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«Ma era necessario?» Crombie-Carson si mostrò offeso, per far vedere agli altri che aveva ancora fiducia nei suoi mezzi.

Rea annuì. «I miei uomini hanno più esperienza, in questo tipo particolare di operazioni.»

«Va bene. E il controllo telefonico?»

«Ci siamo assunti anche quello. Prendiamo in mano noi l’intera operazione. Sapete quanto sia delicato il campo dei missili teleguidati, ispettore.»

«Certamente.»

Quando, poco dopo, uscì dalla sala conferenze, Crombie-Carson era contento che non si fosse parlato della fuga di Hutchman, ma si era convinto che il caso avesse molte altre ramificazioni di cui non gli avevano parlato.

12

In casa Atwood c’erano diversi pensionati, ma Hutchman era l’unico ad avere la pensione completa, per cui fu invitato a prendere i pasti in cucina, con il resto della famiglia. Sarebbe stato molto più allegro, per lui, gli aveva fatto notare la signora Atwood, che starsene da solo in una camera che, oltretutto, non era facile da riscaldare. Hutchman era talmente assillato dalle sue preoccupazioni, che i discorsi degli altri arrivavano fino a lui come un balbettio privo di senso. Aveva i suoi dubbi sulla qualità dei pasti. Comunque, dopo un’intera giornata trascorsa nella stanza a fiori, l’idea di potersi scaldare davanti a un caminetto gli suonò più attraente. E poi, c’era il fatto che non voleva assolutamente comportarsi in modo sospetto o furtivo.

Si rase le guance e i baffi e, regolando la nuova barba, uscì sul pianerottolo. Solo cercando di chiudere la porta, scoprì come mai la chiave era piegata in modo così strano. La serratura era bloccata sull’interno della porta e la chiave, nonostante fosse storta, girava bene da lì ma dall’esterno superava lo spessore del battente. Insomma, era possibile chiudersi dentro, ma non bloccare la porta quando si usciva dalla stanza.

Spinto da un’intuizione improvvisa di come operavano le menti non-Hutchman su piani di esistenza non-Hutchman, Lucas scese le scale e aprì, a titolo di prova, la porta della cucina. Una ventata di aria calda lo investì dalla stanza che era per larga parte occupata da una tavola preparata per quattro. La signora Atwood e il ragazzo, Geoffrey, erano già seduti a tavola: un uomo enorme, l’individuo più grosso che Hutchman avesse mai visto, era in piedi, con la schiena rivolta al fuoco. Il suo corpo enorme era fasciato da un maglione che non nascondeva i muscoli degni di un cavallo da tiro.

«Entrate pure» disse con una voce da onda d’urto. «E chiudete la porta: fate entrare una valanga d’aria.»

«D’accordo.» Hutchman entrò e, in mancanza di presentazioni, concluse che il gigante era il signor Atwood. «Dove posso…»

«Qui vicino a Geoffrey» disse la signora Atwood. «Mi piace avere tutti i miei ragazzi sotto gli occhi.» Scoperchiò una pentola di smalto bianco e cominciò a servire l’umido nei piatti bordati d’azzurro. Hutchman era molto attento al ragazzino seduto accanto a lui, un minuscolo ominide alto all’incirca come suo figlio David, con il respiro lento e faticoso di chi soffre d’asma. Cercò, senza riuscirci, di attirare il suo sguardo.

«Ecco, signor Rattray» disse la signora Atwood, chiamandolo con il nome che aveva dato. Quando stava per dargli il piatto, suo marito si scostò dal caminetto.

«Quello non basta a riempire lo stomaco di un uomo» tuonò. «Dagliene ancora, Jane.»

Hutchman prese il piatto. «No, grazie, ne ho abbastanza.»

«Sciocchezze!» La voce di Atwood era talmente forte che Hutchman sentì il tavolo vibrare sotto la sua mano. Il ragazzino sussultò. «Non badargli, Jane. Riempigli il piatto.»

«Ma vi assicuro…» Hutchman smise di parlare vedendo sulla faccia della signora Atwood un’espressione supplichevole, e accettò che gli mettesse nel piatto, in cima alla porzione abbondante che gli aveva già servito, un altro po’ di stufato.

«Buttate giù tutto. Rifatevi un po’.» Atwood prese la montagna di stufato che gli veniva servita e si mise a mangiarla col cucchiaio. «E anche tu mangia, Geoffrey.»

«Sì, papà» disse il ragazzino. E cominciò a mangiare.

Ci fu un silenzio rotto soltanto da una specie di brusio di folla in lontananza che, come dopo capì Lucas, veniva dal petto di Geoffrey. Chiaramente il ragazzo era intimorito da suo padre, e Hutchman cercava di immaginare come doveva apparire quel gigante a un ragazzo di sette anni. Enorme, spaventoso, incomprensibile. Durante la giornata silenziosa trascorsa nella camera da letto, aveva impiegato qualche ora a mettersi al posto degli altri, e aveva trovato l’esperienza sconvolgente. C’era, per esempio, il problema dell’infedeltà coniugale. Anche nell’ultimo quarto del ventesimo secolo, molti uomini restavano sconvolti scoprendo che la moglie li tradiva. Ma come poteva riuscire un uomo a capire il punto di vista di una donna? Supponendo che la situazione si rovesciasse e che fosse la donna a essere la cacciatrice? In quel momento si accorse che Atwood aveva pronunciato il suo falso nome.

«Scusate.»

Atwood tirò un sospiro enorme. «Chiedevo che lavoro fate, per vivere?»

«Per il momento, nessuno.» Hutchman non si aspettava la domanda e parlò con molta freddezza per tagliar corto a ulteriori interrogazioni.

«Ma quando lavorate, che razza di lavoro fate?» Atwood non sembrava neanche accorgersi del tono brusco di Hutchman.

«Ah, faccio il disegnatore.»

«Di cappelli? O di calzoni?» Atwood scoppiò a ridere fragorosamente. Hutchman si rese conto che aveva scelto una professione troppo insolita. «No. Di edifici a struttura d’acciaio. Sono un disegnatore tecnico, insomma.»

Atwood era rimasto colpito. «Un buon lavoro. I disegnatori sono molto ricercati, da queste parti.»

«Sì, per questo sono venuto qui. Mi prenderò qualche giorno di vacanza, poi andrò a dare un’occhiata in giro.» Hutchman aveva inventato una storia abbastanza credibile.

«Io faccio l’erbivendolo» disse Atwood. «Bevete?»

«Birra, qualche volta.»

«Bene. Quando avrete finito andiamo giù ai Crickters a farci un bicchiere di birra.»

«Grazie, ma forse stasera è meglio che non beva.»

«Sciocchezze» tuonò Atwood. «Non parlo di quell’intruglio del sud. Prenderemo birra del Lancashire.» Diede un’occhiata severa al piatto di Hutchman che era ancora quasi pieno. «Buttate giù tutto, amico. Per forza siete così magro.»

«Basta, George» intervenne la signora Atwood. «Ricordati che il signor Rattray è un ospite, in questa casa.»

«Tu sta’ zitta!» tuonò Atwood. «Proprio per questo lo invito a bere!»

Hutchman si accorse che il ragazzo era sempre più inquieto e che il respiro gli diventava sempre più affannoso. «Va bene, signora Atwood. Vedo che vostro marito è molto ospitale e, a pensarci bene, forse posso uscire per un’oretta.»

L’altro annuì. «Così va bene. E adesso finite la cena, amico.»

Hutchman lo guardò dritto negli occhi e respinse il piatto. «Se mangio troppo, non posso più bere.»

Finita la cena ritornò in camera, s’infilò il giubbotto e guardò fuori, nella notte. S’era messo a piovere e le strisce sottili di finestre nelle tenebre erano ancora più malinconiche della sera prima. George Atwood era un individuo grossolano, un bestione insensibile che dominava gli altri con la sua massa enorme. Però una sera in sua compagnia era meglio di una sera passata da solo in quella stanza, con le pareti ricoperte di fiori. Vicky, pensò Lucas involontariamente, guarda a che punto mi hai ridotto.

Scese le scale, entrò in cucina e vide la sua faccia sullo schermo della televisione, sistemato in un angolo della stanza. Jane Atwood guardava il telegiornale voltando le spalle alla porta, e non l’aveva visto entrare. Hutchman uscì senza farsi sentire, e aspettò nell’ingresso scarsamente illuminato che arrivasse George Atwood. Il notiziario, sostanzialmente, era identico a quello che aveva ascoltato in macchina filando verso nord, e forse questo era già un indizio che il suo nome veniva collegato con la macchina anti-bomba. Lui aveva fornito alle autorità una ragione valida, pubblicamente accettabile, per dargli la caccia. In questo modo avrebbero potuto servirsi di qualsiasi mezzo di comunicazione e, indubbiamente, ben pochi si sarebbero chiesti perché si dava tanta importanza a un semplice testimone di un caso di rapimento. Per Hutchman la foto trasmessa per TV era familiare in modo ossessivo, con quello sfondo di foglie e chiazze di luce. Però lui non riusciva a ricordare dove era stata fatta, né chi l’aveva scattata.