L'accordo musicale vibrava sopra il gruppo, qualche volta si raccoglieva sopra un grappolo di piccoli corpi bruni, poi si spostava gradualmente attraverso lo stagno, fino all'altra riva, quindi si spandeva così che le note di contralto venivano da sinistra, quelle di soprano da destra. Si poteva quasi vedere l'accordo mentre si condensava, si rarefaceva, si librava, si diffondeva, balzava, cambiando le sfumature in sequenze vibranti, per poi tenere la nota-chiave, rafforzata di due voci all'unisono, mentre il sottofondo veniva modulato così da renderla dominante, una voce cadeva e poi, invece di ricadere, un'altra voce si appiattiva di mezzo tono e l'accordo, divenuto un po' più malinconico, scivolava armoniosamente. Infine una quinta, una sesta, una nona, dolcissima dissonanza che si risolveva come accordo tonale in un'altra chiave… e tutto era così facile, così spontaneo, così dolce e così delicato.
Quasi tutti i bambini erano nudi; avevano la figura eretta, gli occhi limpidi, i muscoli saldi. All'occhio ancora poco abituato di Charlie sembravano bambine. Pareva che non si concentrassero sulla loro musica; giocavano, sguazzavano, correvano, facevano costruzioni con il fango e i legnetti e i mattoni colorati; tre di loro giocavano a palla. Si parlavano nel loro linguaggio da colombe, si chiamavano, squittivano mentre correvano ed erano quasi raggiunti, strillavano, e uno piangeva come… ecco, come un bambino quando cade (e subito gli altri tre lo sollevarono, lo confortarono, lo baciarono, gli offrirono un giocattolo, lo costrinsero a ridere) ma soprattutto c'era quell'accordo mutevole a tre voci, a quattro voci, qualche volta a cinque voci, costruito dall'uno e dall'altro in una pausa, tra i respiri, a mezz'aria mentre si tuffavano nell'acqua, tra una domanda e una risposta.
Charlie aveva già udito qualcosa di simile, nel cortile centrale del Centro Medico, ma non era stato così vivace e così spontaneo; e avrebbe udito quella musica di accordi dovunque andasse, a Ledom, dovunque trovasse i ledom raccolti in gruppi numerosi; aleggiava attorno a Ledom come il vapore del loro calore corporeo aleggia attorno alle mandrie di renne nelle gelide pianure lapponi.
«Perché cantano così?»
«Fanno tutto insieme» disse Philos, con gli occhi che gli lucevano. «E quando sono insieme, e fanno cose diverse, cantano in questo modo. Riescono ad essere insieme, a sentirsi insieme, quando cantano così, e non importa ciò che stanno facendo d'altro. Lo sentono, come la luce del sole sulle loro spalle, senza pensarci, così… amandolo. Cambiano quel canto per il proprio piacere, per il modo in cui uno esce dall'acqua fresca sulle pietre tiepide. Lo tengono nell'aria, lo prendono dall aria attorno a loro e lo rendono. Ecco, lascia che ti mostri qualcosa.» Sottovoce, ma chiaramente, cantò rapidamente tre note: do, sol, mi…
E come se quelle tre note fossero palle colorate, lanciate a ciascuno di loro, tre bambini le raccolsero… un bambino per ogni nota, così che le note fluivano in un arpeggio e poi erano tenute come accordi; poi erano ripetute, di nuovo come arpeggi e poi come accordi; e poi un bambino (Charlie vide qual era; era immerso fino alla cintola nello stagno) cambiò una nota, così che l'arpeggio fu do, fa, mi… e subito dopo re, fa, mi e poi all'improvviso fa, do, la… e continuò così in progressione, modulando, invertendosi; aumentò, altre modulazioni vennero aggiunte, capricciosamente, elegantemente. Alla fine, l'arpeggio si perdette, e la musica s'adagiò in un accordo mutevole.
«È… è bellissimo» mormorò Charlie, augurandosi di poterlo dire con intensità pari alla bellezza di ciò che udiva, e disprezzandosi per la propria incapacità.
Philos disse, gioiosamente: «Ecco Grocid!»
Grocid, con una cappa scarlatta adorna di nastri avvolta attorno alla gola e svolazzante nell'aria, era appena uscito dalla casetta. Si volse e alzò lo sguardo, agitò una mano, cantò le tre note che Philos aveva cantato (e di nuovo quelle note furono colte, ricamate, rielaborate, passate tra i bambini) e rise.
Philos disse a Charlie: «Dice che ha saputo chi ero nell'istante in cui ha udito queste note». E chiamò: «Grocid! Possiamo venire?»
Grocid accennò loro di entrare, gaiamente, e loro scesero in fretta il ripido pendio. Grocid sollevò tra le braccia un bambino e venne loro incontro. Il bambino gli stava a cavalluccio sulle spalle, e gridava di gioia e giocava con gli ornamenti della cappa.
«Ah, Philos. Hai portato Charlie Johns. Venite, venite! Sono contento di vederti.»
Con grande sbalordimento di Charlie, Grocid e Philos si baciarono. Quando Grocid gli si avvicinò, Charlie tese rigidamente la mano: con immediata comprensione, Grocid la prese, la strinse e la lasciò.
«Questo è Anaw» disse Grocid, sfiorando con i capelli la guancia del bambino. Il piccino rise, nascose la faccia in quella massa folta, ne fece emergere un occhio sorridente, e sbirciò Charlie. Anche Charlie rise.
Entrarono insieme nella casa. Pareti dilatabili? Illuminazione nascosta? Vassoi antigravità? Viveri autocongelanti? Pavimenti automatici?
No.
La stanza era quasi rettangolare, quel tanto che bastava per soddisfare un paio d'occhi ormai affamati di linee rette, come d'un tratto si rese conto Charlie. Il soffitto era basso, sorretto da travi, e la stanza era fresca; non il bacio antisettico e privo di emozioni dell'aria condizionata, ma la freschezza delle finestre incorniciate di rampicanti, dei soffitti bassi e delle mura spesse; era la freschezza naturale degli strati sottocutanei della terra. E c'erano sedie… una di legno lucidato a mano, tre di disegno rustico, con curve di liana rigida e piani e spalliere di tronchi d'albero interi o tagliati.
Il pavimento era di pietra, livellato e pareggiato e tenuto insieme da un cemento purpureo, e coperto da vivaci tappeti tessuti a mano. Su un basso tavolino c'era una gigantesca ciotola di legno, ricavata da un solo pezzo di legno duro, e un servizio per bevande, grazioso ma molto rozzo; una caraffa e sette od otto bicchieri di terracotta. Nella ciotola c'era un'insalata di frutta, noci e verdure elegantemente disposte a forma di stella.
Alle pareti erano appesi quadri, quasi tutti in colori naturali… i verdi, i bruni, gli arancioni e i rossi sfumati di giallo e gli azzurri sfumati di rosso dei fiori e dei frutti maturi. Quasi tutti erano piacevolmente figurativi; alcuni erano astratti, qualcuno impressionista. Uno in particolare attirò la sua attenzione, una scena con due ledom, visti da un angolo stranamente elevato e obliquo, così che avevi l'impressione di guardare oltre la spalla della figura eretta verso l'altra, che era più in basso ed aveva un atteggiamento umile. Sembrava una figura spezzata, ammalata, sofferente; l'intera composizione era stranamente confusa, e dava l'impressione di essere osservata attraverso lacrime brucianti.
«Sono molto contento che tu sia potuto venire.» Era l'altro capo del Centro dei Bambini, Nasive, che era accanto a lui e sorrideva. Charlie si staccò dalla contemplazione del quadro e vide il ledom, che indossava una cappa esattamente uguale a quella di Grocid e che gli tendeva la mano. Charlie gliela strinse e la lasciò andare; poi disse: «Anch'io sono contento. Mi piace, qui».
«L'avevamo immaginato» disse Nasive. «Scommetto che non è troppo diverso da quello a cui eri abituato.»
Charlie avrebbe potuto annuire e lasciar perdere, ma in quel luogo, con quella gente, voleva essere onesto. «È diverso da quasi tutto ciò cui sono abituato» disse. «Avevamo qualcosa di simile, qua e là. Ma non abbastanza.»
«Siediti. Mangeremo qualcosa, adesso… tanto per tirare avanti. Ma non rimpinzarti troppo; fra poco ci sarà un vero festino.»
Grocid riempì i piatti di terracotta, privi d'orlo, e li fece passare in giro, mentre Nasive versava un liquido dorato nei boccali. Era, scoprì Charlie, una bevanda forte dal gusto di miele, probabilmente una specie di idromele, fresco ma non freddo, che lasciava in bocca un sapore di spezie e dava una lieve, piacevole sensazione di ebbrezza. L insalata, che mangiarono con una forchetta di legno satinato con due punte corte e sottili e una punta lunga e ampia dotata di uno spigolo affilato, era undici volte deliziosa (una volta per ogni varietà di cibo che conteneva) e costò fatica a Charlie controllarsi per non tragugiarla avidamente e non chiederne ancora.