Выбрать главу

Sedette su una panchina di legno ai margini di un giardino e si prese la testa tra le mani. Vicky, pensò, e un fiotto di immagini della vita passata irruppe nella sua mente: il sorriso di Vicky quando lui accettava di far l’amore come voleva lei, il profumo degli aghi di pino, a Natale, il fresco di una camicia appena stirata. Andare in giro per commissioni con lei, in una mattina d’estate, e tutt’e due, prima di mezzogiorno, ritrovarsi mezzi brilli senza aver comperato niente. I libri che lo tenevano sveglio fino a tardi e il mattino quando era uscito per osservare del suo tiro all’arco, e la rugiada copriva il prato rendendolo visivamente inerte, come se lo si guardasse attraverso lenti polarizzate…

Alla fine, Hutchman si alzò con gli occhi aridi e tornò alla macchina passando per vie buie, spazzate da folate di aria gelida. L’odore familiare della macchina gli diede un conforto momentaneo. Fece il pieno a una stazione self-service e si sforzò di essere più costruttivo nei suoi pensieri, dato che il momento di abbandono in riva al fiume era stato perfettamente inutile, oltre che deprimente. Aveva spedito le ultime buste, comprese quelle dirette in Gran Bretagna, e da domani chi sedeva in posti importanti le avrebbe lette. Poi ci sarebbe stato un breve intervallo, mentre gli studiosi qualificati controllavano i dati matematici, e i fisici confermavano che era possibile ottenere un laser cestron. Comunque, entro domani, la notizia sarebbe corsa. Il messaggio, da quel momento, sarebbe stato semplicissimo: Trovate Lucas Hutchman, e se è in possesso di un esemplare della macchina eliminate sia lui sia la sua opera.

Nelle poche ore di sicurezza che gli restavano, Hutchman doveva trovare un buon nascondiglio per rintanarsi. Prima di tutto era un errore fermarsi a Stockport, che era il punto più scottante della pista che s’era lasciato alle spalle. I cacciatori sapevano sicuramente che una macchina anti-bombe non è facile da trasportare e avrebbe stabilito che, se esisteva realmente, molto probabilmente era nascosta in qualche località a sud, non molto lontana dalla casa di Hutchman. Un’altra ipotesi era che, dopo una puntata a nord, la loro preda tornasse verso sud, sia per far perdere le tracce sia per avvicinarsi alla macchina. In base a questi dati, Hutchman decise di proseguire verso nord.

Si diresse a Manchester, prese la tangenziale per evitare la città e continuò in direzione ovest, attraverso il Lancashire, con la vaga idea di raggiungere la regione dei laghi del Cumberland la notte stessa. Ma altre considerazioni vennero in mente. La regione dei laghi era molto lontana da Hastings, e soprattutto in quel periodo dell’anno, era molto controllabile nelle sue vie d’accesso. Era meglio scegliere un centro popoloso e, possibilmente, vicino. Lasciò la statale e consultò una carta. La città più vicina, di una certa importanza, era Bolton che, secondo lui, era un concentrato della tipica vita monotona dell’Inghilterra provinciale. Il suo nome non suscitava impressioni freudiane associate alla fantasia di una spia tipica di Crombie-Carson e, di conseguenza, dal punto di vista di Hutchman era una buona scelta. Inoltre, a quanto ricordava, non conosceva assolutamente nessuno del posto, mentre, con ogni probabilità, i cacciatori avrebbero concentrato le ricerche in un’area dove sapevano che Hutchman aveva degli amici a cui rivolgersi per aiuto.

Una volta presa questa decisione imboccò la strada Salford-Bolton e guidò prestando la massima attenzione a quello che aveva intorno, come ormai era diventata un’abitudine. La soluzione più semplice era di andare in un albergo, ma forse era anche la più pericolosa. Meglio se restava fuori tiro. Arrivando a Bolton, attraversò la città lentamente, finché si ritrovò in un quartiere squallido, come ci sono in tutte le città e nei grossi centri, dove grandi edifici cadenti combattono una battaglia ormai persa contro il deterioramento, ricevendo aiuti minimi dai proprietari che affittano camere singole. Parcheggiò in una strada di olmi nodosi, color ruggine, prese la valigia vuota e camminò finché vide una casa col cartello: Si affittano camere, appeso a una finestra del piano terreno. La donna che rispose alla scampanellata era sulla cinquantina, con un petto imponente, e portava una maglietta rosa, traforata, che copriva un complicato groviglio di nastri di seta. I capelli biondi erano raccolti in una pettinatura elaborata su di una faccia dal mento abbondante. Un ragazzino pallido di sette o otto anni, che indossava un pigiama a righe, si teneva stretto a lei, con le braccia avvolte attorno alle sue gambe.

«Buona sera» disse Hutchman, incerto. «Sto cercando alloggio e ho visto il cartello.»

«Ah sì?» la donna sembrava sorpresa di sentire che c’era un cartello. Il ragazzo osservò Hutchman, guardingo, dietro le pieghe della sottana.

«Avete una stanza libera?» Hutchman guardò nell’ingresso male illuminato, pavimentato in linoleum marrone, con la scala buia che saliva agli altri piani. Rimpianse di non poter tornare a casa sua.

«Abbiamo una stanza, ma è mio marito che di solito se ne occupa: in questo momento non c’è.»

«Va bene» disse Hutchman, sollevato. «Proverò altrove.»

«Ma non importa. Il signor Atwood, mio marito, tornerà presto.» La donna si scostò e gli fece segno di passare. Lucas entrò. Le tavole del pavimento scricchiolarono, sotto i suoi passi. All’interno c’era un forte profumo di deodorante.

«Fino a quando intendete fermarvi?» chiese la signora Atwood.

«Fino a…» Hutchman si riprese. «Un paio di settimane, all’incirca.» Salì per vedere la stanza che, neanche a farlo apposta, era all’ultimo piano: piccola ma pulita, e il letto aveva due materassi. Faceva pensare che fosse comodo, anche se un po’ troppo alto. Lucas chiese, ottenendo risposta affermativa, di avere la pensione completa, e cioè tre pasti al giorno, e che la signora Atwood, dietro un piccolo supplemento, gli tenesse in ordine la biancheria. «Va bene» disse poi, sforzandosi di sembrare entusiasta. «Prendo la stanza.»

«Sono sicura che vi troverete bene.» La signora Atwood si toccò i capelli. «Tutti i miei ragazzi si trovano sempre bene.»

Hutchman sorrise. «Porto su la valigia.»

Si sentì un rumore sul pianerottolo e il ragazzino entrò, portando la valigia.

«Geoffrey! Lo sai che non devi…» la signora Atwood si voltò verso Hutchman. «Non sta bene, sapete. Asma.»

«È vuota» dichiarò Geoffrey, buttandola con noncuranza sul letto. «Ce la faccio benissimo a portare una valigia vuota, mamma.»

«Ah…» Hutchman guardò la signora Atwood. «Non è completamente vuota, ma ne ho lasciato buona parte del contenuto in macchina.»

Lei annuì. «Vi spiacerebbe darmi un anticipo?»

«No, di certo.» Hutchman sfilò tre banconote da cinque sterline dal mazzo, senza toglierlo dalla tasca, e gliele tese. Quando la padrona fu uscita lui chiuse la porta, notando con sorpresa che la chiave era piegata. Era una chiave sottile, per niente complicata, con un’asta lunga che, dove era piegata, presentava un alone azzurrognolo, come se il metallo fosse stato scaldato e incurvato di proposito. Hutchman scosse la testa, stupito. Poi buttò il giubbotto sul letto e fece il giro della stanza, cercando di scacciare la nostalgia che cominciava a riassalirlo. Aprì con difficoltà l’unica finestra e si sporse all’infuori. L’aria fredda della notte gli diede un senso di vertigine, procurandogli una sensazione strana, come quella di chi sogna di volare. Gli sembrava di avere la testa dissociata dal resto del corpo, fluttuante nel buio, accanto a un intrico misterioso di grondaie e di tubi, di camini e di davanzali. Tutto in giro e più in basso brillavano le finestre illuminate: certe avevano le tende tirate mentre altre lasciavano intravedere l’interno di orrende stanzette anonime. La situazione fisica, con quella sua testa che sporgeva invisibile e disincarnata vicino alle pareti di un cañon d’incubo, non era molto lontana dalla matrice di orrore che era diventata la sua vita. Rimase così, per un tempo lunghissimo, finché il gelo gli arrivò alle ossa e lo fece tremare violentemente: Allora richiuse la finestra e andò a letto.