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Le asperità della valle emettono un bagliore delicato e soffuso. Il suolo si distende e freme e rabbrividisce in superficie, e da un migliaio di piccoli crateri rilucono le prime creature notturne, lunghe e liquide e argentee, emergendo da anfratti nascosti e scivolando sinuosamente nel prato. Nell’avvicinarglisi si separano, lasciandolo come in un’isola nel mezzo di quelle miriadi di creature lucenti. Sente suoni sussurati e selvatici provenire da quella marea, senza però riuscire a capire qualcosa.

Si sente un battito d’ali e scendono due creature in volo, diverse l’una dall’altra; hanno corpi neri massicci, imponenti, a sacco, ricoperti da una pelliccia fitta e folta, e ali angolose montate su una cassa toracica estremamente spigolosa e ossuta. Hanno le dimensioni di anatre. Seguono metodicamente le creature notturne, risucchiandole nei loro elastici ventri per poi rigettarle come escrementi, apparentemente illese. Il loro appetito sembra insaziabile. Lui si tira indietro, offeso, quando lo degnano solo di uno sguardo amaro.

Qualcosa di massiccio e oscuro striscia attraverso il torrente e scompare prima che riesca a vederlo chiaramente. Dal cielo provengono rauche risate. L’aroma degli eleganti fiori cremosi risale dal ruscello, diventa aspro e pungente, e scompare. L’aria diventa fredda. Rabbrividisce. Comincia a cadere una pioggia leggera. Lui studia le enigmatiche costellazioni e le trova complessivamente estranee. In distanza la musica pervade la notte. I toni scendono, diminuiscono, per poi ricrescere in una melodia semplice e tremolante, e lui si accorge di poterli modificare portando quelle melodie ad adattarsi a lui: intarsia un vivace suono di corno, una melodia, un minuetto. Piccoli animali gli passano accanto. Sono scomparsi i topi? Sono estinti gli scoiattoli? Dove sono le scimmie? Dove sono i cerbiatti? Eppure sa che può imparare ad amare questi nuovi animali. L’illimitata fertilità dell’evoluzione, rivelandoglisi in questi scoppi luminosi di abbondanza, lo rende felice, e lui trasforma la musica in un inno di lode. Di qualunque cosa si tratti, è positiva. Dalla plasticità delle tonalità informi estrae le percussioni e i fiati di un Te Deum. Contro questa melodia in un improvviso e brusco contrappunto si sentono passi pesanti, e lui non è più solo, perché emergono tre grosse creature, che gli si avvicinano. In questo momento il sogno è pauroso. Che sono queste cose, così bestiali, così maligne, così malevolenti? Erette, bipedi, hanno grandi alluci piatti, grandi petti, grosse pance capaci, spalle massicce. Sono più alte di lui, e le precede un aroma dolciastro di decomposizione: volti crudeli, non di meno quasi umani, occhi scintillanti, nasi schiacciati, bocche grandi e carnose, barbe grigie e sottili che puzzano di letame. Si avvicinano muovendosi sgraziatamente, piegando le ginocchia, i corpi piegati in avanti all’altezza della cintola, colossali capre bipedi vagamente somiglianti agli esseri umani. Ovunque vadano, semi untuosi balzano nell’aria, spandendo odore di pesce. La pelle è bianca, cartacea e raggrinzita, e pende molle sui muscoli possenti e sulla carne spessa; piccoli foruncoli bitorzoluti sono presenti un po’ ovunque. Nell’avvicinarsi sgraziatamente annuiscono, grugniscono, fiutano, e si scambiano sgradevoli commenti mormorati. Non gli prestano la minima attenzione. Li guarda passare. Chi sono queste creature incomprensibili? Teme che siano la razza superiore di quel periodo, la specie dominante, i successori dell’uomo, forse addirittura i discendenti dell’uomo, e questo pensiero lo scuote e lo sconvolge al punto di farlo cadere al suolo, contorcendosi disperato, schiacciando i luccicanti abitatori della notte che continuano a sciamargli accanto. Pianta i palmi delle mani per terra. Afferra i semi maligni che sono appena sbocciati, e li strappa dal suolo. Appoggia la fronte contro una roccia levigata. Vomita, senza emettere nulla. Si stringe terrorizzato le braccia al petto. Realmente queste creature hanno ereditato il mondo? Immagina di vederne una congregazione, inginocchiata nei loro templi. Li vede mentre escono dal Taj Mahal sotto la luna piena. Li vede arrampicarsi sulle Piramidi, sputacchiare oscenamente su un Raffaello o un Veronese, frantumare Mozart coi loro grugniti osceni. Singhiozza. Percuote il suolo. Prega che il mattino arrivi al più presto. Nell’angoscia il pene ha un’erezione, lui l’afferra, e, ansimando, spruzza il suo seme. Giace sulla schiena e cerca la luna, ma non c’è ancora nessuna luna, e le stelle gli sono del tutto estranee. Ritorna la musica. Ha perso il potere di darle forma. Sente solo il battito e lo stridio di pezzi di metallo e l’urlo sgraziato di membrane lacerate. Disperatamente, rabbiosamente canta per coprirne i rumori, strillando nell’oscurità, ricoprendo quei suoni rauchi con una stratificazione di suoni ordinati, e in questo modo passa la notte, insonne, a disagio.

2

Strisce di luce nascente percorrono il cielo. L’oscurità è vinta dal rosa, dal grigio e dal blu. Si stiracchia e saluta il mattino, ritrovandosi affamato e assetato. Ritorna al ruscello, ci si inginocchia vicino, si spruzza un po’ d’acqua sul volto, si sciacqua i denti e gli occhi, e, imbarazzato, toglie dalle cosce lo sperma secco e appiccicoso. Poi beve avidamente fino a quando la sete scompare. Cibo? Si china ancora di più, e, con una destrezza che lo stupisce, prende dal ruscello un pesce guizzante. Le sue scaglie levigate sono blu scuro, e in esse pulsano delicatamente filamenti rossi. Crudo? Be’, sì, che altro? Ma almeno non vivo. Prima gli fracasserà la testa su una roccia.

— No, per favore. Non farlo — dice una voce dolce.

È disposto a credere che il pesce stia pregando di avere salva la vita. Ma su di lui cade un’ombra purpurea; non è solo. Voltandosi, vede dietro di sé una figura magra ed esile. La fonte della voce. — Io sono Hanmer — dice il nuovo venuto. — Il pesce… per favore… ributtalo in acqua. Non è necessario. — Un sorriso gentile. Si tratta di un sorriso? È una bocca? Sente che è meglio ubbidire a Hanmer. Ributta il pesce nell’acqua. Con un colpo di coda di scherno, quello si allontana guizzando. Lui si volta di nuovo verso Hanmer e dice: — Non vorrei farlo. Ma ho molta fame, e mi sono perso.

— Dammi la tua fame — dice Hanmer.

Hanmer non è umano, ma la somiglianza è evidente. Ha le dimensioni di un bambino alto, e il suo corpo, anche se magro, non sembra fragile. La sua testa è grossa ma il collo è massiccio e le spalle sono larghe. Non c’è su di lui la minima traccia di peluria, La sua pelle è verde-oro e ha le qualità durevoli, resistenti di un’ottima plastica. I suoi occhi sono globi scarlatti dietro rapide palpebre trasparenti. Il suo naso non è che un promontorio; le sue narici sono fessure abbozzate; la bocca è una fenditura orizzontale e sottile che non si apre mai a sufficienza per rivelarne l’interno. Ha molte dita all’estremità degli arti superiori; non così ai piedi. Le braccia e le gambe hanno una giuntura al gomito e al ginocchio, ma le giunture sembrano praticamente universali, conferendogli un’immensa libertà di movimento. Il sesso di Hanmer è un vero enigma. Qualcosa nel suo aspetto sembra indiscutibilmente maschile, e non ha seni né altre caratteristiche femminili visibili. Ma dove dovrebbe esserci un membro maschile, ha solo una curiosa tasca verticale che si apre verso l’interno, vagamente simile alla fessura vaginale, senza però esserle realmente paragonabile. Sotto, invece di due testicoli ballonzolanti, c’è una sola piccola sacca rigida, probabilmente equivalente allo scroto: come se, restando il fine evoluzionistico quello di tenere le gonadi all’esterno del corpo, la natura avesse trovato un contenitore più efficiente. Non possono esserci dubbi sul fatto che gli antenati di Hanmer, in qualche epoca remota, fossero umani. Ma può essere definito anche lui un uomo? Figlio dell’uomo, forse. — Vieni qui — dice Hanmer. Allunga le braccia in avanti. Tra le dita ci sono membrane delicate. — Come ti chiami, straniero?