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—  Sono impegnato in una ricerca — disse al locandiere. — Resterò qui solo una notte o due. — Il suo tono era freddo. Il locandiere, lanciando un’occhiata al grande bastone di tasso nell’angolo, una volta tanto non disse nulla, ma riempì la tazza di Ged di birra scura.

Ged sapeva che doveva trascorrere solo quella notte a Ismay. Non era il benvenuto, né lì né altrove. Doveva andare dov’era diretto. Ma era stanco del freddo mare deserto e del silenzio in cui nessuna voce gli parlava. Si disse che avrebbe trascorso un giorno solo a Ismay e l’indomani se ne sarebbe andato. Perciò dormì fino a tardi; quando si svegliò cadeva una neve leggera, e lui oziò per i vicoli della città a osservare la gente indaffarata. Guardò i bambini infagottati nei mantelli di pelliccia costruire castelli e pupazzi di neve, udì le chiacchiere scambiate attraverso la strada dalle porte aperte, e osservò il fabbro al lavoro, con un ragazzetto sudato e rosso in faccia che azionava le lunghe maniche dei mantici sulla forgia; attraverso le finestre rischiarate all’interno da una fioca luce aurea e rossiccia, verso sera, vide le donne ai telai che si voltavano un attimo per parlare o sorridere al figlioletto o al marito, nel tepore della casa. Vide tutto questo dall’esterno, isolato, solo, e si sentì il cuore molto pesante, sebbene non volesse ammettere di fronte a se stesso che era triste. Al cader della notte indugiò ancora per le vie, riluttante a tornare alla locanda. Udì un uomo e una ragazza parlare gaiamente mentre l’incrociavano, diretti verso la piazza della città, e all’improvviso si voltò, perché aveva riconosciuto la voce dell’uomo.

Seguì i due e li raggiunse nel crepuscolo inoltrato, rischiarato soltanto dai lontani bagliori delle lanterne. La ragazza indietreggiò, ma l’uomo lo fissò e poi alzò di scatto il bastone che impugnava, tenendolo fra loro come una barriera per scongiurare la minaccia o l’atto maligno. E questo era insopportabile, per Ged. La voce gli tremò un poco quando disse: — Credevo che mi riconoscessi, Veccia.

Nonostante tutto, Veccia esitò un momento.

—  Ti riconosco — disse, e abbassò il bastone e strinse la mano a Ged e l’abbracciò. — Ti riconosco! Benvenuto, amico mio, benvenuto! Che pessima accoglienza ti ho fatto, come se fossi uno spettro venuto ad aggredirmi alle spalle… Eppure ho atteso che venissi, e ti ho cercato…

—  Dunque sei tu il mago di cui Ismay è tanto fiera? Me lo domandavo…

—  Oh, sì, sono il loro mago: ma ascolta, lascia che ti dica perché non ti avevo riconosciuto. Forse ti ho cercato troppo. Tre giorni fa… Eri qui, tre giorni fa?

—  Sono arrivato ieri.

—  Tre giorni fa, per la via di Quor, il villaggio lassù sulle colline, ti ho visto. Cioè, ho visto un presentimento, o un’imitazione, o forse semplicemente un uomo che ti somiglia. Era davanti a me, e usciva dal villaggio, e ha svoltato a una curva della strada nello stesso momento in cui io l’ho visto. Ho chiamato e non ho ricevuto risposta; l’ho seguito e non ho trovato nessuno, e neppure un’ombra: ma il terreno era gelato. Era strano, e adesso che ti ho visto uscire così dall’ombra ho pensato di essermi ingannato ancora. Mi dispiace, Ged. — Veccia pronunciò il vero nome di Ged sottovoce, in modo che la ragazza, in attesa qualche passo più indietro, non potesse udirlo.

Anche Ged parlò sottovoce, per usare il vero nome dell’amico: — Non importa, Estarriol. Ma questo sono io: e sono lieto di vederti…

Veccia udì, forse, qualcosa di più della semplice gioia, nella sua voce. Non aveva ancora lasciato andare la spalla di Ged, e ora gli disse, nella Vera Favella: — Tu vieni angosciato dalla tenebra, Ged: eppure la tua venuta è gioia, per me. — Poi proseguì, nel suo hardese con l’accento delio stretto Orientale: — Vieni, vieni a casa con noi: stiamo andando a casa, è ora di lasciare l’oscurità… Questa è mia sorella, la più giovane di noi; e più graziosa di me, come puoi vedere, ma molto meno abile: si chiama Millefoglie. Millefoglie, questo è lo Sparviero, il migliore di noi e mio amico.

—  Nobile mago — lo salutò la ragazza, e chinò decorosamente la testa e si nascose gli occhi con le mani in segno di rispetto, come usavano fare le donne nello stretto Orientale: i suoi occhi, quando non erano nascosti, erano limpidi, timidi e curiosi. Aveva forse quattordici anni, ed era scura come il fratello ma molto snella e agile. Sulla sua manica stava aggrappato, alato e unghiuto, un drago non più lungo della sua mano.

Si avviarono insieme nella sera, e mentre procedevano Ged osservò: — A Gont dicono che le donne di quell’isola sono coraggiose, ma là non ho mai visto una ragazza portare un drago per braccialetto.

Millefoglie scoppiò a ridere, e rispose apertamente: — È soltanto un harrekki. Non ci sono harrekki, su Gont? — Poi s’intimidì per un momento e si nascose gli occhi.

—  No, e neppure draghi. Questo essere non è un drago?

—  Una specie molto piccola, che vive sulle querce e mangia vespe e vermi e uova di passero: non crescono più di così. Oh, signore, mio fratello mi ha parlato spesso della bestiola che avevi tu, l’animaletto selvatico, l’otak… L’hai ancora?

—  No. Non più.

Veccia si voltò verso di lui, come se volesse fargli una domanda, ma non gli chiese nulla fino a molto più tardi, quando rimasero soli davanti al focolare di pietra della casa di Estarriol.

Sebbene fosse il mago principale di tutta l’isola d’Iffish, Veccia abitava a Ismay, la cittadina dov’era nato, e viveva con la sorella e il fratello minore. Suo padre era stato un mercante piuttosto ricco, e la casa era spaziosa e robusta, ricca di vasellame e di belle stoffe e di vasi di bronzo e d’ottone sugli scaffali e le cassapanche scolpite. Una grande arpa taoniana stava in un angolo della sala principale, e in un altro c’era il telaio intarsiato d’avorio su cui Millefoglie tesseva arazzi. Veccia, nonostante i suoi modi semplici e tranquilli, era un mago potente e un signore nella sua casa. C’erano due vecchi servitori dall’aria prospera, e il fratello, un ragazzo gioviale, e Millefoglie, svelta e silenziosa come un pesciolino, che servì la cena ai due amici e mangiò con loro ascoltando la loro conversazione e poi si ritirò nella propria stanza. Lì tutto era solido, sereno, sicuro; e Ged, guardandosi intorno nella stanza rischiarata dal fuoco, disse: — È così che dovrebbe vivere un uomo. — E sospirò.

—  Be’, è un buon modo di vivere — replicò Veccia. — Ce ne sono altri. Ora, ragazzo mio, dimmi, se puoi, ciò che ti è capitato dall’ultima volta che ci siamo parlati, due anni orsono. E dimmi qual è lo scopo del tuo viaggio, perché vedo che questa volta non resterai a lungo con noi.

Ged glielo disse, e quando ebbe finito Veccia rifletté a lungo. Poi dichiarò: — Verrò con te.

—  No.

—  Penso che verrò.

—  No, Estarriol. Non è compito tuo, né è una tua maledizione. Io ho incominciato da solo questa strada maligna, e finirò da solo. Non voglio che altri ne soffrano: e tu meno di tutti, Estarriol, tu che all’inizio hai tentato di trattenere la mia mano dall’atto malvagio…

—  L’orgoglio è sempre stato il padrone della tua mente — disse sorridendo Veccia, come se stesse parlando di una cosa di poco conto. — Ora pensa: la ricerca è tua, sicuramente; ma se fallisce, non dovrebbe esserci un altro per avvertire l’arcipelago? Perché allora l’ombra avrebbe un potere spaventoso. E se invece la sconfiggerai, non dovrebbe esserci un altro che lo dica nell’arcipelago, affinché l’impresa venga conosciuta e cantata? So di non poterti essere utile, eppure credo che dovrei venire con te.

Ged non seppe resistere alla supplica dell’amico, ma disse: — Non avrei dovuto trattenermi qui, oggi. Lo sapevo, ma sono rimasto.

—  I maghi non s’incontrano per caso, ragazzo mio — replicò Veccia. — E dopotutto, come hai detto tu stesso, ero con te all’inizio del tuo viaggio. È giusto che ti segua fino alla fine. — Aggiunse legna al fuoco, e per un po’ rimasero entrambi a guardare le fiamme.

—  C’è qualcuno di cui non ho più saputo nulla dopo quella notte sulla collina di Roke, e di cui non ho avuto il coraggio di chiedere agli altri della scuola: Diaspro, voglio dire.