci riuscì. Fece una smorfia. «Vuoi che usciamo insieme sabato sera?»

«Assolutamente no. Devi arrangiarti da solo, amico.»

«Ovviamente,» lo rimproverò Frank, «non vorrai dividere Hilary Thomas con qualcun altro.»

«Esattamente.»

«Credi davvero che fra voi due possa funzionare?»

«Guarda che non abbiamo ancora parlato di matrimonio. È solo il primo appuntamento.»

«Ma non credi che sia un po’… azzardato, anche solo per un appuntamento?»

«E perché mai?» domandò Tony.

«Be’, lei ha un sacco di soldi.»

«Mi sembra un’osservazione da maschio sciovinista.»

«Non credi che renderà tutto più difficile?»

«Quando un uomo è ricco, deve forse limitarsi a uscire con donne che possiedono la stessa quantità di denaro?»

«È diverso.»

«Quando un re decide di sposare una povera commessa, allora si tratta di una storia romantica. Ma quando una regina decide di sposare un povero commesso, allora ecco che quella donna si sta facendo incastrare. È un classico.»

«Be’… in bocca al lupo.»

«Anche a te.»

«Pronto per ritornare al lavoro?»

«Sì,» rispose Tony. «Andiamo a cercare Bobby Valdez.»

«Sarebbe più facile con il giudice Crater.»

«O Amelia Earhart.»

«O Jimmy Hoffa.»

Venerdì pomeriggio.

Ore tredici.

Il corpo giaceva sul tavolo di preparazione della camera mortuaria di Angels’ Hill a West Los Angeles. Dall’alluce del piede destro penzolava un cartellino che identificava il cadavere come quello di Bruno Gunther Frye.

Un imbalsamatore specializzato stava preparando la salma per il trasporto a Napa County. Gli intestini e tutti gli organi interni vennero estratti dal corpo attraverso l’unica apertura naturale disponibile. A causa delle ferite da arma da taglio e dell’autopsia effettuata la notte precedente, non era rimasto molto sangue nel cadavere, ma anche i pochi fluidi rimasti vennero prelevati fino all’ultima goccia; al loro posto venne iniettato il liquido da imbalsamazione.

Affaccendandosi sul corpo, il tecnico mortuario si mise a fischiettare un brano di Donny e Marie Osmond.

La camera mortuaria di Angels’ Hill non garantiva il servizio della ricomposizione estetica, che sarebbe stata effettuata dall’impresario di pompe funebri di St. Helena. L’imbalsamatore di Angels’ Hill si limitò a chiudere per sempre gli occhi ormai ciechi e a immobilizzare le labbra con una serie di punti interni in modo che la bocca restasse vagamente sorridente per l’eternità. Si trattava di un lavoro meticoloso: i punti non sarebbero stati visibili agli occhi di chi fosse andato a porgere l’estremo saluto, se mai ci fosse stato qualcuno.

Poi la salma venne avvolta in un lenzuolo bianco e riposta in una misera bara di alluminio, fabbricata e sigillata in base alle norme statali per il trasporto di morti con qualsiasi mezzo. A St. Helena, il cadavere sarebbe stato riposto in una bara più elegante, scelta direttamente dalla famiglia o dagli amici del compianto.

Venerdì ore 16. Il corpo venne trasferito all’aeroporto internazionale di Los Angeles e caricato su un turbo elica merci della California Airways con destinazione Monterey, Santa Rosa e Sacramento. Al secondo scalo sarebbe stato scaricato.

Venerdì ore 18.30. All’aeroporto di Santa Rosa non c’era nessuno della famiglia di Bruno Frye ad accogliere la salma. Non aveva parenti. Era l’ultimo della stirpe. Suo nonno aveva concepito un’unica figlia, Katherine, che non aveva avuto eredi. Bruno era stato adottato. E non si era mai sposato.

Due delle tre persone che stavano aspettando al terminal arrivavano direttamente dall’impresa di pompe funebri Forever View. Il proprietario era Mr Avril Thomas Tannerton che, con la sua attività, serviva St. Helena e le comunità di quella zona. Quarantatreenne, di bell’aspetto, era leggermente paffuto, ma non grasso, con una chioma di capelli biondo rossicci, una generosa manciata di lentiggini, occhietti vivaci e un sorriso caloroso che difficilmente riusciva a dissimulare. Era andato a Santa Rosa con l’assistente di ventiquattro anni, Gary Olmstead, un ragazzo fisicamente poco dotato che raramente parlava più dei morti con cui aveva a che fare. Tannerton richiamava vagamente l’immagine del cantore, con una patina di rispetto che nascondeva un animo bonariamente malizioso; Olmstead aveva una faccia lunga, addolorata, ascetica, che ben si adattava alla sua professione.