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Un occhio si aprì nel buio. Un puntino di luce.

— La stella gialla… Troppo distante. Troppo fredda. Non significa nulla. Non è messaggio. E… non reale. Non c’è fuoco, ma il ricordo del fuoco. Il bisogno… e il ricordo del bisogno. — Sentì la mente del Mago dibattersi come un piccolo insetto in una gigantesca ragnatela per liberarsi dalla sua visione, dalla sua voce. Il movimento frenetico cessò a poco a poco; la paura che il Mago avvertiva intorno a sé, dentro di sé, la paura e il ricordo della paura, si erano dileguati. Era stato davvero inghiottito dal buio, fuori dal tempo, sotto il gelido sguardo della stella gialla. Invece lei… una parte di lei legata al tempo… ricordava ancora la paura. Il cuore di qualcuno batté all’impazzata al ricordo; le mani di qualcuno, strette attorno a un fucile, erano scivolose per il sudore.

Il bisogno crebbe, la stella crebbe, come fiore profumato e pericoloso nel buio.

— Il bisogno è la luce.

La fredda stella intaccò il buio. Poiché non esisteva da nessuna parte, in nessun tempo, non provocò ombra e non diede calore. — È il ricordo di una stella — disse lei disperatamente. — Non dà nulla. — Le sue mani si mossero sull’oggetto metallico che stringeva. Qualcuno disse qualcosa: una parola acquistò esistenza in un altro mondo, un altro tempo. Un ricordo di luce le riempiva la mente, luce dal passato. — Nessun calore — mormorò. — Non nel ricordo. — Ma lei aveva con sé la luce.

Un movimento più avanti, interrotto. Assaporò la paura come una pillola di metallo. — Di nuovo — mormorò. — Di nuovo. — Ma sopra la testa non aveva il sole del deserto, e nemmeno si trovava sulla smorta sabbia prosciugata dal calore. Era in una minuscola bolla d’aria racchiusa contro un immenso buio. Davanti a lei due uomini respiravano silenziosamente, con il viso scostato dalle luci del pannello, in ombra. La guardavano. Erano talmente immobili che sembravano volerle nascondere il battito del loro cuore o i mormorii privi di senso della loro mente.

— Terra — disse il buio in tono gentile, supplichevole; e per un istante lei fu fuori della visione, e l’unica luce che vide fu la spia luminosa dell’intercom sul pannello fra i due uomini. Mosse le labbra senza emettere suono: Michelle.

— Terra.

— Il bisogno è la luce…

— Non puoi creare nessuna luce che penetri in un sogno… Non puoi creare nessuna luce che penetri attraverso una simile distesa di tenebra… Puoi solo morire. Questa volta morirai. E morirò anch’io, perché distruggerai il mio viso, il mio cuore.

— Michelle — mormorò. E allora lo sentì: il terribile, impellente desiderio di calore, di luce, di vita.

Strinse le mani sul fucile. Scagliò una luce nel buio…

Non c’era abbastanza calore nella sabbia del deserto. La luce che la inzuppava, che bruciava la pelle, non era sufficiente. Il cielo assolato, così luminoso da ferire gli occhi, non era sufficiente. Il Mago desiderò il calore, lo desiderò con tutte le sue forze, volle avvolgere se stesso nella fiamma, catturare il sole come un pesce nella rete e tirarlo a terra fino a fondere la sabbia sotto i piedi, finché il fuoco giallo non si fosse esteso da orizzonte a orizzonte.

Sollevò il fucile laser.

Udì le urla, come grida d’uccelli marini in lontananza. Non significavano nulla. Il bisogno era la luce. Pietre gli esplosero attorno, pareti e macchinari si deformarono. Il fuoco si accavallò fra terra e sole, diede al deserto una sfumatura rossastra. Il sole rosso non era caldo abbastanza, il bisogno era maggiore. Lui creò un mondo di fuoco, dipinse di luce tutto ciò che vedeva. Finché non rimase altro che il fuoco…

Si ritrovò in una notte rossa. Non c’erano rumori, a parte il fuoco che lambiva ancora gli scheletri delle caserme. Aveva le mani saldate al fucile. Alla fine le staccò, lasciò cadere il fucile. Provocò un rumore lieve nel vuoto circostante. Per un istante si chiese in quale sogno, nel sogno di chi, si trovasse. Poi cominciò a vedere le sagome sparpagliate sul terreno, bagnate di luce rossa. La luce del sole rosso. Sagome da incubo, carbonizzate, fuse, dilaniate. Un attacco, pensò. Sono l’unico sopravvissuto.

E poi, con il corpo sudato e tremante, le mani doloranti, vide cosa aveva fatto.

Emise un gemito. Si inginocchiò, sbattendo le palpebre per togliersi il sudore dagli occhi. Grigio. Pavimento grigio che si incurvava a formare il pannello di comando. Uno sciame di luci. Sotto le luci, una tastiera.

Emise un respiro che non era tenebra, che non era fuoco. Il Pianto volante era silenzioso come lo era stata la visione. Vide stivali, neri, marrone consunto, una lucente, squamosa pelle arancione che feriva gli occhi. Di colpo sul suo viso il sudore divenne di ghiaccio.

— Dio mio — mormorò. Poi udì nell’intercom la voce di lei.

— Mago.

— Terra — mormorò, timoroso di muoversi. Stivali grigi entrarono nel suo campo visivo; una mano scura si allungò verso di lui. Alzò gli occhi, vide un viso vivo.

— Magico Capo? — disse il Professore, esitante. — Stai bene?

Lui annuì, si lasciò tirare in piedi, si diresse barcollando all’intercom.

— Aaron?

— Sono qui. — La voce era poco più di un sussurro.

— Direttore Klyos? Siete… non vi ha…

— Non ha sparato — disse Jase. Sembrò al Mago che pronunciasse le parole con circospezione, come se fosse stupito di avere ancora la voce. — Non ha sparato.

— Sapete…

— Ha parlato. Le avete detto di parlare, e ha parlato. Voi no.

— Ero… ero… Il bisogno era la luce.

— Lo so.

— Lei ha creato la luce.

— Non nella lancia. Grazie a Dio.

— No — disse il Mago. Si accorse di tremare ancora, e si sedette. — Nella mia mente. L’unico luogo dove potesse farlo senza far male a Michelle. Ci ha salvati — disse, ancora incredulo, rivolgendosi sia alla lancia sia al Pianto volante. - Ci ha permesso di vivere.

La voce di Jase tornò. — È lì che eravate?

— Nel Settore Deserto. A creare la luce.

— Signor Restak… — Sembrava scosso.

— Non c’era abbastanza luce. Lo sentivo. Non c’era abbastanza luce, in tutto il Settore Deserto, in tutto il mondo… non per una creatura sotto un sole morente, che aveva bisogno di luce per nascere.

— Ora?

Immagini si formarono al limitare della coscienza del Mago, attirando la sua attenzione… Una scogliera a strapiombo nera come lo spazio profondo. Un confuso cielo rossastro sullo sfondo. Un ovale ripiegato su se stesso, di tutti i colori e di nessun colore, disteso su sabbia ametista. Una sfocata visione di una stella rossa. La scogliera. L’ovale. Il sole rosso. La voce di Terra.

— La visione.

Rivolse le parole alla minuscola stella di luce che era l’intercom della lancia. Reggeva ancora il fucile, ma ormai non se ne rendeva più conto. Gli uomini avevano distolto il viso da lei, fissavano il fuoco e il buio oltre lo schermo stellare come se le sue parole e i suoi pensieri tingessero la loro mente, creassero visioni fra le stelle.

— La sabbia viola s’increspa. Qualcosa si muove sotto la superficie… La scogliera nera. Il bisogno è raggiungere la scogliera nera. Il bisogno è…

La voce del Mago attraversò il buio, lottando con il linguaggio del sogno: — Calore. Il bisogno è… cambiare. Trasformare. Ma il bisogno non è nel sole. La scogliera nera…

— “La scogliera è una porta, un ingresso…

— “Un passaggio verso il fuoco.

— “La visione è fuoco.”

Le increspature continuarono, metodiche ondulazioni di granelli ametista, una vibrazione contro la scogliera. La scogliera stessa cominciò a vibrare.

— Non è facile stimare — disse con calma il Mago — la prospettiva all’interno della visione. La scogliera è alta un chilometro? Oppure è alta un palmo? La vibrazione è sufficiente a smuovere una pietra grossa come un pugno? O sufficiente a devastare una superficie di mille chilometri?