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«Hai presente quel grande incendio che c’è stato giù in città domenica?» disse Connie. «È saltato fuori che l’edificio è di proprietà di Alexander Ramos.»

Alexander Ramos è un trafficante d’armi che gestisce il mercato nero dalla sua tenuta estiva sulla costa del New Jersey e dalla sua fortezza invernale ad Atene. Ha tre figli adulti, due dei quali vivono negli Stati Uniti, uno a Santa Barbara e l’altro a Hunterdon County. Il terzo vive a Rio. Queste non sono affatto informazioni riservate: la famiglia Ramos ha occupato per quattro volte la copertina del «Newsweek». Da anni la gente era convinta che Ranger avesse un qualche legame con i Ramos, ma di quale legame si trattasse precisamente non si era mai saputo. Ranger è un maestro nel non far sapere le cose.

«E allora?» domandai.

«E allora ieri, quando sono finalmente riusciti ad accedere all’edificio, hanno trovato il figlio più giovane di Ramos, Homer, arrostito in un ufficio al terzo piano. Oltre a essere carbonizzato, aveva anche un bel buco in testa, opera di una pallottola.»

«E allora?»

«E allora vogliono interrogare Ranger. La polizia è venuta qui proprio pochi minuti fa, a cercarlo.»

«Perché?»

Connie allargò le braccia.

«Comunque, lui se l’è svignata» disse Vinnie «e tu lo riporterai indietro.»

Involontariamente alzai la voce di un’ottava. «Che cosa? Sei impazzito? Io non vado a cercare Ranger.»

«È questo il bello della faccenda» disse Vinnie. «Non c’è bisogno che tu lo cerchi, perché verrà lui: ha un debole per te.»

«No! Non ci penso neanche. Scordatelo.»

«Benissimo» disse Vinnie «se non vuoi il lavoro, ci manderò Joyce.»

Joyce Barnhardt è la mia nemica storica. Solitamente mangio la polvere prima di rinunciare a qualcosa e cederlo a lei. In questo caso, Joyce poteva tenersi il lavoro. Che fosse lei a perdere tempo girando a vuoto, in cerca dell’uomo invisibile.

«Che altro c’è?» domandai a Connie.

«Due casi minori e una vera carogna.» Mi porse tre cartelline. «Visto che Ranger non è disponibile, sarò costretta a dare a te la carogna.»

Aprii la prima cartellina. Morris Munson. Arrestato per guida pericolosa e omicidio colposo. «Poteva andare peggio» dissi. «Poteva essere omicidio con sevizie.»

«Non hai letto bene fino in fondo» disse Connie. «Dopo aver investito la vittima, che casualmente era la sua ex moglie, questo tizio l’ha colpita con il cric, l’ha seviziata e ha cercato di darle fuoco. È stato accusato di omicidio per guida pericolosa perché, secondo il medico legale, la donna era già morta quando lui ha cominciato con il cric. L’aveva annaffiata per bene di benzina e stava cercando di far funzionare l’accendino quando un’auto della polizia è passata di lì per caso.»

Piccole macchie nere cominciarono a danzare davanti ai miei occhi. Mi lasciai cadere sul divano di finta pelle e misi la testa fra le ginocchia.

«Stai bene?» domandò Lula.

«Probabilmente è solo un calo di zuccheri» dissi. Probabilmente, invece, è colpa di questo lavoro.

«Poteva andare peggio» disse Connie. «Qui dice che non era armato. Tu ricordati di portare la pistola e vedrai che andrà tutto bene.»

«Non posso credere che l’abbiano rilasciato su cauzione.»

«Va’ a capire» disse Connie. «Immagino che non avessero più spazio per ospitarlo.»

Alzai lo sguardo su Vinnie, che stava ancora sulla soglia del suo ufficio. «Tu hai garantito per questo maniaco?»

«Ehi, io non sono un giudice, sono un uomo d’affari. Non aveva precedenti» disse Vinnie. «E ha un buon posto di lavoro in una fabbrica di bottoni. E una casa di proprietà.»

«E adesso è sparito.»

«Non si è presentato all’udienza» disse Connie. «Ho chiamato la fabbrica e hanno detto che mercoledì è stata l’ultima volta che l’hanno visto.»

«Non si è nemmeno fatto sentire? Ha telefonato per darsi malato?»

«No. Niente. Ho chiamato anche a casa e c’era la segreteria telefonica.»

Diedi un’occhiata agli altri due incartamenti. Lenny Dale, latitante in flagranza, accusato di violenza domestica. E Walter Dunphy, detto «l’uomo della Luna», ricercato per ubriachezza molesta e per aver orinato in luogo pubblico.

Infilai le tre cartelline nella borsa a tracolla e mi alzai.

«Chiamatemi sul cercapersone se sapete qualcosa di Ranger.»

«È la tua ultima occasione» disse Vinnie. «Giuro che altrimenti passo il caso a Joyce.»

Presi una ciambella dalla confezione, passai la scatola a Lula e me ne andai. Era marzo, e la tempesta di neve non riusciva a trasformarsi in qualcosa di veramente serio. C’era un po’ di poltiglia per strada, sul parabrezza e sul finestrino del passeggero si era formato uno strato di ghiaccio. E c’era una grande sagoma sfuocata dietro al vetro. Mi sforzai di vedere attraverso il ghiaccio. La sagoma sfuocata era Joe Morelli.

La maggior parte delle donne avrebbe un orgasmo immediato se si trovasse Morelli seduto nell’auto: era quello l’effetto che faceva. Io lo conoscevo da una vita e non mi capitava quasi più, ormai, di avere un orgasmo immediato. Mi ci volevano almeno quattro minuti.

Indossava stivali, jeans e una giacca nera di lana morbida dalla quale spuntava l’orlo di una camicia di flanella scozzese rossa. Sotto la camicia aveva una T-shirt nera e una Glock calibro .40. Gli occhi erano del colore del whiskey invecchiato, e il corpo dimostrava l’ottima qualità dei geni ereditari italiani, unita a un serio allenamento in palestra. Aveva fama di godersi la vita, ed era una fama ben meritata ma superata. Morelli concentrava tutte le energie sul lavoro, ora.

Mi infilai in auto, al volante, girai la chiavetta dell’avviamento e accesi lo sbrinatore al massimo. Viaggiavo su una Honda Civic azzurra vecchia di sei anni, che era un mezzo di trasporto assolutamente perfetto, ma non mi permetteva di scatenare la fantasia. Difficile sentirsi Xena, la Principessa Guerriera, su una Civic di sei anni.

«Allora?» chiesi a Morelli. «Che cosa succede?»

«Sei a caccia di Ranger?»

«Per niente. Non io. Nossignore. Non se ne parla nemmeno.»

Sollevò le sopracciglia.

«Non sono capace di fare magie» dissi. Mandarmi a cercare Ranger sarebbe stato come mandare il pollo a caccia della volpe.

Morelli era spaparanzato contro la portiera. «Ho bisogno di parlargli.»

«Stai indagando sull’incendio?»

«No. Si tratta di qualcos’altro.»

«Qualcos’altro che ha a che vedere con l’incendio? Come il buco in testa di Homer Ramos, per esempio?»

Morelli sorrise. «Fai un sacco di domande.»

«Sì, ma non riesco a ottenere neanche una risposta. Perché Ranger non risponde al cercapersone? In che modo è coinvolto in questa faccenda?»

«Ha incontrato Ramos in tarda serata. Sono stati ripresi da una telecamera del sistema di sicurezza. L’edificio è chiuso, di notte, ma Ramos aveva la chiave. È arrivato per primo, ha aspettato Ranger per dieci minuti e poi gli ha aperto la porta. Insieme hanno attraversato l’atrio e preso l’ascensore fino al terzo piano. Trentacinque minuti dopo, Ranger è uscito da solo. E dopo altri dieci minuti è scattato l’allarme antincendio. Sono stati visionati i nastri di tutte le quarantotto ore precedenti e, stando alle telecamere, nell’edificio non c’era nessun altro, all’infuori di Ranger e Ramos.»

«Dieci minuti sono un sacco di tempo. Aggiungine altri tre, per prendere l’ascensore o scendere le scale. Perché l’allarme non è scattato prima, se è stato Ranger ad appiccare il fuoco?»

«La porta dell’ufficio in cui è stato trovato Ramos era chiusa, e lì non ci sono rivelatori di fumo; questi si trovano solo nel corridoio.»

«Ranger non è uno stupido. Non si sarebbe lasciato riprendere dalle telecamere se avesse avuto intenzione di far fuori qualcuno.»