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«Che cos’è?» domandò Preston.

Joshua gli allungò il foglio.

Preston lo lesse e rimase sbalordito. «Che cosa diamine significa?»

«L’impostore che ha ripulito il conto deve averla messa nella cassetta,» rispose Joshua.

«Perché mai avrebbe fatto una cosa simile?»

«Forse uno scherzo,» suggerì Joshua. «Chiunque sia, evidentemente ama le storie dei fantasmi. Sapeva che ci saremmo accorti degli ammanchi e ha deciso di divertirsi un po’.»

«Ma è così… strano,» mormorò Preston. «Voglio dire, mi sarei aspettato un biglietto ironico, qualcosa che ci servisse da lezione. Ma questo? Non sembra l’opera di un giocherellone. Anche se è strano e senza senso, sembra… serio

«Se secondo lei non è uno scherzo, allora che cosa ne dice?» chiese Joshua. «Vuole forse farmi credere che Bruno Frye ha scritto questa lettera e l’ha messa nella cassetta di sicurezza dopo essere morto?»

«Be’… no. Certo che no.»

«E allora?»

Il banchiere osservò la lettera che stringeva fra le mani. «Credo che questo impostore, questo individuo che assomiglia tanto a Mr Frye, parla come Mr Frye, ha una patente a nome di Mr Frye e sa che Mr Frye ha un conto presso la First Pacific United, be’, credo che quest’uomo non finga semplicemente di essere Mr Frye. È convinto di essere davvero Mr Frye.» Alzò gli occhi verso Joshua. «Non credo che un comune ladro con la passione per gli scherzi avrebbe scritto una lettera di questo genere. È l’opera di un pazzo.»

Joshua annuì. «Temo che lei abbia ragione. Ma da dove sbuca questo sosia? Chi è? Da quanto tempo se ne va in giro? Bruno era a conoscenza dell’esistenza di quest’uomo? E perché mai questo sosia dovrebbe condividere con Bruno la sua ossessione e il suo terrore nei confronti di Katherine Frye? Com’è possibile che entrambi soffrano dello stesso tipo di allucinazione: la convinzione che quella donna sia tornata dall’inferno? Ci sono almeno mille domande senza risposta. Mi sembra di impazzire.»

«Sono d’accordo,» ammise Preston. «E non posso proprio aiutarla. Ma avrei un suggerimento. Bisognerebbe avvertire questa Hilary Thomas del grave pericolo che forse sta per correre.»

Dopo il funerale di Frank Howard, condottò con tutti gli onori, Tony e Hilary presero il volo delle 11.55 in partenza da Los Angeles. Fiilary si sforzò di essere frizzante e divertente perché si rendeva conto che il funerale aveva depresso Tony facendogli tornare alla memoria quei terribili istanti della sparatoria di lunedì mattina. Dapprima, Tony rimase sprofondato nel sedile, prestandole scarsa attenzione. Dopo un po’, si rese conto che Hilary voleva soltanto rallegrarlo e, probabilmente per non contrariarla, ritrovò il sorriso e sembrò uscire momentaneamente dallo stato di depressione. Atterrarono all’aeroporto internazionale di San Francisco in perfetto orario, ma il volo delle due per Napa era stato rinviato alle tre per motivi tecnici.

Decisero di mangiare qualcosa al ristorante dell’aeroporto che si affacciava sulle piste di atterraggio. L’unica cosa decente risultò essere il caffè: i panini erano ammuffiti e le patatine gelate.

Con l’avvicinarsi dell’ora prevista per la partenza, Hilary iniziò ad avere paura. Con il passare dei minuti, si fece sempre più ansiosa.

Tony notò il cambiamento. «Che cosa c’è che non va?»

«Non lo so esattamente. Mi sento come… be’, forse non stiamo facendo la cosa più giusta. Forse ci stiamo gettando nella tana del leone.»

«Frye è a Los Angeles. Non ha modo di scoprire che stai andando a St. Helena,» la rassicurò Tony.

«Davvero?»

«Sei sempre convinta che si tratti di qualcosa di soprannaturale, una storia di fantasmi, demoni e roba simile?»

«Non escludo niente.»

«Alla fine troveremo una spiegazione logica.»

«A ogni modo, ho una sensazione… una premonizione.»

«Una premonizione di che cosa?»

«Sento che il peggio deve ancora venire,» sussurrò lei.

Dopo un rapido ma eccellente pranzo nella sala riservata della First Pacific United Bank, Joshua Rhinehart e Ronald Preston si incontrarono con i funzionari federali. I burocrati erano piuttosto noiosi, poco preparati e naturalmente incapaci, ma Joshua cercò di portare pazienza, rispose alle innumerevoli domande e riempì una miriade di moduli, poiché era suo dovere utilizzare il sistema di assicurazioni federali per recuperare il denaro rubato a Frye.

Quando i burocrati se ne andarono, arrivò Warren Sackett, un agente dell’FBI. Il reato cadeva sotto la giurisdizione dell’FBI poiché il denaro era stato rubato da un istituto finanziario riconosciuto a livello federale. Sackett, un uomo alto dai lineamenti cesellati, si sedette al tavolo con Joshua e Preston e riuscì a scoprire il doppio delle informazioni in metà tempo rispetto allo scialbo gruppo di burocrati. Comunicò a Joshua che avrebbero proceduto a un accurato controllo sul suo passato: Joshua se l’aspettava e non aveva nulla da temere. Sackett ammise che Hilary Thomas poteva essere davvero in pericolo e si impegnò a informare la polizia di Los Angeles degli incredibili avvenimenti sopraggiunti, in modo che il dipartimento e l’ufficio dell’FBI di Los Angeles fossero pronti a proteggerla.

Nonostante la gentilezza e l’efficienza di Sackett, Joshua capì che l’FBI non sarebbe riuscita a risolvere il caso nel giro di pochi giorni, a meno che l’impostore non si presentasse spontaneamente nel loro ufficio e confessasse le sue colpe. Per loro non era certo una faccenda urgente. In un paese infestato da vari gruppi terroristici, dal crimine organizzato e da politici corrotti, era ovvio che l’FBI non avesse intenzione di sprecare tempo ed energie per un semplice furto da diciottomila dollari. Quasi sicuramente, Sackett sarebbe stato l’unico agente a occuparsene a tempo pieno. Avrebbe iniziato con estrema calma, controllando il passato di tutte le persone coinvolte, per poi procedere a un’inchiesta dettagliata presso le banche della California settentrionale, per verifìcare eventuali conti segreti intestati a Bruno Frye. Per un paio di giorni, Sackett non sarebbe andato a St. Helena. E se non avesse scoperto alcuna traccia nel giro di una settimana, si sarebbe occupato del caso solo saltuariamente.

Quando l’agente terminò con le domande, Joshua si rivolse a Ronald Preston. «Senta, spero che i diciottomila dollari vengano rimpiazzati rapidamente.»

«Be’…» obiettò Preston, pizzicandosi nervosamente i baffi. «Dovremo attendere l’autorizzazione del FDIC.»

Joshua lanciò un’occhiata a Sackett. «Ne deduco che il FDIC vorrà assicurarsi che né io né nessun altro beneficiario dei beni di Bruno Frye siamo coinvolti in questo prelievo di diciottomila dollari. È così?»

«È probabile,» ammise Sackett. «Dopotutto, si tratta di un caso abbastanza insolito.»

«Ma potrebbe passare molto tempo prima di essere in grado di garantire loro una cosa simile,» proseguì Joshua.

«Non la faremo aspettare oltre un ragionevole lasso di tempo,» gli assicurò Sackett. «Al massimo tre mesi.»

Joshua sospirò. «Speravo di cavarmela più velocemente.»

Sackett si strinse nelle spalle. «Forse non saranno necessari tre mesi. Può darsi che tutto si risolva molto prima. Non si può mai sapere. Magari in un paio di giorni salta fuori questo tipo che si spaccia per Frye, e a quel punto potrei dare il segnale di via libera al FDIC.»

«Ma lei non pensa di risolvere il caso così in fretta.»

«La situazione è talmente bizzarra che non posso pronunciarmi,» sottolineò Sackett.

«Maledizione,» imprecò Joshua.

Qualche minuto più tardi, Joshua si stava incamminando verso l’uscita della banca, quando Mrs Willis lo chiamò. Era dietro lo sportello della cassa. Joshua si avvicinò e lei gli disse: «Sa che cosa farei se fossi in lei?»