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Barbee mostrò alla polizia il tesserino di giornalista, si sottopose a una bre­ve perquisizione nell’eventualità che avesse armi nascoste e raggiunse gli altri cronisti radunati sotto l’immensa ala dell’apparecchio. Si trovò a un tratto April Bell accanto.

Il gattino nero doveva essere tornato dalla zia Agatha, dopo tutto, perché la borsetta di pelle era chiusa. La ragazza fissava l’apparecchio con un’intensità quasi morbosa, in attesa che la porta si aprisse. Parve sussultare, quanto sen­tì su di lei lo sguardo di Barbee, e volse di scatto verso di lui la massa fiam­meggiante dei capelli. Gli sorrise.

«Salve, cronista!», fece in tono allegro. «Qui sento l’odore di un servizio da prima pagina con titolo a sei colonne. Eccoli!»

Sam Quain precedette gli altri sulla passerella. Anche in quel primo istante d’intensa curiosità, Barbee si rese conto che era molto cambiato. Il volto deciso, dalla mascella quadrata, era riarso dal sole, i capelli biondi sembrava­no quasi bianchi, tanto erano stati calcinati. Doveva essersi rasato a bordo, ma l’abito kaki che indossava era logoro, spiegazzato, pieno di macchie. Sembrava stanchissimo, invecchiato molto più di due anni.

E c’era qualcos’altro.

C’era qualcos’altro, impresso sui tre uomini che lo seguivano scendendo la passerella. Barbee si chiese se non fossero tutti vittime di una malattia. Il volto pallido e massiccio di Mondrick, sotto il casco coloniale macchiato e pesto, era un ammasso di carne flaccida e tremolante. Forse la sua vecchia asma, o il cuore, lo avevano minato in quei due anni.

In un momento come quello, uomini della loro condizione, anche se malati, avrebbero dovuto sorridere; erano invece tutti terribilmente seri e accigliati, come rosi da una segreta angoscia.

Nick Spivack e Rex Chittum seguivano il vecchio Mondrick. Anche i loro abiti kaki erano logori e macchiati. Rex non poté non udire il saluto gridato­gli con voce tremante dal vecchio Ben Chittum in mezzo al gruppo di familia­ri, davanti all’edificio della stazione, ma non fece segno di risposta.

Lui e Nick portavano una cassa rettangolare, verniciata di verde, con attac­cate due maniglie di cuoio. Era rinforzata da molte fasce di metallo, e un grosso lucchetto la chiudeva. Sembrava pesantissima, tanto che i due uomini che la portavano parvero a un tratto perdere l’equilibrio.

«Attenti!», s’udì gridare la voce di Mondrick. «Ci mancherebbe altro che dovessimo perderlo proprio ora!»

L’antropologo corse accanto alla cassa e tese le braccia per aiutarli a rad­drizzarla. Non la lasciò fino a quando non fu portata sana e salva fino a terra; e, anche allora, non ne staccò la mano, mentre diceva ai suoi due colla­boratori di portarla verso il gruppetto dei giornalisti.

Quegli uomini avevano paura. Traspariva da ogni loro gesto. Non tornava­no come vincitori, ma come uomini condannati a fare qualcosa che li riempi­va di terrore.

«Sarei proprio curiosa di sapere che cosa hanno trovato», mormorò April, mentre i suoi occhi si socchiudevano, incupendosi.

«Non so; ma qualunque cosa abbiano trovata», rispose Barbee, «non sem­bra dar loro molta gioia. Un fanatico religioso potrebbe credere che i loro scavi li abbiano portati sull’orlo dell’inferno.»

«No», rispose la ragazza; «gli uomini non hanno tanta paura dell’inferno.»

Barbee s’accorse che Sam Quain lo stava fissando, e allora lo salutò con la mano. Senza sorridere, col duro volto abbronzato più ansioso che mai, Sam rispose con un lieve cenno del capo.

Mondrick si pose davanti ai fotografi, sotto l’ala dell’apparecchio. Partirono i lampi delle macchine fotografiche nel crepuscolo pieno di vento, mentre Mondrick attendeva che i suoi collaboratori lo raggiungessero. Se Nick, Sam e Rex avevano l’aria indurita e tesa fino alla ferocia, chiaramente Mondrick era un uomo distrutto. I suoi gesti stanchi e incerti, interrotti da scatti im­provvisi, rivelavano un sistema nervoso sulle soglie del collasso, e la sua fac­cia era come ossessionata.

«Signori», disse ai giornalisti, guardandosi intorno per accertarsi che i suoi tre collaboratori lo avessero raggiunto presso la cassa, «grazie per aver volu­to attendere. Vedrete che la vostra pazienza sarà ricompensata, perché», e qui parve a Barbee che la sua voce roca rivelasse una fretta esasperata, come se temesse di essere interrotto, «perché abbiamo qualcosa da rivelare al ge­nere umano.» S’udì il suo respiro ansimante. «Una terribile minaccia, signo­ri, che è stata nascosta, sepolta, soppressa per un fine perfidamente atroce.»

Fece un gesto col braccio, sussultante, che rivelava la disperata tensione che lo possedeva. «Il mondo deve essere avvertito», seguitò, «sempre che non sia troppo tardi. Per cui, fate bene attenzione a quanto sto per dirvi. Diffondete via radio le mie dichiarazioni, se vi è possibile. Fotografate i reperti e le prove che abbiamo portato dall’Asia.» Con lo stivale consunto, toccò la cas­sa. «Parlatene alla radio e sui giornali, stasera stessa, se potete.»

«Siamo qua per questo, professore», disse un cronista della radio, avvici­nandosi col microfono. «Facciamo una registrazione, e la manderemo in onda subito, se le sue dichiarazioni sono politicamente interessanti. Immagi­no che vorrà dirci il suo punto di vista sulla situazione cinese.»

«Abbiamo visto molte cose della guerra in Cina», rispose Mondrick solen­nemente, «ma non è di questo che voglio parlare. Quanto sto per dirvi è più importante di qualunque notizia di guerre; anzi, ci aiuterà a capire perché si combattono le guerre. Spiegherà molte cose che gli uomini non sono mai riusciti a capire, o di cui addirittura si è insegnato loro a negare l’esistenza.»

«Bene, professore.» Il radiocronista maneggiò ancora per qualche istante i suoi strumenti. «Parli pure.»

«Sto per dirvi...»

Lo studioso fu interrotto da un colpo di tosse, che lo lasciò col fiato mozzo per qualche istante. Si udì di nuovo il suo respiro faticoso, sibilante, e Barbee vide Sam Quain fissare il professore con espressione improvvisamente allar­mata. Gli offrì un fazzoletto, e Mondrick si asciugò la fronte, sudata malgra­do il soffio gelido del vento.

«Sto per dirvi cose che stenterete a credere, signori», riprese Mondrick, più rauco che mai. «Sto per dirvi d’un nemico occulto, segreto, di una tenebrosa congrega che trama e spia insospettata tra i veri uomini... un nemico na­scosto, infinitamente più insidioso delle cosiddette quinte colonne che si pro­pongono la rovina delle nazioni. Intendo parlarvi dell’avvento non inatteso del Messia Nero — il Figlio della Notte — la cui comparsa tra i veri uomini sarà il segnale di una spaventevole, mostruosa, incredibile rivolta!»

Mondrick, sfinito, ansimò ancora, rabbrividendo.

«Preparatevi a qualcosa di terribile, signori. Si tratta d’una cosa così terrifi­cante, che forse non riuscirete a credermi. Ma dovrete accettarla, come ho dovuto fare io, quando avrete visto anche voi gli oggetti che abbiamo portato da quei sepolcri preistorici trovati nel cuore del deserto di Gobi. Le nostre scoperte nell’Ala-shan risolvono molti enigmi. Noi», e i suoi occhi stanchi si volsero riconoscenti ai tre uomini intorno alla cassa cerchiata di ferro, «ab­biamo trovato la risposta a molti enigmi della scienza, la soluzione di misteri così ovvii, così impliciti nella nostra vita quotidiana, che la maggior parte di noi non è nemmeno consapevole della loro esistenza. Abbiamo trovato la risposta a una domanda che, forse, vi farà sorridere: perché, signori, nella nostra vita sembra che il Male predomini?»

La sua faccia plumbea s’era trasformata ora in una maschera di dolore.

«Non v’è parso a volte di scorgere una deliberata volontà malefica dietro le avversità? Non vi siete mai chiesti che cosa si nasconda sotto l’inguaribile discordia che divide il genere umano? Sotto le guerre, le lotte civili, l’oppres­sione? Leggendo le cronache dei giornali, non vi ha mai atterrito l’inesplica­bile, inutile mostruosità dell’uomo? Non vi siete mai soffermati a riflettere, talvolta, sulla tragica divisione entro voi stessi, scoprendo nel vostro subco­sciente abissi d’orrore?»