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Barbara Hambly

Il tempo del buio

CAPITOLO PRIMO

Gil sapeva che si trattava di un sogno. Non c’era alcuna ragione di aver paura. Sapeva che il pericolo, il caos, il cieco terrore nauseabondo che riempivano la notte gonfia di voci, non erano reali. Quella città, con la sua cupa architettura sconosciuta, quella folla senza meta di uomini e donne terrorizzati che si accalcavano intorno a lei ciecamente, erano soltanto i residui di un subconscio sovraccarico, fantasmi che la luce del giorno avrebbe fatto svanire.

Sapeva tutto questo, nondimeno aveva paura. Le sembrava di stare immobile ai piedi di una rampa di scale in marmo verde che dominava un cortile quadrato circondato da alti edifici ricoperti di tetti. Un gruppo faceva ressa dietro di lei schiacciandola contro il gigantesco piedistallo di una statua di malachite, e quelle persone sembravano non essere assolutamente conscie della sua presenza; erano affannate, con gli occhi iniettati di sangue, e i loro volti distorti dal terrore, erano cerei come quelli di cadaveri nella luce fredda dell’ultimo quarto di luna.

Si stavano riversando in tutta fretta fuori dalle case sormontate da timpani. Gli uomini stringevano scrigni o borse gonfie di denaro, le donne invece portavano con sé gioielli, cani da compagnia, o bambini che piangevano per un terrore sconosciuto. I loro capelli erano scompigliati dal sonno: alcuni di loro erano vestiti, ma molti altri erano nudi o saltellavano avvolti in coperte agguantate frettolosamente. Gil poteva sentire l’acre afrore di sudore dei loro corpi ogniqualvolta veniva sfiorata.

Nessuno la vide, nessuno si fermò. Arrancavano su per quegli enormi scalini di marmo illuminati dalla luna, per dirigersi verso il buio arco dei cancelli e verso le strade rumoreggianti della città assediata.

Quale città?, si chiese Gil confusamente. E perché ho paura? Si tratta soltanto di un sogno…

Lei però sapeva… nel profondo del suo cuore sapeva — come si riconoscono le cose in sogno — che quella scena di folle fuga ora si stava ripetendo, come in un riflesso centuplicato da specchi convergenti, in ogni altra parte della città intorno a lei.

La consapevolezza e l’orrore le crearono una sensazione di freddo che le serpeggiò sotto la pelle e brulicò come un verme attraverso il suo intestino. Anche gli altri percepirono la stessa sensazione, perché nessun uomo si fermò per appoggiarsi alla colonna che stava dietro di lei, né alcuna donna si diresse verso i gradini sui quali stava. Con gli occhi colmi di follia e lo sguardo vacuo — pur contro la loro stessa volontà — guardavano dietro alle loro spalle le ciclopiche porte di bronzo antico, rese verdi dal tempo, che dominavano la parete opposta.

Era proprio da quelle porte che stavano fuggendo. Era dietro quel mostruoso cancello trapezoidale che l’orrore stava nidificando, così come l’acqua cova, dietro il fragile sipario di una diga, un leggero, mutevole, vago male, una muta eruzione nella terra dalla quale proviene, aldilà dei cupi abissi del tempo e dello spazio.

Nella caverna chiusa dal cancello ad arco dietro di lei, c’era del movimento, e si sentivano delle voci, dei passi smorzati ed un fruscio appena percettibile simile al lamento stridente di una spada che venisse sguainata.

Gil si girò, ed i suoi folti capelli le si arruffarono sugli occhi. La selvaggia danza ballonzolante delle torce agitate dal vento incorniciava una silhouette di forme che incalzavano, ondeggiando ora su un volto, ora sulla punta di una lama, ora sul bagliore corrusco di una maglia di ferro.

Nel freddo chiarore di peltro della luce lunare, le Guardie penetrarono in mezzo a quella marea disperata di gente: indossavano uniformi nere e luccicanti con alti stivali ai piedi. Gli uomini e le donne che ne facevano parte, brandivano in alto le lame affilate delle loro armi contro il gioco di luci creato dalle ombre.

Gil riusciva a distinguere solamente di sfuggita la folla di persone armate frettolosamente che ora si accalcava dietro di lei, maneggiando senza alcuna perizia l’elsa delle armi prese in prestito e lanciando maledizioni in preda alla paura, una paura agghiacciante che traspariva dal profilo terrorizzato dei loro visi.

A grandi passi, davanti a loro, stava avanzando un individuo in abito marrone, un vecchio Stregone dagli occhi di falco e dalla barba lunga, che brandiva una spada fiammeggiante. Fu lui a fermarsi sul gradino superiore della scala per esaminare il cortile che aveva davanti, come un’aquila cacciatrice. L’ultimo di quella plebaglia disordinata e discinta si portò sulle scale dietro Gil spingendola rudemente senza scorgerla, e si insinuò alle spalle dello Stregone e delle Guardie facendo risuonare i piedi nudi attraverso il buio passaggio dei cancelli.

La ragazza si accorse che il vecchio fissava attentamente le porte come se conoscesse la natura dello spaventoso orrore che si celava lì dietro, ben sapendo che proprio da quel punto proveniva. Quella faccia antica ed imperscrutabile era serena sotto il sipario della folta barba. Poi lo sguardo dell’uomo si spostò per esaminare più accuratamente lo spazio che gli stava davanti, ed i suoi occhi incontrarono quelli della donna.

Lui riusciva a vederla!

Gil lo capì subito, ancor prima che le sue palpebre si spalancassero per lo stupore e lo spavento. Le Guardie e gli altri che si trovavano dietro il vecchio, esitanti e riluttanti a sopravanzarlo, fissarono con altrettanta attenzione la zona accanto alla giovane per cercare di scorgere ciò che appariva allo Stregone nell’alone lunare di luce che illuminava il cortile assolutamente deserto. Ma soltanto il vecchio poteva vederla, e lei si chiese confusamente il perché.

Un vento sottile ed intermittente aveva iniziato a soffiare attraverso il cortile filtrando dalle crepe e dai cardini delle porte millenarie: sussurrando sui lucidi cerchi di argento del marciapiede, scompigliava i capelli neri di Gil, ma portava con sé anche l’essenza fredda e malsana del Male, della pietra, delle cose che non avrebbero mai visto la luce, del sangue, dell’oscurità!

Lo Stregone ripose la lama scintillante che stringeva in pugno e scese cautamente le scale dirigendosi verso di lei lentamente, quasi avesse paura di spaventarla. Gil, nel frattempo, continuò a pensare che tutto quello non poteva essere reale, che stava soltanto sognando. Pensò che quell’uomo sembrava un vecchio gentile: i suoi occhi blu, luminosi e fieri, non denotavano orgoglio o crudeltà d’animo e, anche se aveva paura dell’orrore invisibile che si celava dietro alle porte, non lo dava a vedere.

Si spostò fin quando non fu a pochi passi da dove lei stava ferma, tremando nell’ombra della statua mostruosa, con lo sguardo incerto e cauto come se cercasse di comprendere ciò che si trovava di fronte. Poi alzò una mano e fece per parlare.

Gil si svegliò improvvisamente, ma non si trovava nel suo letto. Per un momento non riuscì a capire dove fosse. Allungò goffamente una mano, spaventata e disorientata come tutti quelli che si svegliano di soprassalto, e sentì sotto il palmo il freddo del marmo della base del piedistallo. Il gelo umido della notte le feriva le gambe nude e le ghiacciava i piedi che poggiavano, scalzi, sul marciapiede.

Le grida di terrore della città immersa nelle tenebre le giunsero portate dal vento, improvvisamente più chiare e, con esse, le pervenne anche uno strano sentore d’acqua. Per un istante, l’agghiacciante orrore di ciò che allignava dietro quelle porte le strinse la gola come una mano crudele, ed alla fine si arrese e cadde, roteando come una foglia, vinta dalla paura e dalla confusione generata da quella inenarrabile malignità.

Era sveglia: non stava più sognando. Ma si trovava ancora in quel posto! Tutti gli occhi erano fissi su di lei, spaventati, incerti, persino timorosi. I guerrieri, raggruppati ancora sulla scala, fissarono con sorpresa quella giovane donna dai capelli scuri, esile e ricoperta scarsamente dalla camicia verde a pallini che portava abitualmente quando andava a letto, e che era apparsa tra loro in maniera così repentina.