Parlarono: Charlie non prese granché parte alla conversazione, sebbene si rendesse conto che gli altri facevano cortesemente del loro meglio per interessarlo, o almeno, per non addentrarsi in discussioni che lo escludessero. Fredon aveva trovato delle calandre sulla collina. Hai visto il nuovo procedimento di intarsio di Dregg? Legno nella ceramica; giureresti che sono fusi insieme. Nariah voleva provare un trattamento biostatico per una nuova fibra di asclepiadacea. Il piccino Eriu si è rotto la gamba. E intanto i bambini entravano e uscivano e miracolosamente non interrompevano mai, si accostavano senza far rumore per chiedere un favore, un permesso, o una informazione. «Illew dice che la libellula è una specie di ragno. È vero?» (No; nessun aracnide ha le ali.) Un lampo di nastro purpureo e di tunica gialla, e il bambino se ne era andato, per venir sostituito immediatamente da una creatura molto piccola, graziosissima e nuda che disse chiaramente: «Grocid, hai una faccia buffa». (Anche tu hai una faccia buffa.) Ridendo, il monello se ne andò.
Charlie, che mangiava con forzata lentezza, osservava Nasive, appollaiato su un vicino sgabello, che si toglieva abilmente una scheggia dalla mano. La mano, sebbene aggraziata, era grande e forte, e vedendo la punta della sonda aghiforme che scavava sotto la base del medio, Charlie notò con stupore le callosità. La carne del palmo e dell'interno delle dita era dura come quella di uno stivatore. Charlie faticò un poco a far quadrare tutto questo con i fluenti indumenti scarlatti e con il mobilio artistico, e si rese conto che non spettava a lui, per il momento, fare simili paragoni. Ma disse, battendo sul bracciolo della sua poltrona rustica: «Sono fatte qui?».
«Proprio qui» disse allegro Nasive. «L'ho fatta io stesso. Siamo stati io e Grocid a fare questa casa. Con i bambini, naturalmente. Grocid ha fatto i piatti e i boccali. Ti piacciono?»
«Moltissimo» disse Charlie. Erano marroni, quasi dorati. «C'è una lacca sulla ceramica, oppure il vostro campo-A vi fa da forno?»
«Né l'uno né l'altro» disse Nasive. «Ti piacerebbe vedere come facciamo?» Guardò il piatto vuoto di Charlie. «O vorresti…»
Con un po' di rimpianto. Charlie respinse il piatto.
«Mi piacerebbe vedere.»
Si alzarono, si diressero verso una porta. Un bambino, mezzo nascosto tra le tende in fondo alla stanza, sfrecciò maliziosamente verso Nasive, che senza cambiare andatura l'afferrò, lo rovesciò mentre quello strillava, gli fece battere con estrema delicatezza la testa sul pavimento, poi lo rimise in piedi. Quindi, sogghignando, indicò a Charlie di seguirlo.
«Vuoi molto bene ai bambini» disse Charlie.
«Mio dio» disse Nasive.
E anche qui, quella lingua era tutta sfumature, così che una traduzione non ne rendeva esattamente la sostanza. Charlie sentì che ciò che aveva voluto dire quando aveva detto “Mio Dio” era una diretta risposta alla domanda, non era assolutamente un'esclamazione. Allora il bambino era Dio? Oppure… “Mio Dio” conteneva il concetto di Bambino?
La stanza in cui erano entrati era un po' più alta di quella che avevano appena lasciato, e anche più vasta, ma era completamente diversa da quel soggiorno armonioso, comodo, pacifico. Questa era un'officina… una vera officina. Il pavimento era di mattoni, le pareti erano di tavole piallate ma non rifinite. Su sostegni di legno erano appesi strumenti da lavoro, strumenti fondamentali: mazza da fabbro e cunei, martelli, ascia, raspa, lesina, accetta e scure, squadra e livelle, trapano con una serie di punte, e tutta una serie di pialle.
Contro le pareti e qua e là sul pavimento, c'erano… ecco, chiamiamole macchine utensili, ma erano evidentemente fatte a mano, qualche volta in un pezzo unico, ed erano di legno! Una sega, per esempio, veniva fatta funzionare da un sistema a pedali, da un albero a gomiti che faceva oscillare su e giù la lama dentata. Vi era applicata una struttura smontabile, per guidare l'estremità della sega, ed era caricata con una molla di legno. C'era anche un tornio, con una quantità di pulegge di legno per regolarne la velocità e un immenso volano (che doveva pesare almeno duecento chili) fatto di ceramica.
Ma c'era anche il forno che Nasive doveva fargli vedere. Era in un angolo, una costruzione di mattoni sovrastata da un camino e con un pesante portello metallicot ed era montata su pilastri di mattoni. Sotto c'era un focolare («È anche la nostra forgia» fece osservare Nasive, e, con una spinta poderosa, lo fece rotolare fuori e tornò a spingerlo sotto il forno) e, applicato ad esso, da una parte, c'era un mantice a pedale. Il mantice sfociava in un grande oggetto floscio che sembrava una vescica sgonfia, e lo era veramente. Nasive pompò vigorosamente e l'involucro rugoso sospirò, si sollevò stancamente, si raddrizzò. Poi cominciò a gonfiarsi.
«Ho preso l'idea da una cornamusa che uno dei bambini stava imparando a suonare» disse Nasive, con il viso raggiante. Smise di pompare e tirò leggermente una leva verso di sé; Charlie sentì l'aria salire sibilando dalle griglie. Tirò un poco di più, e l'aria ruggì.
«Così si può controllare perfettamente e non è necessario che sia un adulto ad occuparsene; tutti i bambini, qui, possono venire, e ciascuno fa quello che può, anche i più piccoli. A loro piace.»
«È meraviglioso» disse sinceramente Charlie «ma, senza dubbio, c'è un modo più semplice per farlo.»
«Oh, senza dubbio» disse gentilmente Nasive… e non aggiunse una parola di spiegazione.
Charlie si guardò attorno ammirato, guardò il mucchio di legname da lavoro che era stato indubbiamente preparato in quel luogo, e le robuste macchine lignee… Indicò il volano. «Sembra ceramica. Come riuscite a cuocere un oggetto così grande?»
Nasive indicò il forno. «Lì dentro ci sta. Appena appena. Naturalmente, c'è rimasto parecchio… abbiamo dovuto sgombrare il resto del locale e fare una festa e ballare fino a che è stato finito.»
«Con la gente che ballava sul pedale del mantice» rise Charlie.
«E dovunque. È stata una festa magnifica» rise a sua volta Nasive. «Ma tu volevi sapere perché abbiamo fatto il volano di ceramica. Ecco, è massiccio, ed è stato meno faticoso modellarlo di quanto lo sarebbe stato costruirne uno di pietra.»
«Non ne dubito» disse Charlie, guardando il volano e pensando agli accessori invisibili, alle macchine del tempo, a un meccanismo grande quanto un dito che, gli era stato detto, poteva tagliare a fette una collina e trasportarne un pezzo ovunque si desiderasse. Gli passò per la mente il pensiero che forse quella gente non sapeva che cosa c'era nei due grandi Centri. Poi ricordò che aveva conosciuto Grocid e Nasive al Centro Medico. Così pensò che, pur sapendo ciò che avevano nei grandi Centri, lo rinnegavano e dovevano lavorare nelle casette e nei campi, facendosi venire i calli, mentre Seace e Mielwis ottenevano magicamente una colazione di frutta gelata che usciva dai ripostigli della parete accanto al loro letto. Ah, bene. Erano affari loro. «Comunque, è una ceramica enorme.»
«Oh, non proprio» disse Nasive. «Vieni a vedere.»
Lo guidò verso una porta, uscirono in un giardino. Quattro o cinque bambini stavano ruzzolando sull'erba, e uno era su un albero. Gridarono, tubarono, cantilenarono quando videro Nasive, corsero verso di lui e poi fuggirono via; mentre Nasive parlava ne spettinava affettuosamente uno, faceva ruotare un altro su se stesso, rispondeva a un altro con una rapida strizzatina d'occhio.
Charlie Johns vide la statua.