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Era evidente che la polizia aveva interrogato amici e parenti: ma come era possibile? Hutchman contò le ore. Era martedì sera, e i plichi indirizzati in Inghilterra erano stati impostati soltanto il lunedì.

Troppo presto, pensò Hutcliman, rilassandosi leggermente dopo la spiacevole esperienza di vedere la propria immagine sullo schermo. Se mi trovo ad affrontare la polizia, quelli non sanno ancora a chi dare la caccia.

«Pronti, amico!» Atwood sbucò fuori da un’altra porta, indossando un cappotto di pelo che gli dava l’aspetto di un orso. Le ciocche rade erano appiattite sul cranio a forza di acqua. «Dove avete la macchina?»

«La macchina?» Hutchman aveva parcheggiato in uno slargo coperto di detriti, di fianco alla casa, e progettava di lasciarla lì.

«Sta piovendo, amico. Il mio furgoncino è fuori servizio, e i Crickters sono a un buon mezzo chilometro di qui. Se credete che abbia voglia di camminare sotto l’acqua, ripensateci pure.»

Hutchman, irritato dalla grossolanità dell’altro, fu tentato di rinunciare alla spedizione, ma poi si ricordò che la macchina, ormai, non rispondeva più alla descrizione della TV. E, comunque, non era certo più facile da riconoscere nel parcheggio di un locale pubblico, che ferma, isolata, vicino a casa.

«Ho la macchina appena qui fuori» disse.

Corsero fino all’auto, sotto la pioggia. Atwood saltellava impaziente mentre Hutchman apriva lo sportello, poi si buttò sul sedile con tale violenza che la macchina rollò sulle sospensioni. Sbatté lo sportello con altrettanta forza, facendo sobbalzare Hutchman.

«Andiamo» tuonò Atwood. «Stiamo perdendo tempo, quando potremmo farci una buona bevuta.»

Hutchman, mettendo in moto, tentava di riacciuffare la voglia di birra scura che l’aveva preso la sera della domenica, quando era in viaggio verso la sede di polizia di Crymchurch, ma tutto quello che riuscì a ottenere fu una sensazione di gelo allo stomaco. Guidato da Atwood, si diresse verso la via principale, dove l’illuminazione bianco azzurra metteva in risalto la tetraggine degli edifici. Puntò verso una birreria dall’aspetto tutt’altro che eccezionale, in mattoni rossi, non lontano di lì. Hutchman scendendo dalla macchina si guardò attorno. Ogni volta che l’avevano trascinato a bere con un bevitore incallito in un locale famoso, l’unico capace di fornire della buona birra, si era sempre trovato in un pub squallidissimo. E anche questo sfuggiva, evidentemente, a una legge di natura. Mentre entravano di corsa sotto la pioggia, Hutchman aveva la triste convinzione che a sud, a Crymchurch, la sera era tiepida e piena di stelle. Come mi sento solo senza di te, Vicky…

«Due pinte di birra speciale» ordinò Atwood al barista, appena ebbero messi i piedi nel locale.

«Una pinta di birra e un whisky caldo» disse Hutchman. «Doppio.»

Atwood inarcò le sopracciglia, imitando l’accento di Hutchman.

«Oh, scusatemi tanto! Ma se volete del whisky dovete pagarvelo, amico.» Si appoggiò al banco di legno, sussultando per le risate, e intanto continuava a scherzare. «Questo mese mi sono ridotto alla volgare birra. Mio padre mi ha tagliato i viveri, sapete?»

Hutchman, irritato, sfilò di tasca il grosso fascio di biglietti e buttò sul banco, senza parlare, una banconota da cinque sterline. Quando il suo whisky arrivò, assaggiandolo decise che era troppo dolce. Poi, senza più badarci, scolò il bicchiere. Il liquido gli riscaldò di colpo lo stomaco, irradiandosi in tutto il corpo. Nelle due ore che seguirono continuò a bere, pagando quasi sempre lui, mentre Atwood impegnava con il barista una discussione sulle partite di calcio e sulle corse dei levrieri. Hutchman voleva parlare con qualcuno, ma il barista era un giovanotto tatuato che lo guardava con ostilità appena velata, e gli altri avventori erano individui silenziosi, con l’impermeabile addosso, seduti sulle panche negli angoli più scuri del locale. Ma perché fanno così? Hutchman era stupito. Perché vengono tutti qui, a bere? C’era una porta, dietro il banco che dava nella sala riservata e Hutchman, di tanto in tanto, vedeva nell’altro locale una barista dall’aspetto regale. La ragazza rideva volentieri, e scivolava leggera nella piacevole luce arancione della sala. Hutchman pregava che lei andasse a parlargli, e prometteva di non sbirciare nella scollatura, se lei veniva lì nel pub e gli rivolgeva la parola, facendolo di nuovo sentire un uomo. La ragazza però non entrò mai nel pub e Hutchman rimase agganciato a Atwood.

Dopo un po’ di tempo il barista si occupò di altri avventori e Atwood, data un’occhiata in giro, decise di chiacchierare un po’ con Hutchman. «Un buon lavoro, il disegnatore, eh?»

«Non c’è male.»

«E la paga?»

«Tremila» inventò lui.

«Quanto alla settimana? Sessanta? Mica male. Costa molto far studiare un ragazzo da disegnatore?»

«Come sarebbe a dire?»

«Ho letto che quando un ragazzo studia da architetto, i suoi devono pagare…»

«Per architettura, sì» Hutchman sperava che il barista ritornasse. «Ma per un disegnatore, bastano le scuole professionali.»

«Allora va bene.» Atwood era sollevato. «Forse potrei far studiare Geoffrey da disegnatore.»

«E se non gli piacesse?»

Atwood scoppiò in una risata. «Oh, state sicuro che gli piacerà. Veramente non è bravissimo in disegno. L’altro giorno voleva disegnare un albero, ma dovreste vedere cosa ne è uscito fuori! Grandi sgorbi e scarabocchi. Niente che somigliasse a un albero. Allora gli ho insegnato come doveva fare: vi assicuro che ha capito al volo.»

«Gli avrete insegnato a disegnare un albero da fumetti, immagino» Lucas bagnò il dito in una goccia di birra e tracciò due righe parallele con sopra una palla vaporosa. «Così?»

«Sì.» Un’ombra di sospetto passò sulla faccia piatta di Atwood.

«Siete stato cretino» disse Hutchman con la sincerità dell’alcol. «Lo sapete che cosa avete fatto? Il vostro Geoffrey, il vostro unico figlio, ha guardato un albero e ha cercato di mettere sulla carta le sue impressioni, senza passare attraverso le convenzioni e i preconcetti che impediscono agli altri esseri umani di vedere le cose nel modo giusto.» Tacque per riprendere fiato e, con grande stupore, notò che le sue parole avevano colpito il gigante.

«Il vostro ragazzo vi ha portato questa offerta, questo tesoro, il prodotto della sua anima intatta. E voi, George, che cosa avete fatto? Avete riso, e gli avete detto che l’unico modo per disegnare un albero era quello degli imbrattacarte senza originalità che lavorano per i fumetti. Vostro figlio non riuscirà mai a vedere un albero com’è realmente, lo sapete? Vi rendete conto che sarebbe potuto diventare un altro Picasso se…»

«Chi lo direbbe che state scherzando?» chiese Atwood. Ma gli occhi erano pieni di inquietudine. Hutchman fu tentato di confessare che aveva soltanto giocato con le parole, ma il gigante, in quell’attimo, scopriva che la sua intimità era stata violata da un estraneo, e si arrabbiava. «Ma che diavolo ne sapete voi, comunque?»