«Ti risponderei quello che mi hai detto cento volte, in passato: basta pensarlo perché sia ugualmente male.»
«E se ti dicessi che mi ripugnava a pensarlo e che solo…»
«Ma cosa vuoi, adesso?» chiese lui, aspro, premendosi le nocche contro la bocca per evitare che tremasse. Dopo tutto quello che è successo, si chiedeva spaventato, adesso rischio di cedere? Ma una donna riesce davvero a dissolvere il suo «homunculus» nell’acido e a farlo rinascere, a suo piacere?
«Lucas, mi sei stato infedele?» Aveva la faccia come una sacerdotessa.
«No.»
«Ma, allora, che senso ha tutto questo?»
Hutchman, in piedi, con la tazza di caffè in mano, si accorse che le ginocchia gli tremavano al punto da non reggerlo più. In lui avvenne una tremenda trasformazione. Che bisogno ho della macchina? Quello che conta è che tutti ne siano informati. Basta che il sistema di costruzione della macchina anti-bomba sia reso noto su scala mondiale perché il possesso di un ordigno nucleare diventi troppo rischioso. Anche se adesso la macchina fosse distrutta, le mie buste continuerebbero il loro viaggio e, se non altro, servirebbero da ammonimento. Ancora meglio, potrei aprire le buste rimaste e togliere la lettera, spedendo soltanto i dati. Senza quella macchina, forse potrei starmene in pace. Non avrebbero bisogno di trovarmi…
In quel momento squillò il telefono. Vicky fece per alzarsi, ma lui le fece segno di star ferma. Corse nell’ingresso e alzò il ricevitore, a metà di uno squillo.
«Parla Hutchman.»
«Buongiorno, Lucas.» La voce della donna gli parlava come da un altro mondo, da un qualcosa che, in quella mattina di domenica, era lontanissimo e assolutamente estraneo. Hutchman dovette fare uno sforzo mentale per riconoscere Audrey Knight.
«Buongiorno» rispose, a disagio. «Ti credevo a Gatwick, a quest’ora.»
«Avrei dovuto esserci, però mi hanno destinata a un altro volo.»
«Ah!» Hutchman tentava di capire perché gli aveva telefonato. Per consolarlo, forse? Per farlo stare peggio, cercando di farlo stare meglio?
«Lucas, avrei piacere di vederti, oggi. Potresti fare un salto da me?»
«Mi spiace» disse lui, freddo. «Non vedo perché…»
«È per la busta che mi hai dato ieri.»
«Sì?» improvvisamente aveva una strana difficoltà di respiro.
«L’ho aperta.»
«Come…?»
«Ho pensato che dovevo sapere cosa portavo a Mosca. Dopo tutto, sono una socialista militante, e se l’articolo era destinato alla pubblicazione…»
«Sei socialista?» le domandò con la voce bassissima.
«Sì. Te l’ho detto, l’altra sera.»
«È vero.» Adesso ricordava le dichiarazioni di Audrey a cui, allora, non aveva dato importanza. Tirò un lungo sospiro. «Bene, cosa ne dici del mio scherzetto? Un po’ infantile, non credi?»
Ci fu una lunga pausa. «Non molto infantile, Lucas.»
«Ma ti assicuro…»
«Ho mostrato quei documenti a un mio amico, e non ci ha riso su.»
«Non avevi diritto di farlo!» Era un piccolo tentativo di minaccia.
«E tu non avevi diritto di coinvolgermi in una faccenda del genere. Ti spiacerebbe venire da me a discutere della questione?»
«Va bene.» Posò il telefono e si precipitò in cucina. «È successo qualcosa al programma Jack-and-Jill. Ne avrò per un’ora.»
Vicky sembrava preoccupata. «Di domenica? È qualcosa di grave?»
«Non è grave, ma è urgente. Tornerò fra un’ora.»
«Va bene, Lucas.» Lei gli sorrise timidamente, in un modo che gli faceva male solo a vederla. «Noi due abbiamo bisogno di stare un po’ assieme e di parlare.»
«Lo so.» Corse alla macchina, partì facendo schizzare la ghiaia e accelerò violentemente in direzione di Camburn. C’era poco traffico, per cui poté filare, e, mentre si concentrava nella guida veloce, evitava di pensare alle sue azioni immediate. Quando arrivò nel quartiere dove abitava Audrey, quasi non riconobbe il palazzo, in quella luce solare, di un giallo limone. Fermò la macchina e alzò lo sguardo verso l’ultimo piano. Alla finestra dell’alloggio di lei non c’era nessuno. Si diresse rapidamente all’ascensore, vi salì, osservando con disgusto le pareti di alluminio che gli ricordavano, nelle loro immagini contorte, la sera prima. Suonò alla porta, senza avere il tempo di pensare a quello che avrebbe detto. Pochi secondi e lei aprì. La sua faccia bruna era impassibile, mentre lo faceva entrare.
«Senti, Audrey» disse Lucas «veniamo subito al sodo. Restituiscimi quelle carte e dimentichiamo tutto.»
«Avrei piacere che tu parlassi con Aubrey Welland» rispose lei, imperturbabile.
«Buon giorno, signor Hutchman.» Un giovanotto basso, con gli occhiali, la faccia quadrata e lo sguardo di un professore che gioca anche a rugby, uscì dalla cucina. Portava la cravatta rossa e, al bavero della giacca, aveva un minuscolo distintivo di ottone, con la falce e il martello. Annuì, sotto lo sguardo di Hutchman. «Sì, sono iscritto al Partito. Non ne avevate ancora mai visti, prima?»
«Non sono venuto qui per scherzare.» Hutchman si accorgeva, in modo addirittura deprimente, che rispondeva col tono di un maggiore in pensione. «Voi avete delle carte che mi appartengono. Le rivoglio indietro.»
Welland, per un momento, sembrò considerare la richiesta. «La compagna Knight mi ha detto che siete un matematico e che avete una competenza speciale in fisica nucleare.»
Hutchman diede un’occhiata a Audrey, che rispose freddamente al suo sguardo, e capì che non avrebbe ottenuto niente, rimanendo sulle sue. «Esatto. Sentite, ho voluto fare uno stupido scherzo infantile e adesso mi rendo conto di essere stato sciocco. Non è possibile…»
«Anch’io sono un matematico» lo interruppe Welland. «Non della vostra parte, s’intende, ma credo di saper riconoscere la vera matematica.»
«In tal caso, potreste riconoscere anche un trucco, se ci fosse?» Ad Hutch, nel frattempo, era venuta un’idea. «Non vi siete accorto del modo anomalo in cui ho trattato le funzioni di Legendre?» Sorrise, condiscendente, aspettando la risposta.
«No!» Welland perse un filo di sicurezza. Si frugò nella tasca della giacca, poi cambiò idea e ritirò la mano non prima però che Hutchman avesse visto e riconosciuto l’angolo di una busta bianca. «Controllerò.»
Hutchman alzò le spalle. «Allora, ve lo farò vedere. Dove sono le carte?»
«Le carte le tengo io» disse Welland.
«Va bene.» Hutchman tornò a sorridere. «Se proprio volete fare la figura dello stupido con i capi del Partito… Per me, si tratta solo di uno scherzo.» Si voltò per andarsene. Poi, con un balzo, fu addosso a Welland, gli aprì la giacca con la sinistra e con la destra afferrò la busta. Welland, con un ansito, strinse Hutchman al di sopra dei polsi. Hutchman tese i muscoli resi forti dal tiro dell’arco: la presa di Welland si allentò e la busta cadde sul pavimento. Welland cercò di trascinare Lucas lontano dal plico, e i due si lanciarono in un valzer grottesco, attraverso la stanza. A un certo punto Hutchman urtò contro il bordo del tavolino da caffè e, per non cadere, ci salì sopra, trascinando Welland. Questi alzò un ginocchio e Hutchman, nel tentativo di proteggersi l’inguine, gli diede una spinta. Erano molto vicini a una finestra. Ci fu un fracasso di vetri infranti e, di colpo, l’aria fredda di novembre entrò nella stanza. Il reticolo del vetro incrinato si addensò intorno alle dita e alla bocca di Hutchman mentre si sporgeva a guardare. In basso la gente accorreva, e una donna urlò. Hutchman capì il motivo.
Welland era finito su una cancellata di ferro, e anche dall’alto dei quattro piani si vedeva benissimo che era morto.