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Connie Willis

Time-out

«Voglio che venga con me all’aeroporto, dottoressa Lejeune,» disse il dottor Young. «Devo andare a prendere Andrew Simons.»

Era la prima volta che parlava alla dottoressa Lejeune da quando lei gli aveva detto che il suo progetto era idiota, e per le tre settimane successive lei non aveva fatto che pensare a quello che gli avrebbe detto in occasione del loro successivo incontro, ma in quel momento ricordava così tanto il vecchio, sensibile, assennato Max Young che lei prese la borsetta e gli chiese: «Chi è Andrew Simons?»

«Sta tornando dal Tibet,» rispose il dottor Young, facendo strada verso l’uscita dall’edificio di fisica e poi lungo il parcheggio. «Lavora alla Duke University. Ha studiato gli aspetti culturali della percezione del tempo in un monastero tibetano sull’Himalaya. È perfetto. Tre mesi fa ho letto una sua monografia sul deja vu e mi sono messo in contatto con la Duke.» Si fermò accanto a una Porsche rossa.

«Quand’è che si è fatto una Porsche?» domandò la dottoressa Lejeune, guardando la targa. Era WITHIT, un cattivo segno. Così come la Porsche. «E che ci viene a fare qui, di preciso, questo Simons?»

«Lavorerà al progetto di dislocazione temporale,» disse il dottor Young come se fosse una cosa ovvia, e si infilò nella Porsche. «Su. Salga in macchina. L’aereo atterra alle quattro e diciannove.»

Provò a salire a bordo della Porsche. Sperava che avesse rinunciato al progetto di dislocazione temporale. Aveva tentato di dissuaderlo con la dialettica, con il risultato che lui non le aveva parlato per tre settimane, poi aveva sperato che tornasse in sé, ma evidentemente ciò non era avvenuto.

Il progetto era idiota. Lui aveva deciso che il tempo era un oggetto quantico, e di lì era balzato all’idea che si potesse separare in frammenti chiamati odiecroni, a loro volta mescolabili e spostabili. Il viaggio quantico nel tempo. Solo che Young lo chiamava dislocamento degli odiecroni, e lo stupido marchingegno che avrebbe dovuto fare tutto ciò era un oscillatore temporale e non una macchina del tempo.

Lei aveva deciso che stava attraversando una specie di crisi della mezza età, e la Porsche lo confermava. «Sono troppo vecchia per le automobili sportive,» disse richiudendo lo sportello sul lembo posteriore del grembiule da laboratorio. «E anche lei.»

Il dottor Young si allungò per raggiungere il vano portaoggetti e ne tirò fuori un berretto di tweed e un paio di guanti di pelle.

«Simons è decisamente entusiasta del progetto. Ha accettato il lavoro ancora prima che avessi avuto la possibilità di spiegarglielo nei dettagli.»

Il che, considerando il progetto stesso, è probabilmente un fatto positivo, pensò la dottoressa Lejeune afferrandosi al cruscotto mentre la Porsche schizzava via dal parcheggio, imboccando College Avenue e poi l’autostrada.

«Quanti anni ha?» gli gridò tentando di superare il rumore del vento.

«Quarantadue,» strillò di rimando il dottor Young.

«È sposato?»

«Naturalmente no. È stato cinque anni in un monastero tibetano.»

«Non c’è da meravigliarsi che abbia accettato,» disse la dottoressa Lejeune. «Bisogna che gli presenti Bev Frantz. Ha quarant’anni. La conosce? Questo semestre tiene un corso propedeutico per infermieri. Sarebbe perfetta per lui.»

«Assolutamente no,» gridò il dottor Young. «Non le consentirò di mettere a repentaglio questo progetto.» Si infilò a tutta velocità nel parcheggio dell’aeroporto, si tolse il berretto e i guanti, li infilò nel cassettino e scese dalla macchina. «Lo sa che il combinare matrimoni è un surrogato del sesso? È uno dei sintomi tipici della crisi di mezza età.»

Il che è il caso lampante del bue che dice cornuto all’asino, pensò la dottoressa Lejeune mentre sgomitava per uscire dall’auto. «Perché lei come lo definisce, il comprarsi una Porsche?» disse, seguendolo dentro l’aeroporto. «E abbandonare all’improvviso il suo lavoro sulle particelle subatomiche per cercare di costruire una macchina del tempo? Non le sembra che anche quelli siano sintomi tipici

«È un oscillatore temporale, non una macchina del tempo,» precisò il dottor Young. Attraversò il cancelletto di controllo, e quello emise un ronzio. La guardia gli fece cenno di tornare indietro e gli porse un vassoio di plastica nel quale depositare gli oggetti contenuti nelle tasche. «L’università ha la massima fiducia nel progetto. Il dottor Gillis mi ha promesso il pieno appoggio. E un’assoluta libertà nella scelta dei miei collaboratori.»

«Ovviamente,» disse la dottoressa Lejeune. «Dal momento che assume lama tibetani.»

«Il dottor Simons è uno psicologo della ricerca,» disse impettito, posando le chiavi nel vassoio e tentando nuovamente di passare. Questa volta il cancelletto ronzò prima ancora che fosse passato del tutto. Dagli altri cancelletti giunsero alcune guardie per controllare. «Si rende conto che la resistenza alla nuove idee è un sintomo classico delle donne che sono appena entrate in menopausa?» Si sfilò la cintura. «Neanche il governo federale condivide la sua opinione sul mio progetto. Altrimenti non sarei riuscito ad ottenere i fondi, non crede?»

«Ha già ottenuto i fondi?» domandò la dottoressa Lejeune, sbalordita. «La nuova amministrazione deve essere rimbambita come la vecchia.»

Attraversò il cancelletto. Quello ronzò di nuovo. «È per questo genere di atteggiamento negativo che il progetto è già in ritardo di un mese sulla tabella di marcia!» esclamò.

«È sicuro che non si tratti di odiecroni fuori posto?» disse la donna, attraversando il cancelletto. Poi, rivolta alla guardia: «È la catena che porta al collo. È entrato da poco in andropausa. Questo è un sintomo classico.»

«Mamma, a che ora è la cena?» chiese Liz aprendo il frigorifero. «Stasera Lisa e io dobbiamo cominciare a compilare i moduli per l’iscrizione all’università.»

«Appena tuo padre torna a casa,» rispose Carolyn. Scivolò oltre Liz e prese i ravanelli e un pomodoro dallo scomparto delle verdure.

«Mamma, alle sei devo essere all’allenamento di pallavolo,» disse Wendy.

«Credevo che gli allenamenti per la terza media fossero alle quattro,» disse Carolyn, frugando nel cassetto degli utensili in cerca di un coltello da frutta.

«Il lunedì, il martedì e un venerdì sì e uno no,» disse Wendy. «Oggi è mercoledì, mamma.»

L’unico coltello che trovò nel cassetto era un coltello dentellato per il pane. Carolyn tentò di affettare il pomodoro, ma non riuscì nemmeno a tagliare la buccia.

«Come mai papà ha l’allenamento di ginnastica?» chiese Liz. «Credevo che l’anno scolastico cominciasse la settimana prossima.»

«Infatti è così,» disse Carolyn. «Chiudi il frigorifero. Ha un incontro con i suoi collaboratori.»

«Ho bisogno di un paio di scarpe da ginnastica.»

«Te le abbiamo prese quando è iniziata la scuola.»

«Ma queste sono per la pallavolo. Il nostro allenatore, Nicotero, dice che ci vogliono quelle alte fino al tallone, con la suola rialzata e il calcagno rinforzato.»

Suonò il telefono. Liz corse a rispondere. «È per te,» disse poi con disgusto, porgendo la cornetta a Carolyn.

«Ciao, sono Sherri, della scuola elementare,» disse la voce al telefono. «Ho cercato di contattarti quando hai fatto il tuo periodo di volontariato, ma non puoi immaginare che incarico abbia assegnato alla sua segretaria il nostro beneamato preside, il Vecchio Scartafaccio! Mi ha detto di chiamare tutti i genitori e di verificare se l’informazione è corretta. Non si sa mai, dice. Lo sai che tu sei la “persona da contattare se non è possibile raggiungere i genitori” in quattordici diverse indicazioni per casi d’emergenza?»

«Sì,» disse Carolyn. «È per via del fatto che sto a casa tutto il giorno. Forse sono l’unica donna americana che sta a casa tutto il giorno.»