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«Ma che senso ha?» Finch fece un gesto d’irritazione, come per darsi un colpo di frustino sulla coscia.

«Potrebbe essere che una donna abbia costretto un uomo a scrivere al suo posto, e poi l’abbia ammazzato» disse Montefiore.

«Sciocchezze!»

«Va bene, Roger. Mi state dicendo che in questa crisi nazionale non devo includere tra i sospetti una dei trenta milioni di donne del paese?»

«Calma, Ed» disse McKenzie, e Montefiore notò con soddisfazione che aveva adoperato il nome di battesimo. «Sapete benissimo che non andiamo mai a caccia nelle vostre riserve. E sono sicuro che voi siete in grado di apprezzare meglio di qualunque altro come, proprio qui, in questo compito, stia la giustificazione di ogni soldo speso per il MENTORE.»

«Lo so, lo so.» Montefiore ne aveva abbastanza di prendere in giro i due uomini, ora che il problema richiedeva tutta la sua intelligenza e la sua dedizione. «L’autore di queste carte è, probabilmente, un maschio adulto, in buone condizioni di salute, ammesso che la scrittura riveli qualcosa. Quando si può avere il giudizio del perito calligrafo?»

«In qualunque momento.»

«Va bene. Possiede un cervello matematico di prim’ordine. Se non erro, questo diminuisce il campo di ricerca dalla scala un milione alla scala migliaia. Tra queste migliaia, un uomo, dando per scontato che la macchina sia effettivamente costruita, ha speso di recente una somma notevole in apparecchiature scientifiche. Le centrifughe a gas, tanto per fare un esempio, non sono molto comuni, e inoltre c’è l’impiego del praseodimio…» Montefiore andò verso la porta.

McKenzie gli corse dietro. «Dove andate?»

«In cantina» rispose tranquillamente. «Mettetevi pure comodi, signori. Sarò di ritorno fra un’ora.»

Mentre l’ascensore ad alta velocità lo portava in basso, fino allo strato di roccia dove l’unità centrale di MENTORE era in attesa nel suo ambiente controllato e fatto su misura per lui, Montefiore provò un senso di pietà per l’uomo ancora sconosciuto che aveva preso su di sé la parte del salvatore e che, tra breve, sarebbe salito sulla croce. Quaranta minuti dopo, finito il compito, puntò i piedi quando l’ascensore cominciava la risalita. Diede un’occhiata all’unico foglio che teneva nella destra.

«Può darsi che tu sia un brav’uomo, Lucas Hutchman» disse forte. «Ma non c’è dubbio che sei uno stupido.»

L’ispettore James Crombie-Carson era a disagio. Ricordava perfettamente di aver descritto Hutchman come un menagramo ambulante, ma non aveva previsto che l’influsso maligno di quell’uomo potesse coinvolgere anche lui. In primo luogo era già andato al tappeto davanti all’Ispettore Capo, dopo aveva fatto sbellicare dalle risa l’intera sede di polizia e, per conclusione, aveva attirato l’attenzione dei giornalisti che, con il ben noto interesse per le stupidaggini, stavano mettendo in piazza tutti i particolari della fuga di Hutchman. E adesso lo aspettava un colloquio con il Sovrintendente e un tipo misterioso che veniva da Londra.

«Di cosa si tratta?» domandò al sergente di servizio.

«Non lo so, signore. Il capo ha detto che quando avrà bisogno di voi, suonerà.» Quel sergente non era molto cordiale.

Crombie-Carson guardò, con risentimento, il legno lucido della sala conferenze. «Mi fanno perdere un sacco di tempo! Ma non lo sanno che io ho altro da fare?»

Andò avanti e indietro per la stanza, cercando di scoprire che cosa s’era inceppato nella sua carriera. L’errore grosso era stato di mollare la guardia, di cominciare a pensare di essere fortunato come lo sono di solito tutti. La cosa irritante era che altri suoi colleghi accettavano tranquillamente la loro buona sorte, e attribuivano i successi alle proprie capacità. Secondo una storiella famosa, il primo arresto dell’Ispettore Capo Alison, che adesso sembrava così soddisfatto di sé, era stato un individuo che aveva tentato di ribaltare le accuse di molestie telefoniche con oscenità. Crombie-Carson, per un momento, assaporò la storiella, poi i suoi pensieri ritornarono a Lucas Hutchman.

Era evidente che quell’individuo aveva venduto dei segreti missilistici, o si preparava a farlo. Crombie-Carson conosceva perfettamente il tipo: università, tennis e canottaggio, moglie ricca: troppo di tutto, insomma. O era un malvivente gentiluomo, o quella Knight lo teneva in pugno. Era anche un emerito bugiardo, però gli mancava quella praticaccia che certa gente è costretta a farsi, volendo sopravvivere. Ogni volta era costretto a rivedere da capo tutti i suoi scrupoli. Forse quella Knight aveva saputo da lui qualcosa di veramente importante e aveva tentato di prendersi una fetta extra di torta, offrendo la sua merce a qualcuno.

Il citofono ronzò sul tavolo, e il sergente fece un cenno a Crombie-Carson. Lui si tolse gli occhiali, se li infilò in tasca e entrò nella sala conferenze, dov’erano seduti tre uomini. Uno di loro era uno sconosciuto, in abito scuro.

«Il dottor Rea del… sì, del Ministero della Difesa» disse Alison. «È venuto da Londra per rivolgervi qualche domanda sul caso Hutchman.»

Crombie-Carson gli strinse la mano. «Molto lieto. Avevo immaginato che forse sarebbe venuto qualcuno da Whitehall.»

«Sì?» disse incuriosito Rea. «Cosa ve l’ha fatto pensare?»

«Il lavoro che Hutchman svolgeva alla Westfield. Un esperto di missili teleguidati e implicato in maneggi sospetti con un gruppo di comunisti. Parrebbe del tutto ovvio…»

Rea sembrò soddisfatto. «Ah, sì. Dunque, voi lo avete interrogato in questa sede per molte ore.»

«È così.»

«Parlava liberamente?»

Crombie-Carson corrugò la fronte, per capire dove l’altro voleva arrivare. «Sì, parlava liberamente, ma il problema era quanto di ciò che diceva era vero.»

«Senz’altro. Immagino che avrà cercato di nascondere qualche cosa, ma come ha parlato di sua moglie?»

«È tutto nel verbale» disse Crombie-Carson. «Comunque non ha detto molto.»

«Sì, ne ho una copia, però voi gli avete parlato prima dell’interrogatorio e siete abituato a leggere tra le righe, ispettore Crombie-Carson. Vi siete fatto l’idea che la signora Hutchman fosse immischiata in questo affare? A parte il fatto che si tratta di suo marito, naturalmente.»

«No, lei non c’entra.» Crombie-Carson pensava alla moglie di Hutchman, così delicata e abbronzata, e si chiedeva quale follia avesse travolto il marito.

«Ne siete certo?»

«Ho parlato a Hutchman per diverse ore. E anche a sua moglie, abbastanza a lungo. Non sa niente della faccenda.»

Rea diede un’occhiata a Alison e l’Ispettore Capo fece un segno di assenso, appena percettibile. Crombie-Carson provò uno slancio di gratitudine per il suo superiore. Per lo meno non avrebbe permesso che quella ridicola faccenda del materasso oscurasse vent’anni di servizio.

«Va bene.» Rea si guardò le mani ben curate, anche se deturpate da macchie color sabbia, dovute al fegato. «Secondo voi, com’erano i rapporti tra Hutchman e sua moglie?»

«Non molto buoni. Quella Knight…»

«Non c’erano legami affettivi, insomma.»

«No, non è questo» disse in fretta Crombie-Carson. «Ho avuto l’impressione che si creassero l’inferno, tra loro.»

«È probabile che Hutchman cerchi di mettersi in contatto con lei?»

«Forse.» Crombie-Carson aveva gli occhi affaticati, ma resistette all’impulso di infilare gli occhiali. «Ma forse potrebbe farle più male non cercandola. Tengo d’occhio la casa dei suoi, nell’eventualità che…»

«Abbiamo ritirato gli uomini» disse il Sovrintendente Tibbett, intervenendo per la prima volta. «Il dipartimento del dottor Rea ha assunto in proprio la responsabilità di sorvegliare la casa della signora Hutchman.»